Ritratti d’autore

In occasione della rappresentazione dello spettacolo Schindler’s List presso il teatro Mengoni di Magione (PG), , il giovane autore e regista Francesco Giuffrè si è reso disponibile per un’intervista all’interno dei camerini poco prima che lo spettacolo andasse in scena. Francesco è figlio di Carlo Giuffrè, attore/simbolo del teatro italiano e personaggio protagonista dello spettacolo nei panni dell’imprenditore tedesco Oskar Schindler. Portato alla ribalta delle cronache dal romanzo di Thomas Keneally, Schindler salvò durante la Seconda Guerra Mondiale molti ebrei dallo sterminio con il pretesto di impiegarli come personale nella sua fabbrica che venne riconvertita per la produzione di munizioni per l’esercito tedesco.

Iniziamo con una domanda che in molti vorrebbero farle; suo padre è principalmente famoso quale attore di commedie. Perché lo ha reso protagonista di uno spettacolo drammatico?
Francesco Giuffrè: «Mio padre nasce come attore completo: ha partecipato a La compagnia dei giovani con testi di Pirandello, ha interpretato opere di Cechov e Turgenev, anche se per lo più è conosciuto per le commedie di Edoardo De Filippo. Massimo Monaci, dell’ormai fu teatro Eliseo di Roma, mi propose di realizzare un progetto che lo coinvolgesse. Quella di Oskar Schindler mi colpì e pensai che sarebbe stata una bella storia da portare a teatro. Con un archetipo cinematografico come quello realizzato da Spielberg era complicato, ma siamo partiti dal presupposto che Schindler fosse un uomo anziano e solo. Da qui, ho immaginato la sua ultima notte. Mi sono chiesto se fosse morto contento del suo gesto o pentito. In una scena dello spettacolo, Schindler prende un anello che gli regalarono ‘i suoi ebrei’, come li chiamava lui, da quel momento avràla possibilità di rivedere le persone che hanno caratterizzato quel periodo storico della sua vita e capire l’importanza e l’eroismo del gesto compiuto. Si tratta di un viaggio alla fine del quale potrà morire sereno. Questo, naturalmente, nella mia chiave di lettura. Le scene sono intervallate da quadri senza parole che raccontano l’epopea degli ebrei, quando questi furono espropriati di tutto per essere rinchiusi prima nel ghetto e poi nei campi di sterminio, e anche una storia vera, presente nel romanzo, fra Rebecca Tannenbaum e Joseph Bau».

Lei si è rapportato al romanzo non prendendo in considerazione il film di Spielberg?
FG: «Assolutamente sì, non aveva alcun senso per me mettermi in confronto con il film, c’è un romanzo che racconta una storia vera. Lo spettacolo ha due piani di racconto che poi si fondono insieme: la storia di Oskar che rivive il suo percorso durante questa ipotetica ultima notte e la storia d’amore tra i due ragazzi ebrei».

Quanto lo spettacolo è focalizzato in quegli anni e quei luoghi e quanto è invece aperto a diverse visioni?
FG: «Oskar racconta la sua storia, mentre la storia degli ebrei nel ghetto è universale. Ci sono delle scritte che compaiono durante lo spettacolo e che contestualizzano la scena a Cracovia, ma si tratta di una storia riferita a tutti gli stermini in quanto privazione dei diritti e della libertà degli uomini. Ho scelto di raccontare anche una storia d’amore, perché raccontare un legame nato in quel periodo storico è meravigliosamente poetico e genera la speranza di poter vivere nonostante tutto. Leggiamo Cracovia o Auschwitz, ma è una tragedia a tutto tondo, purtroppo».

Qual è secondo lei l’umore del teatro italiano attuale e con quale umore lei pone al pubblico questo spettacolo?
FG: «Ho sempre fatto spettacoli tratti da romanzi: da Il profumo di Süskind, a Cuore di cane di Bulgakov, a Delitto e castigo di Dostoevskij, ma spesso mi viene chiesto quando farò una commedia. La famosa frase “andiamo a teatro per ridere” o, comunque, per distrarsi e uscire dalla sala con l’animo leggero non mi appartiene, anche se non credo di rivoluzionare il teatro con il mio stile. Non mi interesserebbe fare una commedia perché non la so fare-. Piuttosto, vorrei che il pubblico recepisse qualcosa dai miei spettacoli, non soltanto la storia sul palco, ma qualcosa di più profondo capace di lasciare un ricordo personale. Ricorrono i Giorni della Memoria e con Schindler’s List siamo a teatro proprio in questo particolare momento, per cui sento molto lo spettacolo e la storia che esso racconta».

C’è una frase caratteristica o un momento che secondo lei identificano lo spettacolo?
FG: «C’è una frase riportata sia nel romanzo che nel film detta da Itzhak Stern a Oskar Schindler, dopo essersi entrambi salvati: «Herr Direktor, chi salva un solo uomo salva il mondo intero», che è un detto ebraico. Si tratta del piccolo gesto che nasconde qualcosa di molto più grande. Forse, è questo quello che mi piacerebbe uscisse da questo spettacolo. Schindler fu un uomo solo che si mise contro un regime e che ha comunque vinto la sua battaglia, anche se va ricordato che dovette poi scappare in quanto nazista. Salvare più di mille uomini in quel periodo è stata una grandissima impresa».

Al giorno d’oggi essere inseriti in una lista viene interpretato in modo negativo, che cosa pensa lei a riguardo?
FG: «Uscendo dal tema, se prendiamo Equitalia o altre agenzie, sappiamo che siamo monitorati continuamente e ci vediamo privati della nostra libertà. Si tratta di una cosa alla quale siamo costantemente sottoposti, mentre la lista di Schindler significava la vita. Infatti, Stern dirà: «la lista è stata il bene più assoluto». Quella notte, i due, facendo un complesso lavoro mnemonico, cercarono di ricordare tutti i possibili nomi e di ricostruire le storie delle singole persone al fine di risalire alle famiglie con più bambini. Oggi potremmo dire che si è trattato di un gesto che avrebbe compiuto chiunque di noi, però bisogna porsi in quel particolare contesto storico in quanto Schindler si è denaturato. Anche altri tedeschi aiutarono gli ebrei, ma non lo fecero fino al punto di perdere tutto e morire in miseria come fece Oskar. In questo incubo della sua ultima notte (1974), un neonazista gli dirà: «noi vorremmo riportare un Quarto Reich per riprendere ciò che abbiamo interrotto, ma prima vorremmo capire perché una persona come lei ci abbia potuto tradire». La domanda su cui gira il testo è di fatto: «perché Oskar Schindler ha fatto questo?». Io racchiudo il tutto dentro la parola ‘umanità’, ma dentro questa parola c’è tanto».

Lei, quindi, non cerca di dare una risposta al perché del gesto?
FG: «No, non ci può essere una risposta che spiega i motivi del gesto di Schindler. Credo che nel concetto di umanità rientrino tante sfaccettature. Non sappiamo perché lo ha fatto, ma l’importante è che lo abbia fatto».

Attualmente ha in programmazione altri spettacoli a teatro?
FG: «A Roma ho in programmazione una riduzione tratta da L’Uomo Tigre, il cartone degli anni ’80. Ho fatto questo testo lavorando sulla figura del lottatore: oggi noi non lottiamo più, quindi ho immaginato questo Uomo Tigre costretto a esibirsi come fenomeno da baraccone in un circo perché gli è stata raccontata la favola che il mondo fuori è talmente perfetto che non c’è più bisogno più lottare».

È possibile una futura collaborazione fra lei e suo padre in altri spettacoli?
FG: «Non saprei, non credo. Valuteremo anche in base alle energie e alla volontà di fare altre cose insieme. Mai dire mai, comunque»..

A suo avviso può esserci una accezione di teatro quale famiglia considerando che suo padre ha recitato prima con il fratello Aldo e ora lavora con lei?
FG: «Ci sono le grandi dinastie nel teatro, ma siamo rimasti in due perché mio fratello non si occupa di teatro. È sempre molto difficile e delicato lavorare con i parenti, bisogna avere due livelli di pensiero e non uno soltanto».

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