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Incontriamo il direttore artistico del Metastasio di Prato, pochi giorni dopo la presentazione della nuova Stagione teatrale. È tempo di bilanci ma anche di sfide e Franco D’Ippolito non si tira indietro: dalle modifiche al Decreto sul Fus, che definisce: «una piccola rivoluzione etica nel rapporto fra Ente finanziatore e soggetti finanziati», alla questione spinosa dei Festival in Toscana, per la quale individua il vero problema, ossia: «La dipendenza di tutti i festival, anche di quelli che definisco identitari, dalle amministrazioni comunali». Da un bilancio della Stagione passata: «È difficile giudicarsi, perciò ho cercato dei riscontri oggettivi che confermassero la mia sensazione. Quella di aver vinto la scommessa», al progetto di digitalizzazione degli archivi del Met e del Funaro di Pistoia che salverà: «l’enorme e inestimabile patrimonio di registrazioni audio e video del Metastasio e dell’Archivio Neumann» e, ancora, a un grande spettacolo con Roberto Latini che sarà: «un autentico cortocircuito per il teatro italiano».

La sfida qualitativa ha vinto, nonostante si dica che il pubblico ama il facile o il televisivo?
Franco D’Ippolito: «È difficile giudicarsi, perciò ho cercato dei riscontri oggettivi che confermassero la mia sensazione. Quella di aver vinto la scommessa. Sono tre gli elementi oggettivi che mi confortano. Il primo, un riscontro diffuso degli stakeholder istituzionali e della critica, che più volte hanno affermato essere quella del Met una tra le migliori Stagioni dell’anno. Il secondo, sono i numeri che, se non descrivono, almeno quantificato la realtà. E nelle medie generali, rispetto alla Stagione precedente, decisamente diversa, abbiamo avuto sulle quattro sale un aumento delle presenze del 12,6%, e della media generale degli incassi del 20%. Il terzo è il commento di uno spettatore, anche perché io tento di passare inosservato tra il pubblico e di ascoltarlo. Questo spettatore, a una prima, mi chiamò per dirmi che lo spettacolo non gli era piaciuto, però, aggiunse che era un gran bello spettacolo. L’obiettivo, secondo me, è sempre quello di un buon equilibrio tra qualità della proposta e quantità della risposta che questa proposta genera».

La nuova Stagione prevede spettacoli da ottobre a maggio e un Cartellone molto ricco suddiviso su quattro sale. Un’inversione di tendenza rispetto alle Stagioni toscane che stentano a toccare i cinque mesi?
F. D’I.: «Scelta assolutamente consapevole. Se abbiamo quattro sale a disposizione, abbiamo il dovere di programmarle tutte, in maniera ovviamente differenziata così come l’offerta, cercando di non creare camere stagne ma, al contrario, tentando di far muovere il pubblico tra i diversi spazi. La mia idea, fin dall’anno scorso, è stata quella di programmare le sale in maniera ordinata, ossia senza accavallamenti che costringano il pubblico a rinunciare a uno spettacolo; e continuata, in modo tale che la Stagione non abbia né un prologo né un’appendice in determinati spazi, ma un andamento ordinato e costante da ottobre a maggio».

Quattro produzioni del Met presenti in sei Festival. Chi si occuperà della distribuzione delle produzioni dato che, spesso, le Compagnie sono lasciate a se stesse?
F. D’I.: «Se ne occuperà il Met. Tutti e quattro gli spettacoli, l’anno prossimo, andranno in tournée. Laddove producessi qualcosa che non potessi distribuire, come certamente è capitato, il non poter distribuire è nei patti della produzione. Ma è qualcosa che, se posso, evito perché oggettivamente ritengo non abbia alcun senso produrre uno spettacolo per poi non farlo vivere. Il Riccardo II, che ha debuttato a Verona, sarà in tournée da ottobre a gennaio. Un quaderno per l’inverno avrà una tournée a febbraio, anche perché Massimiliano Civica, a marzo, inizierà a preparare il nuovo spettacolo. La Cerimonia di De Summa, a marzo; e Il Vangelo secondo Lorenzo, che debutterà il 20 luglio a San Miniato, da marzo agli inizi di maggio».

Molti Festival in Toscana stanno chiudendo. Cosa ne pensa? Parteciperà all’incontro che si terrà a San Gimignano, organizzato da Fondazione Fabbrica Europa e Regione Toscana?
F. D’I.
: «Il vero problema è la dipendenza di tutti i festival, anche di quelli che definisco identitari come Volterra o Inequilibrio, dalle amministrazioni comunali. Per rispondere anche alla seconda domanda, aggiungo che uno dei temi che dovrebbero essere messi al centro della futura riflessione sui festival in Toscana ma, evidentemente, anche nel resto del Paese, sia come i festival identitari, che hanno una forte identità all’interno del sistema teatrale italiano, possano essere resi più impermeabili agli avvicendamenti politici, ovviamente di per sé legittimi. Del resto, nel sistema teatrale italiano, veniamo da un decennio di rigoglioso nascere e gemmare di nuove realtà produttive e di nuovi festival. È evidente che, a questo punto, o si fa una selezione – cosa che, personalmente, non ritengo necessaria – oppure – idea che sperimenterei – si potrebbe distinguere tra festival identitari e altri fortemente legati a dinamiche del territorio, senza usare questo termine in maniera diminutiva. Ossia, festival di animazione del territorio, che servono a mantenere viva una relazione culturale tra paesaggio, cittadini e creazione artistica. E altri, che rappresentano l’identità artistica di un movimento culturale regionale quando non nazionale o internazionale. Questa distinzione, in un momento di oggettiva difficoltà dove, da più parti, giungono campanelli d’allarme, dovrebbe portarci a trovare modalità di sostegno che risolvano le criticità di cui ho parlato. E aggiungo che è assolutamente legittimo che un’amministrazione decida diversamente dal passato sui festival di animazione territoriale. Rispetto a un festival identitario, trasformare – e faccio un esempio concreto – il Festival di Volterra, che può piacere o meno ma ha una chiara visione artistica e poetica, una sua coerenza, e una relazione con una determinata generazione artistica e critica, in un festival assolutamente legittimo ma del genere gran festa popolare, rispetto al territorio volterrano può avere un senso o un riscontro positivo. Ma nei confronti di ciò che il festival diretto da Armando Punzo rappresentava per il sistema dello spettacolo toscano, per il panorama teatrale italiano, per le relazioni internazionali, dobbiamo riflettere se detta scelta sia accettabile».

Il festival identitario non si dovrebbe però confondere con l’identità del suo ideatore. Non pensa che sia doveroso un ricambio alla direzione artistica ogni tot anni?
F. D’I.
: «Assolutamente sì. Proprio per evitare un possibile equivoco sul termine identitario, voglio sottolineare che lo stesso non è riferito a una figura in particolare ma a una funzione culturale e artistica che, magari, ha creato un certo artista, ma che fa sì che quel festival rappresenti l’identità di un territorio, una regione e un Paese. Per coincidenze temporali, dato che la notizia che Punzo non avrebbe diretto il Festival di Volterra è stata data la mattina della conferenza stampa di presentazione della nuova Stagione del Met, sono stato il primo a esprimere la sorpresa, il rammarico e la solidarietà ad Armando. Ma non farei questo discorso rispetto al Festival di Volterra se lo stesso avesse mantenuto la propria identità artistico-culturale, semplicemente avvicendando il suo creatore e animatore con un altro che, a modo proprio, rispettasse e mantenesse viva l’identità del festival. In questo teatro, sono passati direttori molto più importanti di me – anzi non è nemmeno il caso di fare confronti. E la più grande responsabilità che sento è quella di proseguire una storia, non di inventarne un’altra».

Rispetto al progetto di digitalizzazione dell’archivio audio e video del Met e di altre realtà toscane, tale progetto ha davvero un futuro? Potrà creare prospettive di lavoro?

F. D’I.
: «Abbiamo fatto la scelta – la Regione Toscana, la Soprintendenza e il Met – di fare una conferenza stampa non per raccontare ciò che faremo ma ciò che stiamo facendo. Di progetti ce ne sono tanti, ma di possibilità di realizzazione poche. Diciamo che, nella peggiore delle ipotesi – che non ci auguriamo – il progetto avrà salvato l’enorme e inestimabile patrimonio di registrazioni audio e video del Metastasio e dell’Archivio Neumann presso il Funaro di Pistoia. Inoltre, darà il via a un’indagine sugli archivi delle Compagnie toscane, per individuare quelli che, oltre alla ricchezza dei contenuti abbiano anche una continuità storica del materiale presente, così da costruire un unico archivio che racconti la storia della produzione teatrale e di danza in questa regione. Siamo consapevoli che sarà solo un primo passo, conservativo e di apertura di nuovi fronti, tanto è vero che con la Regione e la Soprintendenza stiamo già ragionando, in maniera ancora informale, di cosa fare nel triennio 2019/2021 e di dove trovare le risorse – forse anche in Europa. E per chiarezza aggiungo che l’attuale progetto triennale costa 60 mila Euro. Inoltre, rispetto agli archivi che per allora saranno già stati digitalizzati – ossia quello del Met e il Funaro/Neumann – dovremo valutare quali attività promuovere per favorirne l’accesso e l’uso».

Cosa si aspetta dalle modifiche della normativa sul Fondo Unico dello Spettacolo di cui si sta discutendo?
F. D’I.
: «Sono stato parte attiva alle modifiche sul decreto Fus, che ha avuto il parere positivo dalla conferenza Stato/Regioni e dovrebbe essere alla Corte dei Conti. Faccio una premessa. Dopo le vicende
dell’anno scorso, l’idea di gran parte del sistema dello spettacolo dal vivo – nonostante le profonde sacche di resistenza – era quella di riscrivere il decreto, massacrato dai ricorsi e dalle sentenze del Consiglio di Stato. Il Ministero però ha deciso – e io condivido questa scelta – di operare per una riscrittura che non azzerasse il precedente, migliorandone la comprensione, dato che dovrebbe essere in dirittura d’arrivo il nuovo Codice dello Spettacolo, già approvato in Commissione Senato e attualmente alla Commissione Cultura della Camera che, salvo sorprese, dovrebbe licenziarlo – così com’è – passandolo all’Aula. Essendo prossimo il Codice è stato considerato, quindi, più ragionevole operare alcune modifiche sul vecchio impianto perché all’approvazione dello stesso, si dovrà scrivere un nuovo Decreto attuativo. Ma veniamo a una tra le modifiche più interessanti dell’attuale decreto sul Fus, che è stata una battaglia nella quale mi sono impegnato personalmente, insieme a molte altre realtà, ossia l’introduzione – per il secondo e terzo anno del triennio – di una norma che ritengo di trasparenza e semplificazione. Ossia la valutazione dei dati quantitativi (giornate lavorative e recitative, oneri e pubblico) fatta, dal 2019, non più sui dati dichiarati a preventivo – cioè su ciò che mi auguro, mi propongo o mi impegno a fare – ma su ciò che si è effettivamente fatto nell’anno precedente. La definirei una piccola rivoluzione etica nel rapporto fra Ente finanziatore e soggetti finanziati».

Torniamo al Metastasio. L’anno scorso un focus su De Summa, quest’anno ben quattro. Diventerà una costante al Met?
F. D’I.
: «Non penso agli artisti in termini anagrafici bensì di capacità di essere uomini del nostro tempo. E ce ne sono tanti che non sono under 35 – altro mito che mi piacerebbe superare perché non mi pare che l’attenzione normativa a questa fascia d’età abbia risolto il problema del ricambio generazionale – come De Summa, l’anno scorso, Saverio La Ruina, Tindaro Granata e Gli Omini, quest’anno, che hanno conquistato sul campo – nel loro fare teatro, incontrare il pubblico e averne un riscontro – il diritto di partecipare al ricambio generazionale. Se i teatri a responsabilità pubblica, come li definisco io, ossia quelli in cui si mettono in gioco i fondi pubblici, non si pongono come motore per questo ricambio, chi altri dovrebbe farlo? Il privato certamente no, perché rischia in proprio. Mentre è doveroso pretendere che lo faccia il teatro pubblico, in quanto tra i suoi compiti – e, quindi, anche il Metastasio. Dopodiché il progetto al Teatro Magnolfi, Piacevoli conversazioni, su cui scommetto personalmente per la prossima Stagione, è un doppio impegno: far conoscere tre delle quattro realtà al pubblico pratese (la quarta è Sandro Lombardi, quindi non ne ha bisogno) con diversi lavori, scelti dagli artisti stessi. Secondo, di far sì che questa occasione di conoscenza abbia un momento ancora più diretto, ossia le piacevoli conversazioni che ogni artista gestirà autonomamente per raccontarsi e incontrare il pubblico. E questa piena libertà di come giocarsi i dieci giorni, tra spettacoli e incontri, al Magnolfi, che ho lasciato agli artisti, è anche un investimento sulla loro responsabilità. Il quarto nome, come già accennato, è Sandro Lombardi, e gli ho chiesto di partecipare perché volevo evitare che il progetto fosse letto come pura scoperta di artisti. Mentre, se funzionerà, dovrà oltrepassare la semplice visione dello spettacolo. In quanto mira a consentire una conoscenza diretta dell’artista e del suo mestiere da parte del pubbico. Ecco il perché di Sandro Lombardi».

Perché una commissione, Quartett, a Roberto Latini e non un progetto completamente suo?

F. D’I.
: «Tutto è iniziato quando Valentina Banci e Fulvio Cauteruccio sono venuti a propormi di fare Quartett che, premetto, è un testo che adoro. L’idea che volessero cimentarsi con un testo così pericoloso mi piacque ma posi una condizione, che si trovasse una regia assolutamente visionaria che riducesse il rischio della prova d’attore. Ci sono venuti in mente una serie di nomi e, tra questi, quello di Roberto Latini, al quale ho proposto il progetto e lui, dopo circa un mese, ha accettato. Ma dirò di più, Latini è stato il primo o il secondo artista che ho incontrato, quando ho assunto la carica qui al Met, nel novembre 2015, al quale proposi un impegno triennale – che finora non abbiamo potuto realizzare. Abbiamo anche parlato dei suoi progetti, di cui uno molto grosso – a cui ho risposto che avremmo dovuto pensarci – e altri due meno grandi, tra i quali Il teatro comico, che mi sarebbe piaciuto produrre. Nel frattempo è nata l’idea di Quartett, che si sarebbe dovuta concretizzare l’anno prossimo a marzo, ma Roberto a un certo punto mi ha chiamato per informarmi della proposta del Piccolo di produrre Il teatro comico. Ovviamente mi è spiaciuto, ma comprendo perfettamente l’importanza, per un artista, di una produzione al Piccolo. Anzi, ho spostato il suo impegno da noi, al Met, in modo da liberarlo già a gennaio così che possa preparare al meglio lo spettacolo milanese. Ma, a questo punto, resta in piedi il progetto grosso di cui accennavo prima, sul quale a novembre, quando sarà qui a provare Quartett, ricominceremo a ragionare. Sappiamo entrambi che è un progetto che il Metastasio da solo non può affrontare, ma è talmente bello che sono io il primo a non volerlo ridimensionare. Quindi, cercheremo almeno un altro teatro per realizzarlo. E credo sarà un autentico cortocircuito per il teatro italiano».

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