Quando la famiglia genera mostri

Al Teatro i un’atipica compagnia, sorta in uno dei quartieri più problematici di Torino, dimostra come una cronaca di ordinaria infelicità quotidiana possa diventare un’originale e avvincente spettacolo teatrale.

Sorprende che una storia quasi banale nel suo sviluppo, cartacea nella sua esposizione, non solo divenga teatro, grazie ad espedienti registici e drammaturgici apparentemente minimali, ma catturi lo spettatore e lo induca a porsi scomode domande sulla natura dei rapporti umani e della comunicazione interpersonale.
Il tema è la difficoltà, o addirittura il fallimento, di un rapporto fra fratelli, M. e B. Ma, a differenza dell’omonimo romanzo di Carmelo Samonà, del ’78 (e della bella trasposizione teatrale di Remo Rostagno per la compagnia “La ribalta”, nel ’93), qui non ci sono vere psicopatie. Il mostro, la cui nostalgia dà il titolo alla presente stagione del Teatro i, è generato dalla famiglia, pur nella sua rispettabile quasi normalità, appena increspata dai venti del ’68.
Una banalità che diventa fascinosa affabulazione nella recitazione dei due bravissimi interpreti, Beatrice Schiros e Andrea Collavino; nelle ottuse reiterazioni verbali di lui (“… qui c’è scritto…”, “… nostro padre, il padre mio e di B. …”); nello sbiadito, svogliato registro espressivo di lei, che ricostruisce con monocorde rassegnazione, senza alcun fremito emozionale, la cronaca della loro infanzia.
Tutto lo spettacolo è una sorta di scambio di battute fra assenti (trasparente il riferimento alle silenziose mosse di due giocatori di scacchi). Per quasi tutto il tempo i due personaggi parlano rivolti al pubblico, o a un interlocutore che non si vede. Solo sul finale sembra esserci un effettivo incontro fra i due, con una parvenza di dialogo, ma inconsistente, senza alcuna vera comunicazione: inconcludenti e scontati i gesti di lui; goffa, superficiale, quasi una parodia di attitudine materna l’atteggiamento di lei.
Con felice invenzione, la scarna scenografia di Nicolas Bovey prevede, al centro, una sorta di inquietante teatrino, che riproduce in scala ridotta e con una prospettiva illusoria, lo scorcio dell’interno di un appartamento, un corridoio (più volte citato da B., la sorella) sul quale si aprono varie stanze e una finestra. In esso l’illuminazione muta continuamente: ora un rosseggiante tramonto, ora il sole pieno, ora un livido taglio di luce; un contrappunto ad un tempo inquietante e discreto, in understatement, che accompagna le vicende puntigliosamente riferite dai due fratelli.
“La storia”, mi confida Valentina Diana, l’autrice, “è molto autobiografica. Ed è per questo che, pur essendo l’assistente alla regia, sono intervenuta pochissimo sulla costruzione dello spettacolo: era per me necessario mantenere una distanza”.
Di solito le vicende vere, personali, stentano a diventare creazione artistica convincente. Questo è uno dei rari casi in cui una storia offertaci con generosa, spudorata sincerità da chi l’ha vissuta, proprio nella decantazione, attraverso la sensibilità e l’intelligenza di un regista (Lorenzo Fontana), di due interpreti e di uno scenografo, diventa autentico teatro.

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foto Santoné

Lo spettacolo è andato in scena al
Teatro i

Via Gaudenzio Ferrari, 11 – Milano
da giovedì 7 a sabato 9 giugno, ore 21

Fratelli
di Valentina Diana
regia di Lorenzo Fontana
con Beatrice Schiros e Andrea Collavino
Scene di Nicolas Bovey
Produzione: Associazione 15 febbraio con il sostegno di Sistema Teatro Torino

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