Trentenni in cerca di sé

Il primo testo teatrale di Gherardo Vitali Rosati, esdito di un progetto di Residenza Artistica presso La MaMa Umbria International, va in scena a Spoleto 58 – Festival dei Due Mondi.

Fumo Blu è una riflessione autobiografica che il critico teatrale del Corriere Fiorentino effettua aprendo una finestra sull’esistenza di due trentenni – una danzatrice e un giornalista – presi a simbolo della condizione di precarietà generale e diffusa. La regia di Andrea Paciotto si lega bene a un testo basato su una storia semplice e attuale, in cui i protagonisti sono disposti a tutto pur di ottenere un proprio diritto: un lavoro stabile anticamera della sicurezza economica.

I protagonisti della vicenda narrata sono Paolo (Daniele Bonaiuti) e Claudia (Silvia Frasson). Lei ha circa 35 anni, lui qualcuno in meno. Per una qualsiasi coppia è difficile costruire – o, ancora di più, mantenere in piedi – una relazione che sia soddisfacente per entrambi e duratura nel tempo. Solo una forte intesa può rappresentare il giusto collante d’urto alle sollecitazioni del quotidiano, in grado di far superare ogni crisi. Tuttavia, il trentenne di oggi non sembra capace di vivere con piacere e in maniera piena una relazione e queste giovani coppie si trascinano giorno dopo giorno con monotonia, disperdendo le proprie energie alla ricerca di obiettivi che appaiono sovraumani, da supereroi. Tuttavia, le imprese che compiono non sembrano essere volte al bene collettivo, ma personale, semplicemente a garantirsi – per esempio – un compenso di 10 euro al pezzo, come accade a Paolo con la redazione con cui collabora. Verrebbe da chiedersi se Clark Kent, reporter e alter ego di Superman, lavorasse anche lui per queste cifre e avesse con Lois Lane gli stessi problemi di coppia.

Fumo Blu prende il via in un non luogo. Il palco è cosparso di quotidiani accatastati fra loro e chiusi in pacchi. Sembra che la cura con cui sono posti possa avere ripercussioni positive sia sul lavoro che sull’armonia di chi abita la casa. C’è una sedia posta davanti a un computer portatile, un paravento dove cambiarsi d’abito e una vetrata che spicca sullo sfondo. Questi sono i pochi elementi distinguibili. Da dietro la parete giungono in sala le note del violoncello di Lisa Yihwan Lim. Oltre agli intermezzi di violoncello, la musica ha grande importanza nelle scene con Going home di Leonard Cohen e altre sonorità anni ’80, intervallate da annunci di tragedie per mezzo di spezzoni tratti dai tg nazionali.

Lo spettatore viene posto subito davanti a una ipotetica biforcazione sul punto di vista da cui intepretare quanto gli accade di fronte. Paolo inizia a parlare e descrive una situazione: «prendi uno che si butta da una finestra». Con queste prime parole, l’autore lascia subito intendere una vena drammatica, ma anche surreale. Continua, Paolo: «Passa il buon samaritano e lo vuole salvare. Passa Newton e scopre la legge di gravità. Passa un giornalista e pensa a un titolo». Secondo Paolo, il giornalista è un animale. Se così non fosse, l’ipotetica storia da prima pagina non riuscirebbe a vederla. Da qui iniziano i paragoni scomodi con la madre divenuta famosa per il ritrovamento del corpo di Aldo Moro.

Claudia appare molto diversa da Paolo come personalità: ha altri interessi, molti dei quali legati al mondo dello spettacolo e della danza, altri che fanno emergere il suo essere semplice e spontanea. Quando chiede a Paolo cosa pensa del vestito che ha indosso, lui le risponde «bene» senza neanche guardarla perché impegnato a scrivere, provocandole, con questa mancanza di sensibilità, una forte delusione.

Il Fumo Blu del titolo è presente nel sogno ricorrente di Claudia, in cui l’appartamento ne viene invaso: Claudia ha la percezione della sua pericolosità, non riesce a far nulla per affrontarlo, neanche scapparne perché ne è confusa, quasi assuefatta a un trascinarsi giorno dopo giorno per paura che anche quello che sente sbagliato e che potrebbe farle del male l’abbandoni e la lasci sola. Una nebbia immaginaria che non le permette di vedere dove sta andando, ma che continua a seguire, che continua a dettare quei meccanismi che la vita quotidiana instaura, allontanando i mondi di due ragazzi che con le proprie forze cercano di emergere.

Claudia prova ad accettare se stessa e la presenza – a tratti solo apparente – di Paolo, rendendosi conto che nei momenti difficili della vita ci si ritrova soli perché l’altro, per quanto possa essere ben disposto, non ha potere di aiutala. Ognuno è una monade solitaria, incapace di soccorrersi, come dimostra l’approccio fuoriluogo da parte di Paolo, bruscamente respinto da Claudia, ancora sconvolta da quanto accadutole poco prima.

Poi un finale per tutti imprevisto e improvviso, quasi che l’autore volesse dare una chiave di lettura da teatro dell’assurdo alla sua opera. Un gigantesco boato richiama l’attenzione della coppia che si trova all’Isola del Giglio. Una nave da crociera urta sugli scogli, come se il destino avesse voluto dare a Paolo una chance per lo scoop che potrebbe finalmente dare una svolta alla sua carriera di giornalista. Non c’è Superman a salvare i malcapitati e il cellulare di Paolo squilla.

Forse, è il suo capo o qualcuno del giornale, ma lui non risponde. In genere, la furia di stare sul pezzo fa perdere a Paolo i momenti da condividere con Claudia, ma, dopo tanti sacrifici, che si sia reso conto che vorrebbero solo avere una vita normale?

Lo spettacolo è andato in scena
Cantiere Oberdan

piazza San Gabriele dell’Addolorata, Spoleto (PG)
nell’ambito della rassegna Spoleto 58 – Festival dei due mondi

Fumo blu
di Gherardo Vitali Rosati
con Daniele Bonaiuti e Silvia Frasson
regia Andrea Paciotto
scenografia Lorenzo Banci
costumi Aurora Damanti
luci Roberto Innocenti
aiuto regista, design video e suono Francesco Domenico D’Auria
assistente alla regia e musica dal vivo Lisa Yihwan Lim
traduzione in inglese e sottotitoli Nerina Cocchi
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana
progetto sostenuto – tramite una Residenza Artistica – da La MaMa Umbria International (2013-14)

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