Ritratti d’autore

Per la sua nona edizione l’ormai consolidato Festival Periferico sceglie come nuovo luogo deputato alla rigenerazione urbana attraverso l’arte e il teatro, il Villaggio Artigiano di Modena Ovest, simbolo della complessa periferia emiliana. Tra i tanti illustri e interessanti nomi che interverranno, ricordiamo Compagnia Abbondanza/Bertoni, Muta Imago, Claudia Catarzi, Isabella Bordoni, OHT – Office For A Human Theatre, Filippo Tappi, Leonardo Delogu. Per l’occasione Persinsala ha intervistato i componenti del Collettivo Amigdala.

La prima domanda, che ci sembra importante per definire il senso che volete dare alla nona edizione del Festival Periferico, riguarda appunto il suo nome: Alto Fragile Urgente. Potreste dare ai nostri lettori una spiegazione per ognuno di questi aggettivi?
Gabriele Dalla Barba: «È difficile  separare questi aggettivi dando un significato appropriato a ciascuno di essi. Generalmente questi tre aggettivi sono scritti sopra i pacchi che vengono trasportati da una destinazione a un’altra. Tre parole che quindi rimandano immediatamente al luogo che Periferico attraversa quest’anno: un quartiere a vocazione produttiva, abitato per lo più da imprese e da lavoratori.
Abbiamo immaginato di inviare un pacco, di concepire il Festival 2017 come il contenitore di qualcosa di fragile e urgente da spedire, come si fa con un messaggio. Infatti, all’interno di questo contenitore, vi si trovano un pensiero e una domanda, un pensiero intorno allo statuto dell’arte, e una domanda intorno allo statuto del sogno. La contemporaneità tende a relegare l’arte sempre più ai margini, lontano dal posto che le è appartenuto quando esercitava la funzione di controbilanciare la produzione di idee dei poteri di turno. Vorremmo, quest’anno, farci contenitori di un’interrogazione e condividerla, senza celare la sua debolezza, ma facendo del festival un ponte che attraverso il lavoro di svariati artisti può trasportare verso il pubblico una domanda così fragile per questi tempi, che supportano per lo più la spettacolarità e la potenza».

Erano all’incirca gli anni ’50-’60 del secolo scorso quando, negli Stati Uniti, Julian Back e Judith Malina con la fondazione del Living Theatre portarono un teatro d’avanguardia in luoghi non canonici, offrendo un gesto di rottura, anticonformista e passibile di svariate letture e interpretazioni. Siamo nel 2017 e il teatro continua – per fortuna – ad uscire fuori dal convenzionale anche in termini di luogo di rappresentazione. Nel caso del Festival Periferico, quali sono le motivazioni per le quali si scelgono luoghi altri rispetto agli spazi teatrali canonici e quali sono gli obiettivi che cercate di raggiungere?
Federica Rocchi: «Naturalmente siamo tutti debitori di quelle rotture e di chi le ha coraggiosamente incarnate. Tuttavia, credo che il contesto storico e i riferimenti politici in cui ci muoviamo siano talmente diversi da rendere molto difficile individuare una vera e propria continuità con le avanguardia del secolo scorso. Per noi il teatro e i luoghi canonici hanno una funzione imprescindibile, e devono resistere. Il nostro quindi non è tanto un lavoro di rottura rispetto alle istituzioni, con le quali anzi pensiamo sia importante costruire ponti e sinergie.
Quello che cerchiamo di fare è riflettere su una poetica degli spazi, della geografia dei luoghi che abitiamo. L’idea è di contaminare con altri linguaggi, con linguaggi che hanno un’ampiezza umana più propria, ambienti comuni, e luoghi che spesso incarnano un contraccolpo di decadenza della nostra cultura. Ci occupiamo dei residui, degli avanzi dimenticati, della loro dignità. Portando gli spettatori ad attraversare fisicamente una periferia attraverso il motore emotivo dell’esperienza artistica si ricuce un legame emotivo di quella persona con quello spazio urbano. È un lavoro singolo, personale, a volte individuale, non un processo di massa».

Siete giunti alla nona edizione: rispetto alle precedenti quali sono le novità e come è cambiato l’approccio della comunità circostante rispetto ad una realtà diventata oramai più che solida?
GDB: «Devo dire che ogni edizione è una novità, questa è una caratteristica strutturale della nostra natura nomade. Aggiungo che la novità nel nostro lavoro è sempre un estremo rischio, ogni anno produciamo un festival molto diverso dal precedente, in quanto i luoghi interpellano idee, drammaturgie, e modi non esplorati: ciascun anno non sappiamo quale sarà il risultato, siamo ciascuna volta nel rischio di un atto per il quale non si è mai abbastanza preparati. In questo la nostra origine teatrale è molto evidente, perché il teatro è l’arte dell’improvvisazione per eccellenza.
La comunità è curiosa e partecipe. Curiosità e partecipazione sono due reazioni che apprezziamo, che ci appartengono fin dal principio della nostra attività.  Vi è una solidità data dalla ripetizione, dalla continuità, ma la forma non è mai precostituita, quindi il pubblico, assieme a noi, non viene tanto ad assistere, ma piuttosto a scoprire il festival, e vedere che cosa succederà e quali luoghi attraverserà. C’è uno specifico desiderio di entrare in luoghi normalmente non accessibili, e questo è un aspetto importante del nostro lavoro: preparare un contesto a una visione e a un attraversamento. Inoltre, riscontriamo sempre la possibilità di aprire dei dialoghi con le comunità laddove vengono messe in gioco le competenze e le storie delle persone».

Nel lavoro di ricerca del luogo più adatto per le diverse edizioni vengono coinvolte anche maestranze altre rispetto alle canoniche figure teatrali, come architetti e urbanisti esperti del territorio. Ci raccontate più approfonditamente come avviene questo importante lavoro di dietro le quinte?
Sara Garagnani: «Il lavoro dietro alle quinte avviene attraverso una direzione non centralizzata, ma condivisa, anche gli artisti sono chiamati sin dal principio a pensare insieme a noi, oltre che con una rete assai diffusa di persone che affiancano il festival grazie alle loro specifiche competenze. Ci interessa proporre una riflessione attraverso la lente dell’arte, più che una rassegna di performance. Va da sé che lavorando sui luoghi, sugli spazi, siano coinvolti in questo lungo processo, che in genere incomincia non appena conclusa un’edizione, anche architetti e urbanisti, professionalità in grado di farci immergere nel senso della geografia delle città in cui viviamo. Silvia Tagliazucchi, in particolare, è un architetto specializzato in processi partecipativi che fa parte del nostro organico e ci aiuta a coordinare i rapporti con i territori. In generale, Periferico è un progetto che ha relazioni molto trasversali con settori normalmente non coinvolti in attività culturali: ad esempio i settori urbanistica e patrimonio dell’amministrazione comunale, ma anche le associazioni di categoria.
Amigdala stessa, d’altronde, è un collettivo formato da una teatrante, uno scrittore, una musicista e un’illustratrice!»

Cosa vorreste dire sul Festival Periferico che ancora non è stato detto? O, meglio, su cosa vorreste che il lettore/spettatore/fruitore ponesse maggiore attenzione?
Meike Clarelli: «Vorremmo spostare l’attenzione sempre di più verso il processo, pensando al di là della logica di uno spettatore che viene ad assistere ad un evento, e attende un senso o una sensazione. Al contrario, immaginiamo il pubblico come una parte imprescindibile del progetto, che è chiamato a contribuire al senso, a percorrere e a esaminare i luoghi proposti con la sua sensibilità e cultura. Come se fosse un rituale volto a ripensare i confini e le frontiere della città stessa, sia dal punto di vista del significato dei luoghi, che da quello più concreto del loro posizionamento nell’economia complessiva della comunità».

Periferico è un progetto di Amigdala
ideato e diretto da Federica Rocchi, Gabriele Dalla Barba, Meike Clarelli, Sara Garagnani
cura Federica Rocchi
suono Meike Clarelli
immagine Sara Garagnani
scritture Gabriele Dalla Barba
organizzazione, logistica, amministrazione Frida De Vreese
ufficio stampa Michele Pascarella e Silvia Mergiotti
social media manager Silvia Mergiotti
tecnica Davide Cristiani e Fabrizio Orlandi
coordinamento rapporti con il territorio Silvia Tagliazucchi
tirocinio Cuan Sommacal, in collaborazione con Master in Public History Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e Istituto Storico di Modena
volontari Diego Fiori, Alberto Vezzelli, Paolo Credi, Dino Zanasi
con la preziosa collaborazione di Eredi Cavallini, Silvio Lolli -Fabele, LUOGO –spazio eventi con cucina, Bianco Creative Studio Design, Learco Menabue, Circolo Piazza, Angelo Fantoni e famiglia, Rossana Lusvardi e Angelo Canali, Silvia Sitton, Matteo Diici, Trame 2.0 e Laboratorio Tric e Trac, Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena; Quartiere 4 del Comune di Modena; Ministero per i Beni e le Attività Culturali
con il patrocinio di Regione Emilia Romagna
un ringraziamento a Nicola Ferrari; Patrizia Canali; Donatella Caselli;Angelo Canali; Andante Coordinamento Teatrale, Instabile 19, Teatro dei Venti, Drama Teatri, Aliante Cooperativa Sociale
punto ristoro a cura di: Keller
Nell’ambito di Andante 2016/17, progetto selezionato attraverso il bando Rassegne teatrali 2016 promosso e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

Info e programma su: Perifericofestival.it

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