Ritratti d’autore

Presso il teatro Morlacchi di Perugia è andato in scena Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, diretto e interpretato da Gabriele Lavia, uno dei massimi esponenti del teatro degli ultimi quarant’anni in Italia.

L’attore e regista ci ha concesso un’intervista esclusiva nei camerini del teatro a margine della rappresentazione.

Sei personaggi in cerca d’autore è un successo universale?
Gabrile Lavia: «L’opera non fu inizialmente accettata nel 1921 dal pubblico romano, ma poi andò a Milano e fu un trionfo. Da allora non fu più criticata e questo può dirla lunga sul pubblico romano, non certo sul valore di Sei Personaggi. Al teatro Manzoni di Milano, l’opera ebbe un trionfo e andò subito in scena a Parigi, Berlino e New York venendo considerata per ciò che è: un capolavoro assoluto che sta vicino all’Edipo Re di Sofocle, non si può paragonarla ad altro».

Un’opera in cui il teatro parla di se stesso.
GL: «È quella cosa strana che poi è stata chiamata ‘teatro nel teatro’ e nella storia della drammaturgia di tutti i tempi è accaduto diverse volte, a esempio in Shakespeare con The play within the play. Pirandello si chiede se sia possibile per l’uomo incarnare la verità dell’essere umano, il tema di fondo non è se un attore può incarnare ‘veramente un personaggio. C’è sempre nel testo un rapporto tra il veramente e il realmente. Pirandello essendo un filosofo usa questi avverbi di modo a ragion veduta. Il personaggio è una verità assoluta, mentre l’uomo e in particolare l’uomo borghese di una certa società italiana del 1921 che si avvia verso un certo modo di essere non può rappresentare la verità, ma sarà sempre un pupazzo. Pirandello affermò che la vita è una grande ‘pupazzata’ in cui gli uomini non sono uomini, ma attori che incarnano un ruolo che una società gli impone, alcuni uomini hanno più ruoli. Il personaggio di Ciampa nel Berretto a sonagli chiede se deve indossare la corda civile [Lavia mima il gesto di indossarla, ndr] “ora sono il personaggio civile”. La stessa cosa succede se devo mettere la corda pazza».

Da un punto di vista essenziale cosa succede nei Sei personaggi?
GL: «C’è una società borghese che sono gli attori che la rappresentano, ognuno con il proprio ruolo. Essi devono incarnare il teatro: la verità assoluta, il mito e la tragedia. Quando la società italiana vuole incarnare la verità intesa come tragedia succede una farsa. Nel momento in cui nei Sei Personaggi gli attori rifanno la scena del camerino ne esce una bieca farsa che ha bisogno anche del suggeritore. L’incapacità di questo Paese di incarnare la tragedia è la vera tragedia di questo Paese. È un testo politico se vogliamo. Il personaggio è una entità astratta che non ha bisogno di fare se stesso, il personaggio è sé stesso. Quando i personaggi affermano “io non mi ci ri-trovo / io non mi ri-conosco” è perché magari lo specchio non è tondo come è stato descritto dall’autore o il tono di voce non è adeguato. Se prendiamo il Manzoni, un Bravo dei Promessi Sposi che non fa il movimento di prendere un coltello, che non sia quel coltello dal manico bello, non è lui».

Secondo lei Pirandello si riconoscerebbe nella sua rilettura di quest’opera?
GL: «Le didascalie che io leggo stanno a indicare che non voglio fare la rappresentazione a modo mio, ma voglio farla esattamente come è stata scritta. Infatti recito: “Il figlio resterà proteso, attraverserà lentamente la ribalta, scenderà l’altra scaletta, ma non riuscirà”. Così come lo ha pensato Pirandello noi lo rifacciamo, tradendolo sicuramente, però cercando di farla il più possibile fedele all’originale. Il tradimento è inevitabile, ma non c’è un tradimento se a priori non c’è una fedeltà».

Lei, quindi, non cerca di dare una sua risposta con questa rappresentazione?
GL: «Io sono un regista che fa anche l’attore, non cerco la mia di verità. È un discorso molto complesso sulla regia e sulla recitazione. La regia è un momento storico di passaggio che è già finito. Noi siamo gli ultimi rampolli di una forma d’arte che è bastarda. I registi di teatro sono impotenti di fondo non contano veramente nulla. La vera grande rivoluzione sarà quando i registi saranno cacciati in malo modo dal teatro e il teatro tornerà a essere degli attori. Nasce la regia con la morte del grande attore e purtroppo non ci sono più grandi attori. Devo confessare che i grandi attori mi mancano, preferirei qualche grande regista in meno ma qualche grande attore in più».

In scena anche sua figlia Lucia in un ruolo che fu di Monica Guerritore. Il teatro ha per lei anche il significato di famiglia?
GL: «Non necessariamente. È un caso, una coincidenza il fatto che Lucia reciti con me in Sei Personaggi in cerca d’autore, ho sperato che i miei figli non facessero teatro nella loro vita».

Lei crede che nella società attuale esistano dei personaggi come li intende Pirandello?
GL: «Non credo. L’arte è assoluta. Pirandello era un genio, forse il più grande poeta dell’epoca moderna, probabilmente paragonabile solo a Boccaccio. L’arte del teatro è essenziale, posso trovare l’essenza di me nell’Edipo Re, mentre in un testo scritto questa mattina non la trovo».

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