Una burla in ton garbato: ti à piaciato?

Dalle polveri di un teatro in disarmo, rinasce Gastone, araba fenice del ricercato amato dai Londrini

In ciascun uomo, spettatore consapevole o mero “utente” occasionale di affabulazioni teatrali, cova immancabilmente un critico severo, sempre pronto a commisurare «l’ilarità (o il pathos) goduti a teatro» con le proprie disattese aspettative.
Alla lettura del titolo e alla facile intuizione che si tratti della rivisitazione di uno stereotipo degli anni ’20, prende istintivamente corpo uno scetticismo palpabile che si interpone subito tra la voglia di godere di antichi “lazzi” grotteschi e la provocazione di cinque giovanissimi attori che scelgono, a quasi un secolo dal suo successo, di misurare il proprio talento nientemeno che con Ettore Petrolini. Figurarsi.
L’istintivo, cinico sospetto è però, almeno in questo caso, decisamente malriposto e si sgretola in fretta.
Il rapporto tra i cinque teatranti e il vacuo e laconico Gastone lo si intuisce ancor prima che salgano sul palco, quando irrompono dal fondo della platea coinvolgendo lo spettatore mentre ancora si sta accomodando in poltrona.
Il pretesto è originale. Viene “graziosamente concesso”, a una giovane compagnia in cerca di affermazione, l’ultimo allestimento di un teatro abbandonato, che dovrà presto cedere il posto a un centro commerciale. Gli attori, durante un godibilissimo sopralluogo, “inciampano” in una vecchia valigia e nel magico mondo di ricordi che essa contiene e, pur avendo in testa ben altro, si lasciano contagiare dalla irresistibile maschera dell’antico «viveur e danseur, l’uomo rovinato dalle donne e dalla guèra». Il liso e sdrucito Gastone, decomposto, decontestualizzato ma ben metabolizzato, diviene così paradossale e mirabile metafora del declino dell’uomo moderno, «tanto vuoto e senza orrore di se stesso» da far dimenticare, a tratti, persino l’originale.
L’intensa, malinconica poesia di un teatro, di una “lingua” e di una visione del mondo che non esistono più e che scompaiono inesorabilmente anche dalle rappresentazioni sceniche, sono restituiti grazie al filtro anagrafico dei protagonisti che, senza mai indulgere nella tentazione di una facile imitazione, trovano il giusto interruttore per accendere i riflettori sulla imprevedibile, spavalda e ficcante attualità del Grande Petrolini.
La Roma semplice e ancora così familiare della “lana mortaccina” («la lana delle pecore morte de’ malatia», si spiegava nel ’58 in Ladro Lui, Ladra Lei di Zampa) pende – come la nostra Italia – dalle labbra di falsi miti, di fatue apparenze, alla spasmodica ricerca di un effimero quanto vano e cialtronesco successo.
Eppure, per parlare (bene) di questa pièce non sarebbe neppure necessario scomodare il genio di Petrolini. Almeno per quelli – come chi scrive – cresciuti da un nonno “Fortunello” a “pane e Salamini”, o per i giovani spettatori sotto la quarantina i quali, grazie ai numerosi “eredi” del grande comico, come Proietti, Scaccia e Fiorentini, hanno goduto – spesso inconsapevolmente, tanto il grande attore romano è oggi misconosciuto ai più – di molto repertorio petroliniano.
Uscendo dalla Sala Orfeo, che con l’intimo raccoglimento dei suoi antichi volumi offre una magnifica location per l’incipit della commedia, si ha infatti la netta sensazione che i protagonisti siano bravi, tecnicamente preparati e di talento. Bravo il “Capocomico” nei panni di Gastone, cipiglio di primordine, che come un attento e raffinato caricaturista coglie bene l’essenza clawnesca ed amara di quella «satira efferrata»; brava la chanteusette dotata di tecnica in evidenza; brava la sorella di lei, che tanto ha ricordato la spontaneità alla Marisa Merlini o alla Ave Ninchi, bravi i due attori nei panni di Armando ed Alfredo, alle prese con una romanità desueta e tutt’altro che istintiva, difficile da riproporre anche per un romano doc.
Il merito, i cinque giovanotti, debbono senza dubbio condividerlo però con chi Gastone lo ha riletto, metabolizzato e rivitalizzato in chiave moderna, senza appesantirlo con sovrastrutture che nulla di più o di meglio apporterebbero al buon lavoro svolto dal colto Massimiliano Coccia con il quale è d’uopo approfondire al termine dello spettacolo.
Si scopre, così, che quanto si conosce oggi dello scarno patrimonio archeologico dell’opera di Petrolini è solo la punta di un iceberg, che stanno per scadere i termini perché possa divenire – per dirla con Gastone – «di dominio pubblico», e che tanto ancora si potrà fare per accontentare chi lasciò detto di sé: «In fondo sono convinto che, scomparso un attore, tutto scompare con lui. E siccome io amo la longevità penso che se io mi defungo, quando mi si udrà, quando mi si leggerà, sarò io a tornare e mi sembrerà di rivivere. E se fossi convinto che, quando parleranno di me, io tornerò a sentire, Vi sembra poco, anche se fosse un’illusione?»

Lo spettacolo continua:
Teatro dell’Orologio – Sala Orfeo
via dei Filippini, 17/a – Roma
fino a domenica 20 novembre
orario: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.00

Gastone. Storia di teatro, dell’amore e di altre facezie
di Massimiliano Coccia
regia Massimiliano Coccia
con Alessandra Sani, Ivan Bellavista, Gerry Gherardi, Sara Platania, Alessio Rizzitiello
scenografia Francesco Petrone, Grazia Amendola
musiche originali Roberto Fiore
audio e luci Marco Scattolini
aiuto regia Martina Donati

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