Il tempo del teatro

Nell’ambito di un progetto di residenze estive, organizzate grazie al sostegno del Comune di Seravezza e di Fondazione Terre Medicee, l’associazione If Prana ha presentato, giovedì 18 agosto, un incontro con Silvia Pasello e il gruppo di lavoro al suo nuovo progetto, Geografie Amorose, incentrato sul recupero di un senso autentico e radicale della relazione.

Le residenze organizzate da If Prana sono frutto di un intento preciso, proprio dell’associazione: quello di riconsegnare lo spazio teatrale alla comunità, aldilà dei tempi strettamente legati alla rappresentazione degli spettacoli; ossia, restituire il teatro come luogo di incontro e cultura per le persone.
Dopo le prime ospitalità – che hanno visto protagonisti Gaia Saitta, Marco Brinzi, Silvia Bennet e Debora Mattiello – la scorsa settimana è stata Silvia Pasello, insieme alle attrici Maria Bacci Pasello, Caterina Simonelli (regista e attrice di IF Prana), Silvia Tufano e alla drammaturga Silvia Rubes, a “prendere casa” nel Teatro delle Scuderie Granducali.
L’incontro con il pubblico, svoltosi presso il Caffè del Palazzo, è stato l’occasione per confrontarsi con gli spettatori su alcune grandi questioni che animano il nuovo progetto. Quest’ultimo nasce da un forte sentimento di solitudine e di nostalgia per un altro modo di fare e vivere il teatro – che l’attrice Silvia Pasello ha raccontato di avere vissuto quando ha incontrato il palcoscenico.
Protagonista della ricerca degli anni Ottanta, Pasello ha vissuto in prima persona il fermento e il fervore di un periodo (tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80) in cui fare teatro, in Italia, voleva dire partecipare a una piccola rivoluzione animata da giovani e studenti; fare una scelta di vita diversa; entrare in relazione con esseri umani altri; incontrarsi nel profondo, sfuggendo alle logiche della società e del mondo teatrale ufficiale.
Geografie Amorose dà espressione al bisogno di recuperare un modo produttivo che è stato abbandonato o dimenticato; e, in ogni caso, travolto, negli ultimi anni – caratterizzati dalla sempre più frenetica e pressante attività dell’apparato produttivo e dalle logiche commerciali, in cui i tempi del lavoro sono dettati da esigenze esterne e non da necessità intrinseche all’arte.
Come afferma Pasello: «Il teatro come fatto e luogo culturale, aldilà della singola rappresentazione, è scomparso; lo spettacolo è solo un oggetto; e il tempo del pensiero, delle domande sulla natura del teatro e sul suo linguaggio, è sparito (fra l’altro, un linguaggio che è propriamente umano, perché aderente alla nostra fisionomia). Ciò che anima il progetto è la grande nostalgia di un teatro inteso come laboratorio di relazioni e come modo di vivere».
L’impresa consiste nel tentativo di recuperare il tempo di maturazione del lavoro, del rispetto e ascolto attento di questo stesso tempo. Sotto un certo punto di vista, ricordano le attrici, si tratta di un vero e proprio lusso, di una riappropriazione ribelle del proprio ritmo, a dispetto delle modalità produttive usuali – una scelta, questa, che comporta l’assunzione di un grande rischio. Il metodo di lavoro che il gruppo sta adottando è perciò fortemente inusuale e rappresenta una sfida: riuscire a tenere fede a questo ideale, a resistere alla pressione di dover fare uno spettacolo, concedendosi il tempo necessario (con divagazioni, esplorazioni, approfondimenti di aspetti che emergono, a mano a mano, nel lavoro). Nella speranza di (ri)trovare un metodo di lavoro inerentemente teatrale, logico, coerente, creativo.
Come punto di riferimento nel percorso di esplorazione ed elaborazione, nonché forte riferimento tematico, è stato scelto il testo di Marguerite Duras, Savannah Bay. Dedicato esplicitamente alla figura della grande attrice francese Madeleine Renaud, il testo parla di teatro, di relazione, di costruzione di identità, attraverso l’indefinita relazione fra due donne, una più anziana e l’altra giovane. La prima, depositaria di una memoria – che, però, è frammentata – e la seconda, cacciatrice di questa memoria.
Anche il momento di elaborazione del testo appare molto interessante, così come raccontato dalla drammaturga Silvia Rubes, che parla di un lavoro tutto artigianale, di ascolto e scoperta della parola teatrale durante le prove. Un rapporto profondo con un testo straordinariamente poetico, come quello della Duras, in cui le parole hanno sempre molteplici significati, le frasi sono essenziali, le relazioni e i temi sono affrontati in modo indefinito e vago ma, allo stesso tempo, estremamente pregnante.
Oltre ai temi del teatro, dell’attore e dell’identità, si esplorerà anche quello della verità, o meglio, della scoperta di quanto le nostre verità siano inconsistenti, fragili, irreali, in attesa di una decostruzione. In fondo, è anche a questo che serve il teatro: a sottrarre certezze – quelle stolide, quelle dei grandi uomini forti.

L’incontro si è svolto:
Caffè del Palazzo

Seravezza (Lucca)
giovedì 18 agosto, ore 18.00

Geografie Amorose
con Silvia Pasello, Silvia Rubes, Caterina Simonelli e Silvia Tufano
organizzato dall’associazione If Prana
in collaborazione con la webzine teatrale Lo Sguardo di Arlecchino

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