Ritratti d’autore

Giancarlo Moretti, autore e regista di Venerdì si gioca, andato in scena a Carrozzerie n.o.t dal 12 al 14 marzo 2015, ci parla del suo ultimo spettacolo e del teatro delle emozioni.

Da cosa nasce questo spettacolo e a quali autori si è ispirato, se lo ha fatto, per la sua genesi?
Giancarlo Moretti: «Venerdì si gioca nasce da due gesti: scavare e seppellire. La buca che durante tutto lo spettacolo Carlo scava per occultare delle batterie auto esauste e che poi diventa la misera tomba di Ilenya, è metafora di ciò che è nascosto. In realtà scavando nessuno sa bene cosa troverà e neanche cosa poi andrà necessariamente a riempire questo spazio vuoto. Devo dire che mentre scrivevo pensavo ad alcune scene di Beckett, Finale di partita, Giorni felici, ma non credo che si possa chiamare ispirazione, anche se ne sarei lusingato».

I due protagonisti, Daniele e Carlo, sono diversamente amici: accomunati dall’intimità del trascorso insieme, ma allontanati dal modo di vivere la quoditianità, sembrebbe più facile vederli entrambe vittime (della società), piuttosto che carnefici (dell’altro). Condivide questa interpretazione?
GM: «Sì, entrambi frutto della distrazione della societa nei confronti dei giovani. Diversamente vittime, anche se in Daniele c’è una sofferenza più profonda e nascosta che lo porta ad odiare chi tenta di salvarsi desiderando l’onestà, la purezza, cercando ancora di avere dei sogni da inseguire».

La storia sviluppa piani temporali solo in apparenza semplici e lineari, perché costruiti sull’intreccio tra la vacuità del presente, la pesantezza di un passato che condiziona e l’assenza del futuro. Ne esce fuori un ritratto di pesante pessimismo nei confronti del mondo che le generazioni di mezzo si trovano a vivere: il suo teatro vuole lanciare un monito o fare una constatazione?
GM: «Il teatro è azione, e ciò lo rende paradigmatico. Davanti a questa storia così semplice ma allo stesso tempo emblematica di un disagio umano, lo spettatore deve vedere quello che normalmente legge in un trafiletto di cronaca o in lunghissime trasmissioni televisive, entrambe situazioni di filtro. Qui, invece, il gesto è davanti a lui, le persone esistono in quel momento ed in quello spazio, anche se sono metafora sublimata di ciò che è veramente. Carlo Daniele ed Ilenya sono il “possibile” dell’esistenza. A questo punto, anche se ritengo che conoscere l’opinione dell’autore è un fatto secondario, è innegabile che Venerdì si gioca è una storia di cinica banalità del male».

Dal punto di vista della drammaturgia, il climax e lo scioglimento, ovvero il momento successivo al tragico epilogo, ci sembrano essere giocati troppo repentinamente. Non pensa di correre il rischio di non dare al pubblico un adeguato spazio per la riflessione?
GM: «Potrebbe anche essere, sì. Comunque è un tempo di reazione che volevo raggiungere, mirante più allo stupore ed al disorientamento che alla riflessione. Magari, spero, la riflessione arriverà dopo, all’uscita, nelle conversazioni mentre si torna a casa o il giorno dopo. Sarebbe sicuramente bel risultato».

Una domanda di carattere generale: lei, oltre che regista, è autore dei suoi allestimenti: qual è la cifra della sua drammaturgia?
GM: «Io lavoro a quello che definisco il teatro delle emozioni. Cerco una strada che esplori la profondità degli stati d’animo e che sia in grado di coinvolgere il pubblico. In questo mi affido moltissimo al testo, alla forza della parola, alle qualità dell’attore ed a una regia asciutta. Ricerco l’adesione alle unità aristoteliche di tempo, luogo ed azione, e convoglio l’attenzione verso un unico obiettivo, anche se, per il pubblico, si svelerà solo alla fine».

Una curiosità: c’è un testo classico o contemporaneo che vorrebbe mettere in scena?
GM: «A maggio porterò in scena Zoo di vetro di Tennessee Williams in una lettura particolare, spero che sia un’operazione felice di rilettura di questo grande classico».

Una chicca per i nostri lettori: ci anticipa i suoi progetti futuri?
GM: «Continuare su questa strada. Ho dei miei testi inediti che vorrei far conoscere al pubblico e cerco una strada che li possa valorizzare. Ci sono molte cose che bollono in pentola e spero che la prossima stagione sia ricca di soddisfazioni».

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