Ritratti d’autore

Intervistiamo il capitano del Teatro La Comunità, nonché l’ideatore e regista di The DUBLINERS by James Joyce. 15: THE DEAD – Part one, spettacolo che il nostro Alfredo Agostini nella sua recensione ha definito «visionario con misura, un sogno lucido […] lontano dall’essere una drammaturgia didascalica» e che, a grande richiesta, proseguirà fino al 21 dicembre: Giancarlo Sepe.

Iniziamo dal grande successo del suo ultimo spettacolo, The DUBLINERS by James Joyce. 15: THE DEAD – Part one. Come nasce, se lo aspettava e come lo vive?
Giancarlo Sepe: «Dai miei spettacoli di solito non ricavo durante la lavorazione nessun tipo di certezza, proprio perché il tempo che dedico alle prove è notevole (3 o 4 mesi) e più ci si addentra nella materia messa al centro della nostra attenzione più crescono i dubbi. Quando proviamo l’umore della compagnia passa dall’esaltazione allo scoramento più tetro. Una volta pronti per la scena, non siamo sicuri di nulla, però ci sentiamo con la coscienza a posto (almeno quella). Il successo di The Dubliners è una vera sorpresa, sin dal festival di Spoleto, ma qui a Roma ancora di più. Sembra di essere tornati all’età dell’oro della sperimentazione: quando faceva tendenza andare nei piccoli teatri off e le sale erano sempre piene. Una vera felicità che porterà altri progetti a prendere corpo».

Ci racconta un aneddoto su come ha realizzato il passaggio dal testo alla messa in scena?
GS: «La cosa non è facilmente riconducibile ad un aneddoto, prima d’intraprendere questo viaggio, ho tenuto 4 laboratori con più di 80 attori su Joyce e Dubliners al Teatro La Comunità nel 2012: ci sono voluti due anni per mettere in lavorazione il tutto. Posso solo dire che quando decisi di lavorare sui racconti di Joyce, rovistando nella mia libreria, trovai ben 8 edizioni di Dubliners e 6 saggi sull’autore, come dire che era destino che io l’affrontassi, avevo trovato in casa tutte le sollecitazioni perché, prima o poi, mi risolvessi ad affrontarlo».

Il Teatro La Comunità continua a essere uno spazio controcorrente, che non cerca le luci della ribalta, ma punta tutto sulla qualità, valorizzando i giovani e i grandi autori. Dal punto di vista economico, come riuscite a finanziare questa attività? Ricevete finanziamenti pubblici?
GS: «La Comunità è un benemerito antro delle streghe, delle malìe, dei sortilegi. L’ho fondata nel 1972 e ho sempre fatto scelte che la preservassero dal concetto di teatro d’affitto. Prima avevamo una piccola sovvenzione, poi, tramontata l’attenzione su questi palcoscenici così particolari, le sovvenzioni sono svanite e io mi sono arrangiato di volta in volta come potevo. Del resto penso che la vera ricerca abbia bisogno di uno spazio che di momento in momento possa ridursi o cambiarsi secondo le esigenze che ti costringono a leggere le cose con simmetrie e asimmetrie sempre diverse. I soldi li prendo dai miei altri lavori su commissione e da compagnie che intendono co-produrre lo spettacolo in gestazione. Niente sovvenzioni, quindi».

A grande richiesta le repliche di The DUBLINERS by James Joyce. 15: THE DEAD – Part one sono continuate fino al 30 novembre: come proseguirà la stagione del Teatro La Comunità?
GS: «La stagione del teatro La Comunità proseguirà da metà gennaio con La palestra dell’attore che personalmente conduco per preparare gli attori, secondo un mio personale metodo legato alla musica, un profondo sentire e una particolare accensione dei sentimenti, rigenerati nell’attore che recita. Da metà febbraio si riprenderà lo spettacolo che nella scorsa stagione ha avuto tanto successo: Amletò (gravi incomprensioni all’Hotel du Nord). Credo che non sia del tutto conosciuto dal grande pubblico, e credo possa farsi conoscere per distribuirlo in altre città, anche Parigi. Da ottobre andrà in scena Sudori freddi di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, geniali scrittori di gialli amati da Hitchcock: per la prima volta vedremo in teatro il giallo, come lo potremmo vedere al cinema, con primi piani, dettagli, e fughe sui tetti, ovvero Le theatre noir».

Impossibile non chiederle una opinione su quanto succeso al Teatro Eliseo, del quale a oggi non si conosce la reale sorte, e che fino a poche settimane fa annunciava un rilancio attraverso la sua collaborazione alla direzione artistica.
GS: «Che vuole che dica. Avrei dovuto cominciare a lavorare come consulente alla direzione artistica dal 2015, mi è stato chiesto di ideare un programma triennale, e ho proposto una cosa che mi sta molto a cuore: Il teatro e il romanzo, ovvero come tradurre sul palcoscenico la forza di uno scritto imponente e granitico come quello che non ha bisogno né di attori, né di scene, regie, luci ed altro, solo il componimento letterario. Dell’Eliseo, storica sala nata nel 1900, tutto si poteva pensare tranne che chiudesse durante la stagione in corso, con abbonati e scritturati, e che forse ci sarebbe stato bisogno di una vera ‘intrusione’ del pubblico nel privato: un’indignazione che impedisse l’impasse drammatico in cui è precipitato. Comunque credo che il mio programma, preparato per l’Eliseo, vedrà la luce grazie alla compagnia Bis/Tremila diretta da Marioletta Bideri sotto la mia direzione artistica».

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