Ritratti d’Autore

Cogliendo l’occasione della presentazione del Cartellone 2018/2019 del Teatro Cantiere Florida, ci sediamo nel giardino della Limonaia di Villa Strozzi a Firenze – serra fredda nell’Ottocento, oggi location di Tempo Reale Festival. E in questo parco restituito alla collettività, parliamo della situazione teatrale toscana con Gianluca Balestra: «Io affermo che chi detiene il potere in questo ambito non fa bene il proprio lavoro, non si confronta con una struttura piccola, ma vivace, come la nostra per cercare di evolvere pensieri e progettualità oltre l’ambito istituzionale»; di Compagnie emergenti con Laura Croce: «Pensiamo a Scenario, quante generazioni di giovani straordinari ha distrutto? Perché incentivava una certa modalità di produzione che, al contrario, svuotava di senso il percorso vero di crescita dell’artista»; dei limiti della distribuzione con Angela Torriani Evangelisti: «Il problema è immane. O si ha la fortuna di avere un collaboratore molto competente in questo settore, oppure sono i direttori artistici che, in prima persona, devono cercare di vendere lo spettacolo». Ma anche, con tutti e tre, della disaffezione del pubblico e del coraggio di rischiare. Tre operatori che non temono di mettersi in gioco e, al contrario, rivendicano: «Abbiamo bisogno di abbattere mura non per creare un regno più grande, ma per spaziare finalmente su un terreno neutro».


Sala Fontana di Milano, Cantiere Florida di Firenze. Elsinor, di cui è Presidente, abita entrambi gli spazi. Quali differenze nota tra le due città a livello teatrale?
Gianluca Balestra: «Milano è sveglia, viva. Firenze sta sonnecchiando un po’. Mi spiego con chiarezza. Firenze non è più all’altezza del suo lignaggio a livello culturale. Ciò che ha rappresentato per anni questa città, nella ricerca e nella sperimentazione, si è perso completamente. Noi, al Cantiere Florida, sentiamo il dovere – e non come una riserva indiana di pochi ma buoni – di proporre in maniera ragionata un’offerta altra, che tenti di colmare almeno in parte questo gap. Milano, storicamente, è sempre stata la capitale del teatro italiano anche perché è lì che è nata, dalle ceneri di una guerra, l’esperienza del Piccolo e poi, negli anni, è stata in grado di generare Compagnie, sperimentazioni, organismi e anche pubblico. A Firenze, al contrario, ci chiediamo chi detenga in questo momento la maggioranza delle azioni della nostra S.p.A. culturale. Io affermo che chi detiene il potere in questo ambito non fa bene il proprio lavoro, non si confronta con una struttura piccola, ma vivace, come la nostra per cercare di evolvere pensieri e progettualità oltre l’ambito prettamente istituzionale. Ovviamente, esistono dei teatri che rappresentano l’istituzione massima in questa città e, lo ripeto, mi sembrano maggiormente sonnacchiosi rispetto ad altre realtà territoriali. E questa non è una critica che nasce da velleità personalistiche o da una rivalità o un dualismo a prescindere, bensì si sente il bisogno di un’impronta precisa data attraverso lo strumento maggiore oggi presente. Firenze sta vivendo un momento di ripiegamento. Noi abbiamo bisogno di abbattere mura, non per creare un regno più grande ma per spaziare finalmente su un terreno neutro ».

Qual è la situazione per quanto riguarda la danza?
Angela Torriani Evangelisti: «Direi che in Toscana, grazie anche al lavoro fatto sulle residenze, di danza si parla tanto, le proposte sono molte e mi pare ci sia un bel fermento. A Firenze, in particolare, esistono situazioni forti, importanti e significative».

Da alcuni anni si registra una disaffezione del pubblico verso il teatro e, forse anche per ragioni economiche, rispetto alle varie istanze culturali – dall’arte al cinema. La vostra opinione?
Laura Croce: «Io sono per natura pessimista ma, secondo me, la situazione è tragica. Come per tutto il resto della società, esistono delle isole che se cercate, coccolate, educate, rispondono ancora bene. Però le persone non vanno più a teatro. Le statistiche recentemente pubblicate sono raccapriccianti. Per quanto riguarda la Toscana, ad Arezzo e Grosseto l’86% delle persone non si è recata a teatro nemmeno una volta in un anno. La situazione sembrerebbe leggermente più felice a Firenze, ma di poco. E per il cinema non va meglio. Anche se non so spiegarmelo, registro questo distacco, questa difficoltà delle persone a investire tempo in un’attività che è considerata emotivamente noiosa. D’altro canto, basta poco a indurre una curiosità. A volte, un progetto di privati che regali un abbonamento annuale a un teatro. Abbattendo il problema economico, e incontrando anche lo spettatore per tranquillizzarlo su quanto vedrà, la risposta cambia».

Questa involuzione del teatro in Toscana e la disaffezione del pubblico non potrebbero essere superate anche con un maggior coinvolgimento del teatro nel tessuto sociale, con l’apertura del teatro verso luoghi altri? E penso, ad esempio, all’esperienza di Scena Libera – riflessioni dal carcere, proposta al Florida nel 2017.
L. C.
: «Questa è l’unica via, secondo noi. Nel 2017, ad esempio, come Murmuris abbiamo organizzato un Festival all’interno di Sant’Orsola (Mondi Possibili, dal 10 al 14 ottobre, n.d.g.). Un monastero abbandonato nel cuore di Firenze, in un quartiere che potrebbe essere il salotto buono della città e, al contrario, soffre del degrado più totale – un autentico scandalo urbanistico. Abbiamo animato quello spazio con spettacoli, di cui uno itinerante, la proiezione di un film di Ermanno Olmi, Il mestiere delle Armi, la musica. Per quanto riguarda il carcere, da diversi anni collaboriamo con la Compagnia di attori-detenuti di Sollicciano, e tra poco uscirà il documentario che riprende le prove dell’ultimo spettacolo, Le Mille e una Notte. Tutto ciò non solamente per intercettare spettatori altri ma perché, sulla questione carceraria, il teatro deve necessariamente dire qualcosa e il dialogo con le istituzioni deve essere reale e costruttivo».

Non pensate che la prosa, ma anche la danza, abbiano sempre più problemi a livello distributivo, anche a causa di un sistema che incentiva la produzione bulimica?
A. T. E.
: «Il problema della macchina distributiva è immane. O si ha la fortuna di avere un collaboratore molto competente in questo settore, oppure sono i direttori artistici che, in prima persona, devono cercare di vendere lo spettacolo. Se pensiamo a una tra le nostre ultime produzioni di danza, Egon. Introspettiva da Klimt a Schiele, si nota come la versione site-specific con un solo danzatore e i musicisti dal vivo, presentata anche a Orizzonti Verticali 2018, sia stata venduta in tanti spazi e manifestazioni diverse; ma per la sua versione originale – con tutto l’apparato scenografico e i quattro danzatori – non riusciamo a trovare situazioni adeguate perché necessita di un certo budget ed è uno spettacolo molto elaborato anche dal punto di vista tecnico. Nella versione completa lo riprenderemo giusto a Modena, a novembre. Purtroppo in Italia soffriamo di un complesso nei confronti delle Compagnie straniere, che ospitiamo anche quando si presentano con ensemble importanti, mentre dei danzatori italiani vendiamo soprattutto gli assoli. La scelta che ho fatto, da 25 anni a questa parte, legando l’aspetto produttivo a quello della programmazione, mi ha portata, sì, a collaborare con gli artisti stranieri – privilegiando i progetti a lungo termine perché gli stessi potessero confrontarsi davvero con quelli italiani – ma la mia priorità è sempre stata quella di lavorare con i danzatori italiani. E vorrei anche sottolineare un altro aspetto. Ossia quello dei giovani autori, che hanno bisogno di situazioni che, in qualche modo, li proteggano. Non si può semplicemente farli debuttare, senza preoccuparsi del numero di spettatori e, quindi, del clima che li accoglierà».
L. C.: «Concordo. Ma a volte la guerra è tra artisti e direttori. Noi tre, che ricopriamo entrambi i ruoli, in quanto produciamo ma programmiamo anche le Stagioni al Florida, ci rendiamo conto di quanto sia difficile chiamare degli sconosciuti senza avere una protezione, senza le risorse per fare un lavoro serio sul pubblico. Non ha senso appuntarsi la medaglia, mettendo in scena il giovane se ha di fronte una platea di due persone».

Il Teatro Cantiere Florida dà spazio anche alle generazioni emergenti, e non solamente con il Progetto Materia Prima, dove ospiterete, ad esempio, Marta Cuscunà. Non pensate, però, che la categoria istituzionale degli under 35 stia diventando una gabbia e non sia più una rete di protezione?
G. B.
: «Non si può ingabbiare la creatività. L’under 35 è semplicemente un tentativo di normare da un punto di vista tecnico qualcosa che, effettivamente, essendo arte, non si può normare. Secondo me, è un possibile incentivo che, come qualunque altro strumento, va utilizzato con intelligenza».
L. C.
: «Da un lato si capisce che il Ministero abbia la necessità di normare e, quindi, di incasellare, di trovare dei criteri quantitativi per la valutazione – aldilà che questi abbiano poco a che fare con l’arte in sé. D’altro canto, se questo è uno strumento normativo che agevola e aiuta, può funzionare; se diventa un confine, è chiaro che rema contro. Esattamente come certi premi. Pensiamo a Scenario, quante generazioni di giovani straordinari ha distrutto? Perché incentivava una certa modalità di produzione che, al contrario, svuotava di senso il percorso vero di crescita dell’artista. Per quanto riguarda il Premio In-Box che, come Murmuris, abbiamo contribuito a fondare, direi che è rimasto al di fuori di queste logiche. Ci possono essere delle cose da rivedere, però il fatto che non si sia mai parlato di under 35 ma di Compagnie emergenti mi sembra sia un modo intelligente di focalizzarsi su artisti per i quali il disequilibrio tra valore e visibilità è troppo accentuato, indipendentemente dall’età. Credo che questo sia un tema su cui si dovrebbe ragionare».

Il focus della Stagione 2018/2019 sarà il corpo: del migrante, della donna, persino del teatro. Perché avete scelto un tema così preciso e pregnante? Non pensate sia rischioso puntarvi l’intera programmazione?
G. B.
: «Magari! Noi dobbiamo rischiare, altrimenti non compiremmo il nostro dovere. E dobbiamo anche sollecitare un pensiero critico. Io ambirei a una situazione in cui il pubblico si rivolga direttamente a noi, direttori, per chiederci il perché di questa scelta. Shakeriamo le menti! Secondo me, questo lo si sta facendo nella maniera sbagliata e con linguaggi esclusivamente virtuali. Al contrario, abbiamo bisogno di corpi vivi. Forse sbagliamo, ma magari! Per chi fa il nostro mestiere, il rischio culturale è una scelta dovuta ma anche una norma – un indicatore che è giustamente mappato. Non è una frase fatta e lo abbiamo dimostrato in questi anni. Penso anche ad altri temi forti che abbiamo scelto consapevolmente per contraddistinguere le nostre stagioni e che hanno sempre provocato lo spettatore. Personalmente, resto legato all’immagine della paperella, che accompagnava “Contemporaneo è uno stato mentale” (slogan della Stagione 2013/14, n.d.g.). Il pubblico si interrogava. Si chiedeva se fossimo tornati a fare teatro ragazzi. Quella paperella rimandava all’arte contemporanea, alle opere concettuali. Era un modo per sollecitare un pensiero critico nel pubblico».
L. C.: «Quest’anno abbiamo scelto di affrontare anche il tema del corpo della donna. Una tematica che può essere molto cruda ed è urgente in un Paese dove, quasi un giorno sì e uno no, una donna è uccisa: esito infausto di una mentalità che è imperante anche nei luoghi di potere di un’Italia che, dobbiamo ammettere, resta culturalmente arretrata sotto questo punto di vista. Facendo tali considerazioni, ho scelto di proporre lo spettacolo di Gaia Saitta tratto dal libro di Concita De Gregorio (Mi sa che fuori è primavera per la regia di Giorgio Barberio Corsetti, n.d.g.), dove le vittime sono una donna e le sue due figlie. Una storia tragica dove, però, la protagonista, Irene Lucidi, riesce in qualche modo a ricostruire la propria esistenza e a portare avanti una battaglia di civiltà. Il corpo della donna, quindi, sia come contenuto sia come spazio per la produzione artistica delle donne».

In Stagione, a livello di linguaggi, spicca l’ibridazione, una mezcla tra corpo del danzatore e corpo dell’attore. Come riuscite a portare avanti un discorso che, spesso, risulta ostico sui nostri palcoscenici – abituati alle divisioni in generi e categorie?
A. T. E.: «Nelle nostre Stagioni cerchiamo sempre questo dialogo. La mia Compagnia di produzione, ossia Versiliadanza, ha sempre lavorato con la letteratura, le arti visive, la prosa. Del resto, un danzatore deve essere un interprete. Perché ritengo che un corpo in scena sia tale. Non conta se sta fermo, danza, mima o recita, in realtà interpreta. Ecco perché nelle locandine ho sempre preferito “interpreti” a “danzatori”. A me non ha mai interessato la danza fine a se stessa e, quindi, spesso scelgo spettacoli o progetti dove sia ben evidente questo aspetto. Mi piace ricordare, a proposito, la collaborazione con Massimiliano Burini e la Compagnia Occhisulmondo (in Stagione, Un principe, n.d.g.), perché il loro lavoro può essere definito prosa ma c’è sempre una componente fisica molto importante. Questo genere di commistione è ciò che mi interessa. Ho sempre detto che sarebbe bello, almeno per una Stagione, invertire i nostri ruoli: occuparmi io di prosa, e lasciare la danza a Laura e Gianluca!».

Da sinistra nella foto di Simona Fossi: Gianluca Balestra – presidente di Elsinor Centro di Produzione Teatrale e direttore artistico della Stagione prosa del Teatro Cantiere Florida; Laura Croce – direttrice artistica di Murmuris, responsabile della Rassegna Materia Prima, parte della Stagione teatrale del Florida; e Angela Torriani Evangelisti – direttrice artistica di Versiliadanza e della Stagione danza sempre al Florida.

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