Ritratti d’autore

Vincitori della prima edizione del Premio Rete Critica, la nostra Carolina Ceccarelli definiva i Menoventi, al secolo Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele, una compagnia «forte di un’ideologia artistica innovativa e in continuo movimento». Dopo averli ammirati smontare e rimontare ad libitum allestimenti superbi sia per qualità compositiva che per intenzione drammaturgica, li ri-scopriamo instancabili innovatori di se stessi all’Angelo Mai con il ritorno di Ascoltate! Cartoline a Roma, secondo step romano del progetto di costruzione di un format volto a «dare una forma allo stato dell’arte», consapevoli di come evitare di «cadere nella trappola della retorica o nella monotonia» sia «una delle questioni più difficili da affrontare». Ne abbiamo parlato con Gianni Farina, regista della compagnia.

Partiamo dalla nascita di Ascoltate! Cartoline a Roma, progetto del 2015, coproduzione E-production e Teatri di Vetro. Come avete raccolto le interviste? Quanto tempo è durata l’indagine e con quale intenzione avete lavorato sui materiali?
Gianni Farina: «A differenza del prossimo appuntamento della serie (riviera romagnola), l’esperienza romana è stata affrontata con l’entusiamo e con le piccole ingenuità che accompagnano un nuovo progetto.
Abbiamo esagerato nella raccolta del materiale e speso moltissime energie che ora invece sappiamo canalizzare in altro modo. Ci siamo resi conto a posteriori, per esempio, come i questionari scritti non servano a molto perché le risposte sono sempre telegrafiche e poco interessanti. Di conseguenza, tutto il lavoro di collaborazione con strutture alberghiere, B&B romani, etc non è servito granché e, per questo motivo, in futuro ci concetreremo esclusivamente sulle interviste dal vivo. Il turista ha bisogno di essere stimolato costantemente per non limitarsi alla noiosa catalogazione dei luoghi che ha visitato, o alla lista dei ristoranti migliori (o peggiori, se parliamo di professionalità del servizio).

Per le interviste siamo stati aiutati da Beatrice Buzi e Ludovico Orsini Baroni, che le hanno anche tradotte. Il loro contributo è stato determinante per come hanno saputo indirizzare le interviste verso risposte che, a volte, possono sorprendere i romani stessi. E, come si può immaginare, sorprendere i cittadini della Capitale non è affatto semplice».

Pensate che il risultato sia definitivo o che, vista anche l’apparente immediatezza della drammaturgia, i contenuti possano essere aggiornati nel tempo?
GF: «
, già le repliche dell’Angelo Mai hanno subìto alcuni aggiornameni rispetto al debutto del Vascello dell’anno prima, quando si parlava di una città sull’orlo del commissariamento, del Giubileo alle porte e del processo di Mafia Capitale che stava per iniziare. Nell’ultima versione, invece, questi temi sono stati soppressi o modificati e, per aggiornare il lavoro, abbiamo anche inserito la voce della Raggi, che accostata a quella di Marino crea un effetto tragicomico che disorienta molto».

Ascoltate! Cartoline a Roma è, allora, la semplice descrizione dell’esistente, l’occasione per le comunità interessate di riflettere su quello che è forse il più locale dei fenomeni globali, oppure la base per una vostra successiva ricerca artistica sui territori?
GF: «Ascoltate! vuole essere una bacheca sonora, quindi si avvicina senz’altro alla descrizione dell’esistente, ma a patto di eliminare l’aggettivo semplice. Credo che dare una forma allo stato dell’arte sia una delle questioni più difficili da affrontare, essendo facilissimo cadere nella trappola della retorica o nella monotonia delle conferenze ideate da chi non lo sa fare. E, a mio avviso, siamo riusciti a scampare il pericolo, realizzando con Ascoltate! Cartoline a Roma un evento  decisamente teatrale.
Lavoreremo sui terrori cercando di reinventare e in parte ripercorrere il Viaggio in Italia, di cui si celebra il bicentenario proprio nel 2017. Confrontare le parole di Goethe (nascoste tra le cartoline ascoltate all’Angelo Mai, così come quelle di Stendhal, Bachmann e altri) con quelle del turista contemporaneo genera uno sconsolato confronto: la povertà di intenti del viaggiatore dei nostri giorni viene esaltata dalle intuizioni di questi ospiti stranieri del passato».

Eravamo abituati ad allestimenti non solo particolarmente potenti nell’approccio teorico, ma soprattutto notevoli nella realizzazione estetica, spettacoli in grado di non risentire – in termini di pesantezza o disomogeneità – le alte suggestioni intellettuali e le complicate tessiture degli ingranaggi teatrali.
Ascoltate! Cartoline a Roma, in questo senso, è un lavoro inedito, soprendente, che gioca quasi totalmente a costruirsi didascalicamente sui propri contenuti. Ci spiega questa distanza drammaturgica che ci è sembrata siderale?
GF: «In realtà non c’è molto da spiegare, questa distanza è semplicemente il frutto di un’idea che non richiedeva costrutti particolarmente complessi. Ci riteniamo sempre al servizio di un’idea e se questa richiede una semplice coerenza, allora tanto meglio. In ogni caso il lavoro, come dicevo prima, non è stato così agile perché per ottenere risposte interessanti abbiamo puntato sulla quantità delle interviste, avendone di fronte una quantità davvero notevole. Un bravissimo sociologo milanese – con cui mi sono confrontato e che mi ha assicurato come il nostro campione avesse i giusti numeri del sondaggio commericale – era stupito dalla mole del materiale: parliamo di oltre trenta ore da sbobinare e interamente da tradurre, visto che nessun italiano è stato intervistato.
Mi interessa molto la nostra posizione rispetto a quanto raccolto, rispetto al quale abbiamo cercato di porci come semplici amplificatori di uno sguardo su una città che conosciamo solo in parte. Abbiamo scoperto che ogni amplificazione genera una distorsione involontaria, trovandoci a dover manipolare un materiale che parla ai romani attraverso il filtro dei turisti stranieri, quindi un materiale già in qualche misura deformato e, perché no, a tratti ingenuo. C’è molto da scorpire rispetto a questa doppia distorsione che, credo, a tratti permetta ai romani di specchiarsi con maggiore fedeltà».

L’intervento di un autoctono celebre ci sembra paventare un duplice rischio: quello di innestare un elemento di mera (nonché facile) spettacolarizzazione e quello di introdurre nel progetto un fattore di incoerenza («Quella dei turisti è una voce che raramente viene ascoltata», «raccontare cos’è il turismo oggi e cosa cerca il turista che approda nel nostro Paese»). Teme questo pericolo?
GF: «No, a mio avviso il controcanto del romano è indispensabile. Ovviamente dipende dall’intervento che l’ospite deciderà di fare, al quale, ci tengo a sottolineare, non diamo nessuna indicazione e lasciamo carta bianca. Sentire la voce del romano, infatti, mi ha sempre lasciato una nuova prospettiva sulla città e questo vale per ogni intervento fatto finora».

Alcune domande di carattere generale. Menoventi è una compagnia nata nel 2004 che si è distinta per l’eccellenza delle sue produzioni e non per la quantità. Qual è il vostro rapporto con il tempo della creazione teatrale? E rispetto alla vostra cifra stilistica coniuga il ricontro del pubblico e il plauso della critica: a chi e a quali metodi vi ispirate?
GF: «Sulla gestione del tempo ci stiamo lavorando e con l’esperienza siamo senz’altro diventati più rapidi. A parte i progetti in corso come Ascoltate! e Survivre, continuiamo a procedere attraverso quello che ci divertiamo a chiamare metodo stocastico, che è una sorta di scrittura scenica portata all’estremo. Cerchiamo di metterci in contatto con il caso, che ritengo essere il più grande autore di tutti i tempi, e lo facciamo grazie al caos dell’attore che improvvisa. Dopo lunghissime sedute di improvvisazione (guidata, of course) decidiamo se il soggetto che abbiamo scelto ci interessa davvero e come trattarlo formalmente. È capitato più volte di mollare l’idea di base perché questa fase propedeutica ci ha aperto nuove strade, a volte completamente svincolate dall’originale».

Quando (o se) vi vedremo mettere in scena un grande classico?
GF: «Mai dire mai! Ci siamo avvicinati con Semiramis, che è una riscrittura – piuttosto radicale, confesso – di un’opera di Calderón, La figlia dell’aria. Non propriamente un grande classico, essendo una delle sue opere meno rappresentate, ma non c’è per nulla una chiusura a tal riguardo. Semplicemente non è ancora accaduto, ma dal nostro punto di vista ci sono tutte le condizioni affinché accada».

Della stagione in chiusura, dell’estate quasi alle porte e della nuova stagione: cosa dobbiamo aspettarci dai Menoventi?
GF: «Continueremo la serie Ascoltate! con il debutto del 26 maggio dell’appuntamento dedicato alla Riviera all’interno di Bellaria Film Festival. Il mese prima debutteremo in Francia con un nuovo episodio di Survivre, altro lavoro seriale che ci vede all’opera insieme al gruppo Pardès Rimonim (Metz).
Sugli altri progetti in cantiere preferisco tacere, ma non per scaramanzia, non mi appartiene, quanto per confusione. Le prime bozze non hanno ancora passato il setaccio del metodo stocastico».

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