In occasione della V edizione di Exit – Emergenze per identità teatrali Persinsala ha intervistato il presidente della Fed.It.Art Gino Auriuso, attore, regista e drammaturgo che non solo ci ha spiegato il percorso evolutivo della Federazione Italiana Artisti e del Festival da loro ideato, ma ha anche ragionato sulla direzione presa dal teatro contemporaneo in Italia.

Ci racconti il suo percorso. Da dove nasce e che strada ha preso la passione per la recitazione e il teatro?
Gino Auriuso: «Sin da piccolo ho avuto la fortuna di essere stato portato dai miei genitori in teatro e al cinema, da lì è nata una sorta di vocazione per la scena. Ero intrigato dalla magia di ciò che vedevo e la curiosità cresceva sempre di più. A dodici anni mi è capitata un’opportunità tanto casuale quanto rivelatrice della mia passione: assistendo alle prove della Cantata dei Pastori una tipica rappresentazione campana del periodo natalizio e arrivata al grande pubblico grazie a Concetta e Beppe Barra il bambino che doveva interpretare Benino non poteva più andare in scena così mi sono proposto io. Da quel giorno non ho più abbandonato le scene. A ventidue anni mi sono trasferito da Torre del Greco a Roma nella speranza di trovare un mercato più ampio, un “mercato” teatrale che non fosse retto solo dai clan di alcune scuole di recitazione; certo, poi ho scoperto che i clan esistono anche a Roma, ma essendo più grande di Napoli è più facile trovare degli spazi per esprimersi».

E la passione per la regia quando è nata?
G. A.: «È venuta fuori in seguito, l’esigenza primaria era stare sul palcoscenico, era vivere l’esperienza interna e condividere quel percorso con altri attori. Tra i quindici e i diciotto anni ho partecipato a Napoli al laboratorio triennale di Pierluigi Ortiero il quale negli anni settanta frequentava le cosiddette “Cantine Romane”. Grazie a lui ho conosciuto l’Avanguardia Pura, un tipo di teatro nuovo lontano dai canoni classici. L’amore per la regia è nato perché a volte sono stato diretto da registi, secondo me, impreparati, e quindi ho cominciato ad avvertire l’esigenza di provare a fare le cose in altro modo. Questo desiderio mi è nato verso i venticinque anni, ma rendendomi conto dei miei limiti non mi sono subito cimentato, infatti la prima regia l’ho firmata a trent’anni con un testo importante di Manlio Santanelli, Uscita d’emergenza, un testo molto forte e molto complicato: quando ho voluto dedicarmi alla regia ho deciso di partire in pompa magna, se uno si deve far male deve farlo bene».

Dal 2007 è anche Presidente della Fed.it.Art – Federazione Italiana Artisti: di cosa si occupa nello specifico? Quali sono i suoi obiettivi?
G. A.: «La Fed.it.Art nasce nel 2007. All’inizio eravamo cinque compagnie che si sono incrociate per un problema comune: la mancanza di rappresentanza da parte delle grandi associazioni di categoria che dovrebbero tutelare le compagnie. Non riuscivamo a trovare la giusta rappresentanza e il modo di portare avanti le problematiche che ci attanagliavano. Il percorso che ha portato alla sua nascita parte dal 2005 e sin da subito ci siamo occupati di problemi che oggi importano poco e che di solito riguardano o le giovani compagnie o le compagnie sconosciute. L’obiettivo è quello di riuscire a capire dove sono le problematiche tendenzialmente non artistiche; non abbiamo immaginato un consorzio artistico ma un’associazione di categoria per capire quali sono le problematiche rispetto all’empals, alle giornate contributive, le pratiche ministeriali, i rapporti con la pubblica amministrazione, ecc. quelle che quotidianamente si vivono nel lavoro amministrativo e organizzativo e trovare delle soluzioni. Vorrei ricordare che c’è una grande differenza fra le giovani compagnie e quelle sconosciute, poiché alcune vengono definite erroneamente giovani, trattandosi di compagnie che hanno avuto un percorso che non le ha portate davanti al grande pubblico, ma piuttosto a fare scelte artistiche che possiamo definire di nicchia. Inizialmente non immaginavamo un percorso così complicato come poi è diventato la Fed.It.Art., siamo partiti con l’idea di stare insieme, di costituirci e vincolarci, così è nata la Federazione che vive di quote associative. Da cinque compagnie che eravamo oggi siamo arrivati a venticinque in tutto il Lazio. Poi arrivano delle piccole pillole di collaborazioni artistiche come ad esempio Exit».

A proposito di Exit, questa è la V edizione: c’è un fil rouge che unisce gli spettacoli?
G. A.: Exit non nasce con una direzione artistica, non c’è nessuno che decide chi può o non può fare uno spettacolo e di che cosa deve trattare, è un modo per dare cittadinanza alle venticinque compagnie della Fed.it.Art. E credo che questo sia giusto perché se si può fare o non fare teatro non lo posso decidere io, ma il pubblico, altrimenti ci parliamo sempre noi addosso e decidiamo e ragioniamo di cose che piacciono solo a noi. Quindi la direzione artistica di Exit non c’è, è una piccola perla che esce dai binari classici. Per quanto riguarda gli spettacoli si parla di drammaturgia contemporanea, anche le messe in scena dei classici sono stati rivisti su queste note. Ci siamo accorti che il fil rouge non è compatibile con le esigenze di Exit proprio perché, il Festival nasce dall’esigenza di trovare luoghi in cui esprimersi. In Italia pochi hanno questa possibilità perché o si entra nel circuito mediamente riconosciuto oppure nei circuiti dei teatri off dove c’è bisogno di una liquidità importante. Abbiamo visto, invece, che Exit dà alle compagnie la possibilità di stare in scena, anche poco (gli spettacoli restano in scena uno o due giorni al massimo, siamo partiti nella prima edizione con una settimana a spettacolo ma poi abbiamo visto che non serviva), permettendo di ammortizzare le spese come la pubblicità, l’affitto del teatro, ecc. Inoltre dare un fil rouge è complicato anche perché a far parte della Federazione non sono solo Compagnie teatrali, ma anche la musica e la danza. La danza si è sempre un po’ defilata, invece la musica ha battuto colpo, quindi a questo punto la tematica iniziava a diventare un po’ troppo vincolante. Se proprio vogliamo trovare un linea comune è la possibilità di esprimersi e di esserci in una stagione teatrale di una città importante come Roma».

Nella scorsa edizione sono state introdotte due novità: una Commissione Artistica con lo scopo di offrire ulteriori sviluppi agli spettacoli e la collaborazione con il Teatro Ambra alla Garbatella per riproporre tre spettacoli scelti dalla direzione del teatro. E’ stato possibile riproporre iniziative simili anche per questa V edizione?
G. A.: Exit ha un percorso molto lungo, una volta finita la rassegna abbiamo quattro o cinque mesi di elaborazione per capire come sarà Exit VI. In questa elaborazione vengono al pettine tutte le cose che non hanno funzionato nell’edizione precedente. In Exit IV l’idea della commissione è stata molto apprezzata dall’esterno, e voi me ne state dando conferma, ma purtroppo internamente ci sono state persone che hanno dato una disponibilità solo in parte confermata dalla loro effettiva presenza. Constatato questo abbiamo deciso di non ripetere l’esperienza. Purtroppo per l’Ambra alla Garbatella quest’anno non c’è stata possibilità perché, avendo cambiato l’assetto societario, l’ultima parte di stagione, che lo scorso anno aveva dato spazio a tre degli spettacoli di Exit, è stata dedicata interamente alla musica. Vi posso però anticipare che stiamo lavorando sulla possibilità di portare Exit VI in uno dei teatri più importanti di Roma, con la stessa formula utilizzata con il Teatro Ambra alla Garbatella».

Per quanto riguarda la location, il cambio di teatro, dal Furio Camillo all’Orologio, corrisponde anche a un cambio di prospettiva?
G. A.: «No, non è un cambio di prospettiva. Dalla prima edizione Exit è passata per diversi teatri del circuito Off, tra cui: il Furio Camillo, ilTeatro Due, la Cometa Off, lo Spazio, la Sala Uno, e ora l’Orologio. Il fatto che Exit cambi location dipende molto dal rapporto che si ha con i diversi teatri in quel momento, inoltre per le compagnie è stimolante che Exit non sia mai nello stesso posto perché è un modo alternativo per confrontarsi con mondi e opportunità diverse; ogni sala è differente e così cambiano le dinamiche e le prospettive artistiche. E’ opportuno che i teatri off ospitino Exit e poi da lì magari si vada altrove. Vorrei ricordare che tre spettacoli di Exit I sono stati scelti per Salviamo i talenti, passando dal teatro Due al teatro Vittoria, a dimostrazione che quando lo spettacolo vale c’è ancora qualcuno che pesca dall’off ed Exit è anche questo».

Per quanto riguarda il pubblico, c’è una fetta particolare di spettatori a cui intendete rivolgervi?
G. A.: «No, nella maniera più assoluta, perché sono convinto che gli spettacoli siano piuttosto eterogenei. Fino ad oggi Exit ha portato molti degli spettatori grazie alle compagnie e non al teatro, ma questo è un problema che si riscontra in molti teatri off. E’ una piccola critica che faccio a questi teatri e ad alcuni gestori, perché affittando sempre la sala si finisce per perdere l’affezione del pubblico. Invece è importante garantire la presenza di spettacoli di qualità. Vorrei spendere una parola su Fabio Morgan, che gestisce il teatro l’Orologio, abbiamo trovato una persona che non ha fatto un ragionamento economico ma collaborativo,immaginando che debba essere il teatro a portare il pubblico in sala. Quindi penso che se nella gestione si lasciasse più spazio ai giovani anche i teatri off potrebbero avere un pubblico più ampio».

Qual è l’emergenza di dare vita ad una rassegna come Exit? Da dove viene l’idea del nome?
G. A.: «L’emergenza è quella di potersi esprimere. Il nome – Emergenze per identità teatrali – è da intendersi come un’emersione, come un qualcosa che esce fuori e non come un’urgenza. Poi si è aggiunto Exit perché è un nome che rimane impresso. L’identità è perché ognuno è alla disperata ricerca di un’identità artistica e penso sia l’obiettivo di tutti gli artisti quello di poter dire “sono questo”, farsi riconoscere per quello che si è».

Da uomo di teatro a 360 gradi, di cosa pensa abbia bisogno oggi il teatro in Italia?
G. A.: «Di cosa ha bisogno il teatro in Italia non lo so bene, posso dirvi di cosa non ha bisogno. Non ha bisogno del prodotto televisivo, che secondo me ha rovinato l’idea del teatro. Credo che bisogna andare a teatro non per vedere le facce ma per ascoltare le storie, possibilmente raccontate da bravi attori e non solo da attori famosi. Il teatro non può essere mercato perché commercializzando il prodotto si rischia di seguire la moda di questo momento storico: tu hai una faccia nota in televisione e le persone vengono a teatro per vedere quella stessa faccia nota. Per far sì che questo non accada secondo me ci dovrebbe essere l’idea di un investimento pubblico. Come si riparte dall’istruzione e dalla formazione si deve ripartire anche dalla cultura e se c’è un settore da cui l’amministrazione pubblica deve investire è proprio quello culturale. Gli ultimi venti anni hanno creato prodotti facili da consumare, di plastica. Il teatro non ha bisogno nemmeno delle solite commedie che piacciono sopratutto a un pubblico di una certa età, che va a teatro anche per vedere i grandi attori, ma ci stiamo dimenticando che oggi i ragazzi di vent’anni quei grandi attori non li conoscono neanche. Credo che il teatro abbia bisogno di un rinnovamento di idee che possano intrigare anche i ragazzi di quindici, vent’ anni, altrimenti il rischio sarà quello di trovare tra una decina d’anni i teatri vuoti».

Per concludere, qual è la direzione estetica in cui sta andando il teatro contemporaneo?
G. A.: «Partiamo sempre da quello che non si dovrebbe fare. Vedo oggi degli spettacoli che dovrebbero essere di teatro contemporaneo ma effettivamente fermi a quarant’ anni fa, con una preparazione culturale del pubblico, purtroppo, più bassa rispetto a quella di quarant’ anni fa, quindi il rischio è spesso quello di raccontare cose che nessuno capisce. Questo aspetto, secondo me, andrebbe rivisto. Credo che una linea interessante potrebbe essere quella della riscoperta dei classici attraverso dei forti impatti, delle forti emozioni soprattutto catapultandoli nell’oggi, e l’utilizzazione delle nuove tecnologie. E’ pur vero che i costi delle nuove tecnologie sono così elevati da non consentire a tutti di potervi accedere, ma anche già l’utilizzo di musica elettronica ha un appeal differente sui giovani. All’interno dell’estetica del teatro contemporaneo ognuno dovrebbe avere la propria libertà di rappresentazione, però quello che mi sento di dire è che bisognerebbe fare delle cose che si possano capire; uscire fuori da uno spettacolo teatrale e dire “non ho capito niente” secondo me è la morte del teatro, è controproducente. Quindi scendiamo un po’, non di livello artistico, ma di umiltà, di comprensione. Ci sono delle pieghe del teatro contemporaneo che virano su un’estetica della violenza, personalmente non sono d’accordo, anche perché è stato già fatto, c’era un signore che si chiamava Carmelo Bene che urinava sul pubblico. Mi piacerebbe tantissimo invece riconquistare la poesia in teatro, credo che i giovani oggi messi davanti a un qualcosa di bello da un punto di vista estetico rimarrebbero fortemente affascinati perché, come diceva Dostoevsky «la bellezza salverà il mondo». Credo molto nella parola e nelle sue potenzialità ed è questa che riconquisterei a teatro; l’immagine la lascerei al cinema. Un’idea possibile è quella di riappropriarsi dei classici e leggerli in una nuova prospettiva. Questo è un lavoro che io faccio tantissimo: da Eduardo De Filippo, da Pirandello, da Shakespeare, ecc. pesco un’idea che trovo interessante e poi immagino perché riproporla oggi. Innovare significa che bisogna prendere qualcosa che già esiste e innovarla, altrimenti diventa un’invenzione e non un’innovazione».

Lo spettacolo continua:
Teatro dell’Orologio
via de’ filippini, 17/a – Roma
fino a domenica 9 dicembre, ore 21.00

Ulteriori informazioni: Presentazione della Rassegna di Alessio Neroni.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.