Ritratti d’autore

angelo-mai-romaL’associazione romana Angelo Mai, nei mesi di gennaio e febbraio, ha proposto e propone una serie di interessanti laboratori che toccano diverse forme d’arte (da quelle visive e performative, passando per il teatro, alla musica), la cui particolarità risiede nell’interazione con il pubblico, coinvolto nei vari processi creativi. Quest’ultimo sarà protagonista nella costruzione dei momenti artistici e si troverà perciò “nel mezzo delle cose”, In media res appunto, che è anche il titolo scelto per questo particolare progetto.
Ne abbiamo intervistato la direttrice artistica, Giorgina Pi.

In media res – nel mezzo delle cose, dei processi creativi – mostra la volontà di coinvolgere e avvicinare il pubblico. Una necessità che parte dalla considerazione che l’arte oggi sia ancora fortemente elitaria, poco accessibile/fruibile?
Giorgina Pi: «Non esattamente. Nasce dalla necessità di stimolare un dialogo tra artisti e cittadinanza, con particolare attenzione a quelle pratiche artistiche che vedono nella relazione col presente, nell’osservazione del reale, il proprio principale campo di ricerca. Molti di questi artisti non appartengono affatto a un mondo dell’arte elitario, semplicemente non sono artisti conosciuti da un pubblico più vasto. Cerchiamo dunque di aiutare dei momenti di contatto tra cittadini, perché un artista è innanzitutto questo ed è giusto che si confronti anche su questo terreno».

Formazione per un’Arte collettiva e democratica, o come la definiva Barthes, popolare. Non c’è il rischio che l’uso del latino nel titolo non arrivi alla collettività e rimanga confinato a un pubblico estremamente colto?
GP: «In verità il nostro è un latino riveduto e corretto perché avremmo dovuto dire in medias res. Comunque quello del latino è un gioco, che volutamente vuole ripescare un lato bello e complesso della storia di questa città, la sua antica cultura letteraria, il suo legame innato con la cultura.
Probabilmente il titolo è complesso, ma la sfida è anche al contrario. Siamo circondati da messaggi banali e semplificativi che considerano lo spettatore un soggetto qualunque di una massa indifferenziata. Ecco, noi crediamo che questo sia un atteggiamento da non assecondare. Credere che le parole complesse siano elitarie sarebbe come pensare che i linguaggi del contemporaneo (pensiamo a tutti, dalla musica al cinema, al teatro eccetera) sono solo per laureati. E dunque i prodotti di massa, vuoti e svuotati invece, buona merce per tutt*. No!»

Il progetto mira a coinvolgere e punta dunque alla dimensione collettiva dell’arte. C’è anche una finalità educativa? Più in generale, si avverte ancora oggi l’esigenza di educare all’arte? In tal caso, a chi spetterebbe attualmente tale compito?
GP: «Bisogna che ci educhiamo a vicenda. E prima di tutto dobbiamo abbandonare l’idea di educazione per lasciare il posto a quella di pedagogia. L’arte c’entra solo se ci consideriamo cittadini di un mondo complesso e variegato. L’unica cosa buona che possiamo fare è moltiplicare le domande, generarne di continue. L’ossessione delle risposte ci ha spento lo sguardo e il cuore».

Nella descrizione dei laboratori, si fa più volte riferimento al termine comunità, come anche alla volontà inclusiva del progetto (gratuità, apertura a tutti…). Si sottintende all’arte come rimedio allo straniamento? Come collante per la collettività stessa? In che modo, attraverso questi incontri, si intende impedire l’alienazione nei nuovi agglomerati urbani?
GP: «Vivere in una città significa inevitabilmente vivere in una comunità. Che ci piaccia o meno è così. E, se lo straniamento è certamente un sentimento metropolitano, non è affatto detto che l’arte possa essere un buon rimedio. Quello che speriamo accada con questo progetto è che molte persone, non necessariamente addette ai lavori, possano rientrare in contatto con delle forme di desiderio sopite. L’arte può essere un ottimo strumento per trasformare le nostre intenzioni in azioni, per renderci consapevoli della nostra necessità di stare bene. Può essere un grande antidoto all’idea precostituita della solitudine obbligata e dell’angoscia. Insomma, l’arte può essere un viatico di crescita e riflessione individuale e collettiva su forme di vita che possiamo scegliere, nonostante tutto sembri dirci il contrario».

Chiudiamo con una riflessione sull’Angelo Mai. Nato con e per la città, cos’è cambiato in più di 10 anni di lavoro? La città è ancora partecipativa o richiede altro?
GP
: «Roma non è mai stata una città particolarmente partecipativa. È il suo limite eterno. Ora però, più di prima, questa è una città sanguinante, lacerata, avvilita. Le istituzioni più che mai sono al tracollo definitivo e tutte le esperienze di autogestione, di libera iniziativa dei cittadini, dal Teatro Valle al Cinema Palazzo – per citarne solo alcune – hanno rappresentato in questi anni la prova di quanto altro può accadere al cospetto della crisi economica ed etica dilagante. L’Angelo Mai è cambiato, come è normale che accada se ascolti ciò che ti sta intorno. Il fatto stesso che, in serate dedicate alla danza come Tropici sia colmo di gente, dimostra che c’è una cittadinanza gioiosa che ama la complessità e desidera far parte di un processo di crescita. Poco meno di un anno fa la nostra esperienza è stata violentemente ridotta a un’associazione a delinquere. È stato doloroso e faticoso dimostrare l’ingiustizia di quell’accusa, ma ce l’abbiamo fatta. Questo grazie a tutto quel pezzo di città che oltre a Tropici è stata con l’Angelo Mai nei mesi dello sgombero e delle persecuzioni giudiziarie. Quella stessa città che partecipa come dicevamo a Tropici, a In media res, agli appuntamenti poetici con Mariangela Gualtieri o alle serate di canzoni di Pino Marino. In Argentina in piena crisi nel 2001 i teatri erano pieni, con file di persone che rimanevano fuori. In questa città si fa di tutto perché questo non accada, ma non è detta l’ultima parola».

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