Ritratti d’autore

Recentemente tornato in scena al Teatro Trastevere con il proprio masterpiece, Giorgio Cardinali, meraviglioso interprete di Uomini Terra Terra, racconta con passione e rigore la propria idea di un teatro ancora capace di denuncia e di ergersi alto e altro rispetto a spettacoli «moderati, estetici, tenui, prudenti, appariscenti» e «delle grandi produzioni che abbagliano lo spettatore con “grandi nomi” e/o “grandi titoli”».

Uomini terra terra è uno spettacolo che non avremmo mai voluto vedere, per la tragedia che ricorda, ma per lo stesso motivo necessario. Ce ne racconta la genesi e, magari, un aneddoto?
Giorgio Cardinali: «Uomini terra terra nasce il 6 aprile 2009 alle 3,32 della notte quando il sisma mi ha svegliato nella notte romana. Sono seguiti giorni di rabbia e confusione. La confusione per sua natura non ha una direzione e la rabbia non fa vedere e così ho passato due anni per capire, indagare, chiedere.
Ho conosciuto L’Aquila distrutta, ho incontrato gli Aquilani devastati. Poi un giorno mi è venuta a trovare la Dott.ssa Assunta, aquilana e psicologa nei campi dei terremotati, la quale mi ha raccontato con estrema efficacia il rumore sordo della terra prima della scossa sismica.
C’è un rapporto ancestrale con la terra che nonostante tutto rimane vivo, perché ne siamo abitanti, perché terra torneremo a essere e quindi in buona sostanza perché terra siamo! Un sisma è, a tutti gli effetti, uno shock interno che possiede una propria metafisica, in cui l’energia con la sua propagazione, produce effetti diversi e svela distanze tettoniche tra le varie esperienze individuali.
Il sisma abruzzese ha rappresentato per me e per molti aquilani la distanza nell’ascoltare il rumore interno, il segnale precursore del terremoto.
La stessa dottoressa mi ha messo poi in contatto con Giampaolo Giuliani.
Lo sono andato a trovare a casa sua. Mi ha accolto scettico e distaccato per la paura che fossi l’ennesimo giornalista pronto a fargli il processo e portarlo alla forca. Poi gli ho chiesto semplicemente di spiegarmi la sua teoria sui precursori sismici.
Abbiamo parlato 4 ore consecutive, mi ha portato nei suoi laboratori che sono dentro la Terra; mi ha parlato della sua esperienza nei laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare che sono dentro la montagna, mi ha parlato da uomo della terra e del suo modo di ascoltare per poterla capire.
Tutta la sua teoria è passata nelle mie mani, perfettamente comprensibile e a disposizione.
Dopodiché non ho parlato per un’intera giornata, ho mangiato arrosticini e bevuto vino, ma in rigoroso silenzio.
Nei giorni seguenti tutta la mole di interviste, fotografie, testimonianze, articoli, ecc. hanno cominciato a ordinarsi nella forma dell’attuale copione».

Impressiona la sua capacità di tenere in equilibrio, all’interno della cornice autenticamente satirica dell’allestimento, la componente visionaria e quella di denuncia: quali sono stati i suoi punti di riferimento?
GC: «Posso dire il maestro nel raccontare storie rimane Dario Fo, che conosco a memoria il teatro di Marco Paolini , che mi sono formato a Teatro Azione, ho frequentato numerosi seminari con Eugenio Allegri, Stefano Benni, ecc. ma nessuno di questi è un punto di riferimento, semmai tutti insieme disegnano delle linee entro le quali mi piace inventare, fuori non esco perché non è il mio spazio.
Le tecniche di recitazione sono necessarie, ma dentro la griglia delle competenze mi dà gran soddisfazione riuscire a essere autentico, che non è mai cosa semplice».

Lo spettacolo continua a essere distribuito e a riscuotere successo di pubblico e di critica: un bel segnale per lo stato di salute del teatro, che da più parti si dice essere in crisi. Condivide questa valutazione?
GC: «Le ragioni per le quali il teatro è in crisi sono diverse e complicate. A me preme sottolineare due aspetti che certamente non aiutano il teatro. Innanzitutto, il teatro è fatto per lo più da gente di teatro e questo, come si vede, non porta a buoni risultati.
Non è un caso si parla di “industria del cinema”, ma mai di “industria del teatro” o quantomeno di “fabbrica”, di “azienda” o di qualcosa che dia l’idea d’impresa organizzata. Sono gli stessi attori che si improvvisano autori, registi, tecnici, produttori e distributori. Aprono scuole, masterclass, accademie, workshop con nomi improbabili e fantasiosi, tutti hanno un metodo infallibile da insegnare, tutti conoscono il “verbo” della recitazione e sono amici intimi di Stanislavskij o Artaud. Tutto ciò tradisce la totale incapacità di fare impresa e creare circuiti virtuosi e attrattori di arte.
Sopra questo teatro ipogeo e speso misero, c’è quello di superficie, delle grandi produzioni che abbagliano lo spettatore con “grandi nomi” e/o “grandi titoli”.
Questa è l’organizzazione del teatro, alla quale, per necessità, si devono affidare gli attori, gli autori, i registi e tutte le diverse professioni. Tuttavia, anche in questo caso, noto degli aspetti stridenti con la mia concezione del fare teatro.
Stando a contatto da diversi anni con allievi di una importante scuola di Roma e frequentando i festival più gettonati della Capitale, noto la gran voglia di dire, suonare, disegnare, cantare, ma sempre finalizzata ad “apparire”. È come se il teatro fosse, più che una passione e quindi uno stato di vita, un mezzo per andare altrove e la TV continua a essere il grande polo d’attrazione.
Per cui gli spettacoli che si vedono sono moderati, estetici, tenui, prudenti, appariscenti, ecc. ecc. quasi mai incisivi, sfrontati, sinceri, puri, diretti, autentici, e poco dopo lo show andato in scena, non si ricorda niente. Sono spettacoli vuoti.
Il buon teatro esiste, il fuoco sacro che brucia si vede negli occhi, nella disperata necessità di raccontarsi, nelle ore di studio, di analisi, di approfondimenti e questi spettacoli vanno ricercati nel magma informe dell’attuale teatro e quando si trovano vanno premiati anche solo con una stretta di mano a fine rappresentazione per dire grazie. Chi si assume oggi la responsabilità di essere libero e portarla su un palco nella forma espressiva tra le più complicate, merita il nostro grazie».

Due curiosità solo apparentemente esterne. Immediatamente dopo la tragedia, tutte le polemiche sul ruolo delle scienza e sulla mancata previsione di quanto, in realtà, era in essere da mesi (lo sciame sismico, poi culminato il 6 aprile 2009, era iniziato a dicembre 2008) fecero gridare a un nuovo “caso Galilei”: qual è lo stato dell’arte della vicenda giudiziaria? Tenuto conto che l’Italia continua – e continuerà a essere, data la sua collocazione geografica – interessata da intensi fenomeni sismici (oltre che idrogeologici e vulcanici), al termine di Uomini terra terra viene spontaneo chiedersi: che fine ha fatto la ricerca sulla relazione tra radon e terremoti di Giampaolo Giuliani?
GC: «È incredibile, quanto profondamente autolesionista, che ministri e scienziati abbiano fatto appello a Galileo, uomo del dubbio e senza la protezione potere, per difendere l’arroganza di una scienza che non si mette mai in dubbio e che ha una funzione istituzionale. È proprio il nome di Galileo Galilei fatto da vari scienziati contro la sentenza di primo grado de L’Aquila a tradire che si tratta proprio di una lobby che cerca l’impunità anziché la difesa dello spirito scientifico che invece vive nel dubbio dell’incertezza.
La vicenda aquilana nei mesi che hanno preceduto il sisma è caratterizzata dall’alleanza potere/tecnologia in grado di padroneggiare la scena sociale e naturale. Nell’imminenza del disastro il potere è così sicuro del controllo sul mondo da spingersi nel voler rassicurare la popolazione per manifestare il suo controllo.
Durante le interviste dei giorni subito dopo il terremoto una donna diceva degli esperti “ci avessero almeno consigliato di tenere sempre con noi un fischietto e una bottiglia d’acqua”, come a dire che erano talmente convinti di conoscere le condizioni del sisma che non avevano nemmeno svolto il ruolo di protezione civile ( e gli esempi di negligenza sono numerosi!).
Questo processo di delirio di onnipotenza ha portato la scienza a collocarsi nel modo del potere, lontano dalla società civile e a Dio, nei momenti di difficoltà, ci si affida volentieri!
La sentenza definitiva si è conclusa con l’assoluzione degli scienziati della Commissione Grande Rischi e la condanna del solo Bernardo De Bernardinis, vice presidente della Protezione Civile per aver dato rassicurazioni infondate alla popolazione.
Guido Bertolaso, accusato di omicidio colposo e lesioni per le false rassicurazioni sul rischio sismico, è stato assolto anche in appello. Poi l’assunzione definitiva è arrivata in gennaio 2016 perché le parti civili hanno lasciato scadere i termini del ricorso in Cassazione. Le ragioni sono prettamente giuridiche, ma in sintesi sono legate al fatto che nel processo era già intervenuta la prescrizione.
Fine della storia. Il potere ne è uscito vivo anche questa volta.
Giampolo Guliani, nel frattempo, continua le sue ricerche attraverso la propria Fondazione Permanente G. Giuliani Onlus e, a distanza di tempo, le sue sperimentazioni sono viste con interesse non solo all’estero – come è stato fino a poco tempo fa – ma anche in Italia.
Si è riavviato un rapporto almeno di stima con l’attuale Presidente dell’INGV Prof. Carlo Doglioni e alcune università chiedono la collaborazione sulla ricerca sperimentale dei precursori sismici.
Inoltre, continua la collaborazione con la protezione civile californiana, fornendo loro i dati di 3 stazioni ubicate lungo la faglia di S. Andrea».

È notizia recente la querela per diffamazione aggravata contro Martinelli e Montanari – e la diffida ai teatri che non dovrebbero poter acquistare e mettere in scena Saluti da Brescello – di  Ermes Coffrini, ex sindaco del paese in provincia di Reggio Emilia. Che idea si è fatto?
GC: «In merito all’intimidazione subita dai protagonisti dello spettacolo Saluti da Brescello, ritengo che il primo fatto di cronaca che colpisce è che faccia scalpore.
Di tutte le denunce ricevute da trasmissioni d’inchiesta come Report ne abbiamo solo una vaga percezione, ma sappiamo bene che esistono e sono concrete perché Report svolge un servizio fastidioso per alcuni. Nel nostro immaginario sappiamo che quella trasmissione, in onda su quel canale, a inchiesta e quindi produce nemici. Se ci si fa dei “nemici”, questi reagiscono all’attacco; è nella logica delle cose.
Il Teatro, perdendo il suo Giullare di riferimento e quindi il portavoce della denuncia, ha rinunciato definitivamente a interpretare la protesta in forma artistica e quindi ha perso via via il ruolo d’inchiesta e nell’immaginario collettivo si è relegato alla commedia brillante.
Ecco perché una voce fuori dal coro può dare fastidio, perché è inaspettata, imprevista e quindi per sua natura minacciosa! La notizia fa scalpore perché non siamo preparati. Sarebbe bello avere cento denunce al giorno per i nostri spettacoli!
Tuttavia, la reazione in forma di denuncia e di diffida, tradisce la grettezza e la scarsa attitudine al pensiero del “nemico” colpito. Infatti, se Report è dichiaratamente una trasmissione di giornalismo d’inchiesta, uno spettacolo di teatro alberga nel mondo dell’arte e quindi non può e non deve essere soggetto alle regole della giurisprudenza. In questo, se non altro, i miei “nemici” scienziati di Uomini Terra Terra non hanno mai temuto che una giullarata teatrale li potesse minacciare. Sebbene mi fossi tutelato con avvocati, no ho mai ricevuto denunce o intimidazioni».

Chiudiamo, speriamo con una nota lieta: quali sono i suoi progetti per il futuro?
GC: «Per la prossima stagione sto preparando un nuovo monologo a più voci, per raccontare una storia di tempo fa avvenuta in un luogo lontano di qua.
Una storia vera, una storia di pezzenti che vivevano di terra e morivano di fame, di braccianti al servizio dei baroni. La Storia di un riscatto personale di un uomo che perde il lavoro e si costruisce la propria strada, ma anche storia di una comunità che si stringe intorno ad un sogno comune per migliorare le propri condizioni di vita.
Lo spettacolo, dal titolo provvisorio Uno sciopero al rovescio, debutterà con tutta probabilità in novembre in teatri ancora da definire».

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