Fenomenologia dell’attesa

Quattro spettacoli agli antipodi della rappresentazione scenica, quattro linguaggi dissonanti ma accomunati, forse, da un elemento comune: l’attesa. L’attesa per una giustizia sociale che non arriverà mai, quella trepidante per la rivoluzione sentimentale e personale di ogni adolescente, l’attesa come condizione di vita e, perché no, anche l’attesa intesa come sconfitta dello scorrere inesorabile del tempo grazie alla permanenza continua nel momento presente.

Un uomo solo, sul palcoscenico improvvisato del Palazzo Aloigi Luzzi, scandisce con crescente intensità il suo “Venghino, signori, venghino!”, mettendo in guardia il pubblico sui prerequisiti essenziali per poter uscire indenni dallo spettacolo che andrà in scena di lì a poco: «fegato di ferro e stomaco d’acciaio per incassare e meglio digerire». Lo stesso uomo, con semplici ma efficaci cambi di costume e una plasticità vocale e dialettale convincente, tenterà per poco più di un’ora di forgiare un parallelismo tra un fatto di cronaca del nostro passato recente e una tragedia greca d’altri tempi, una tragedia, a detta di Giuseppe Provinzano, l’unico attore in scena, irrappresentabile poiché i fatti in questione «non hanno ancora assunto valore di Storia avendo ancora valenza di Cronaca, perché nuovi risvolti emergono quotidianamente delineando nuovi elementi per una drammaturgia viva, perché i Protagonisti non sono ancora Personaggi in quanto ancora Persone». Al contempo, però, l’urgenza di raccontare i fatti di quel “lontano” luglio 2001 a Genova è tale da rigettare l’attesa quantomeno millenaria di mitizzazione degli eventi e, così, ha inizio lo spettacolo.

GiOtto, studio per una tragedia è, in primis, una pratica di teatro politico e civile e, in quanto tale, è importante, necessaria e doverosa. Nata all’ombra del «più deliberato atto criminale commesso dalla forza pubblica italiana dal tempo degli scontrosi anni settanta in poi», come descrisse Erri De Luca nell’estate del 2005 i fatti e i misfatti del G8, la pièce dell’associazione Babel Crew di Palermo utilizza un linguaggio semplice e ficcante per affrontare un tema dirimente e di difficile approccio, da 20 anni a questa parte. Sarebbe facile lanciarsi in affermazioni tautologiche come “Sbirri assassini!”, fare leva sulle cruente immagini che mostrano e dimostrano in silenzio la verità di quei giorni di repressione voluta dal regime democratico italiano (che pur non vengono mostrate a sufficienza dai media nazionali, oppure vengono mostrate in connessione con la narrazione ufficiale e tossica dello Stato, decontestualizzando così la violenza di quei giorni e legittimandone l’impiego da parte del braccio armato della legge) così come sarebbe altrettanto facile lasciarsi andare, come fa la maggior parte degli italiani (che in quelle strade, in quei giorni, non c’era), a riflessioni qualunquiste, perbeniste e decisamente eterodirette da anni di indottrinamento e becero garantismo istituzionale, riempiendosi la bocca di “sì, ma” («Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore… Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna. Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?» -spaccato di italianità gentilmente concesso da quei tipi di Wu Ming).

Provinzano, invece, sceglie di allargare quel restringimento di inquadratura da sempre usato per imporre le verità ufficiali, intavolando un discorso che include, come nelle migliori delle tragedie greche, prologhi, parodi ed episodi vari. Ci ritroviamo dunque dietro le quinte del weekend che gli «8 re» si apprestano a passare in una città blindata e ritoccata dalla mano e dall’occhio esperti dell’allora Presidente/imprenditore/showman Silvio Berlusconi, che vede e provvede affinché i suoi sette amici si godano la villeggiatura neoliberista (con tanto di divieto di appendere indumenti intimi alle finestre delle case del centro, per non turbare il pudore e il decoro che si confanno a un cotale evento); veniamo scaraventati sui treni stracarichi di manifestanti in arrivo a Genova, tra Black Bloc, Tute Bianche, preti illuminati e poliziotti infiltrati male; ascoltiamo le “ragioni” di uno dei CC che prenderà parte alla “mattanza messicana” della Diaz e, poi, di Bolzaneto, “costretto” ad «assicurare e punire» l’espressione democratica e costituzionalmente garantita di dissenso dei manifestanti. Al netto dei molteplici problemi tecnici e di forma della pièce (finale debolissimo, privo di deus ex machina per ovvi motivi storici, ma per opinabili motivi drammaturgici; design sonoro spesso e volentieri indecifrabile) che rischiano di metterne in crisi i contenuti non disdegnabili, GiOtto ha il merito di riportare alla memoria collettiva quella pagina nero pece della Repubblica italiana in cui nessuno «ha mai inteso o preteso di sanare la profondissima ferita, a tutt’oggi sanguinante, fra controllati e controllori, fra cittadini puniti senza colpe e uomini in divisa, impuniti nonostante l’accertamento della responsabilità penale».

Diverso per intensità, tematica e linguaggio scenico, invece, risulta essere il secondo spettacolo in serbo per il pubblico del festival, A + A, storia di una prima volta, l’ultima fatica del regista, drammaturgo e attore Giuliano Scarpinato. Non estraneo al mondo della sessualità (infantile e non) grazie al suo premiato Fa’afafine, storia di un gender fluid child, Scarpinato decide di affrontare ancora una volta uno dei temi più tabù della società italiana contemporanea, spostando questa volta il focus sull’età adolescenziale. Con una leggerezza e una poeticità invidiabile, il regista riesce nel difficile compito di mettere in scena il turbolento mondo dell’esplorazione del proprio corpo e di quello altrui senza scadere nei facili stereotipi e pregiudizi di chi sceglie di parlare di alterità senza prima mettersi in ascolto.

Grazie alla brillante scenografia di Diana Ciufo e ai capacissimi Emanuele del Castillo e Beatrice Casiroli nei panni dei protagonisti, A + A si rivela essere uno spettacolo ricco di contaminazioni, al quadrivio tra ricerca sociologica, teatro, danza e videoart: «raccontare i primi, accidentati passi nel mondo del sesso, il ricorso alla pornografia come “self education” […] e ciò che intercorre tra tutto questo e l’alfabeto dei sentimenti, non un compito facile. Per provare ad assolverlo con grazia, poesia e ironia ho pensato all’uso di più strumenti: una drammaturgia che scaturisce dalla simbiosi con i performer; il gesto danzato come sublimazione e trasfigurazione dei ciò che non si più mostrare; il video come correlativo oggettivo di uno dei grandi protagonisti della vita degli adolescenti, la tecnologia, ma anche come traduttore di sogni, fantasie, aspettative. E ancora uno spazio scenico che tutto contiene come luogo fisico e mentale, e la musica, capace di dar voce a tutto ciò che una voce cerca». Uno spettacolo che riesce a dire tutto con semplicità, autoironia e profondità proprio perché ibrido, inclusivo, fluido.

Dal canto suo, il terzo appuntamento della serata, La codista di Marleen Scholten, sembra essere un lavoro di weird fiction scritto da un Kafka milanese di ritorno da un soggiorno beckettiano nel frenetico deserto dei Tartari. L’eccellente attrice in scena al Chiostro di San Francesco, co-fondatrice del pluripremiato collettivo olandese Wunderbaum, offre «una riflessione comica, politica, assurda e trasparente sull’identità». Partendo dalla storia vera dell’invenzione di una nuova figura professionale, quella del codista, un individuo che si mette in coda per gli altri a pagamento, Scholten si addentra in un mondo fin troppo reale fatto di delusioni lavorative, bisogni umani fondamentali non soddisfatti e tentativi impacciati di rammendare il tempo, invece di ammazzarlo.

Bi-dimensionata da una luce al neon che priva, con i suoi lumen indefessi, la naturale temporalità dell’esistenza, La codista decide di perseguire una vita vissuta per interposta persona, cedendo alla tentazione dell’illusione di avere uno scopo, nonostante le parole di Bataille ne La letteratura e il male: «uno scopo è sempre, senza speranza, nel tempo – come un pesce è nell’acqua – un punto qualunque del moto dell’universo: poiché si tratta di una vita umana». Il tentativo teleologico di riconciliarsi con un tempo che «si perde da solo» nelle -a volte frivole a volte imprescindibili- file a cui la protagonista si sottopone scientemente e volentemente riecheggia di un umorismo realista kafkiano in cui, al di là della satira e dell’autoironia (indirizzate verso l’esterno e verso l’interno, rispettivamente), si inserisce anche la capacità di impadronirsi della propria infelicità e di convertirla in uno stato di dominio della situazione. Scholten, con una plasticità facciale repentina e magnetica, tiene la scena con apparente disinvoltura, restituendo un monologo poliedrico e accattivante, fino alla sua inesorabile e annunciata fine, regalandoci un’ottima riflessione sull’attesa e sulla nemica che ne facciamo di essa.

L’ultima performance ad andare in scena in questo quinto giorno di Kilowatt porta la firma dell’apprezzato artista olandese Arno Shuitemaker, il quale, in perfetta armonia con il proprio linguaggio coreutico, fa della ciclicità e dell’inarrestabilità del movimento una delle sue cifre artistiche più determinanti. La richiesta di questa performance puramente esperienziale è di osservare ogni singolo istante, ogni frammento di corporeità e percepire il flusso di energie che esplode, si ritrae e torna a leccare i bordi del palcoscenico, a un passo dallo strabordare. If You Could See Me Now parla una lingua diversa da quella della danza contemporanea italiana e sembra non patire quel peso sisifeo di una Cultura con la “c” maiuscola che molti artisti nostrani cercano invano di sollevare per legittimare i propri lavori di ricerca. In questa boiler room olandese, infatti, si affrontano altri temi, altre questioni, concentrandosi sull’essenza stessa del movimento, senza museificarlo.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Kilowatt Festival
location varie, Sansepolcro (AR)
martedì 20 luglio

ore 18:50
Palazzo Aloigi Luzzi
GiOtto – Studio per una tragedia
una produzione Babel Crew
di e con Giuseppe Provinzano
drammaturgia sonora Gabriele Gugliara
scene Fernanda Filippi
luci Fabio Bozzetta
produzione Babel
in collaborazione con SuttaScupa

ore 20:15
Teatro Dante
A + A – Storia di una prima volta
ideazione, regia Giuliano Scarpinato
drammaturgia Giuliano Scarpinato, Gioia Salvatori
con Beatrice Casiroli, Emanuele del Castillo
dance dramaturg Gaia Clotilde Chernetich
assistente ai movimenti di scena Giulia Bean
scene Diana Ciufo
luci, suono Giacomo Agnifili
video Stefano Bergomas, Marco Falanga
produzione CSS Teatro Stabile di Innovazione
con il sostegno di Istituto italiano di cultura di Parigi

ore 21:45
Chiostro San Francesco
La codista
di e con Marleen Scholten
assistente alla regia Dafne Niglio
luci Emanuele Cavalcanti
produzione Associazione TRAK, Acteursgroep WUNDERBAUM
residenza OTSE Officine Theatrikes Salento Ellada
un ringraziamento a Giovanni Cafaro, Paolo Aniello, Pietro Valenti, Paolo Mastromo, Bas Ernst, Umberto Angelini, Zona K-Milano, NTGent
in collaborazione con Kingdom of Netherland
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt)

ore 23:00
Chiostro Santa Chiara
If You Could See Me Now
concept Arno Schuitemaker
con Stein Fluijt, Ivan Ugrin, Mark Christoph Klee
drammaturgia Guy Cools
musiche Wim Selles
luci Vinny Jones
costumi Inge de Lange
produzione Sharp/ArnoSchuitemaker
coproduzione Hellerau – Europäisches Zentrum der Kunste, O Espaço Do Tempo – Associação Cultura, CN D Centre national de la danse, Klap Maison pour la danse and Tafelhalle im KunstKulturQuartier
con il sostegno di Performing Arts Fund NL, Fonds 21, VSBfonds, Prins Bernhard Cultuurfonds

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