Ritratti d’autore

Essere Centomila e non Uno per evadere dall’abisso di chi diventa Nessuno. Giovan Bartolo Botta racconta il magico e infernale mondo oltre lo specchio di chi, colpevolmente dimenticato dal Grande Teatro di casa nostra, ha scelto di andare oltre il perverso meccanismo di un’industria culturale futilmente avvitata su questioni personalistiche e di triste ragioneria.

Nell’opera del Bardo di Stratford-upon-Avon, definito colui che ha inventato l’uomo (Harold Bloom), prendono forma e carattere aspetti divenuti storicamente intrinseci del modo non solo di pensare, ma anche di vivere emozioni e attitudini dell’essere contemporaneo, specie nel loro elemento conflittuale, dunque tragico. Come nasce la sua indagine dell’universo shakespeariano e, nello specifico, questo Otello, non si sa che fa, allestimento che, senza soluzione di continuità, si presenta altissimo e popolare, accompagna classico e contemporaneo, corale e abitato da due individualità titaniche (lei e Claudia Salvatore)?
Giovan Bartolo Botta: «Il Bardo è un felino. Un gatto per la precisione. O forse il Bardo sono tutti i felini del mondo. Come ogni gatto, non sei tu a sceglierlo. È lui che sceglie te. Il Bardo ti cattura. Come una Mantide Religiosa. Il suo mondo popolato da situazioni e personaggi archetipici è una specie di prigione ossessiva. Un pensiero fisso conficcato nella testa. Ma non solo. L’Universo mondo del Bardo è anche un bisogno fisico. Un’urgenza creativa impellente che va esercitata assolutamente e cristallizzata in qualcosa di tangibile prima che si incancrenisca tramutandosi in rimpianto. O peggio ancora in metastasi».

In Otello, non si sa che fa contamina elementi pop e della cultura social senza mai perdere di vista la loro trasfigurazione lirica. L’esito è un registro vertiginosamente ma solo apparentemente bipolare, un continuo avvicinarsi al pubblico senza mai invaderne il campo e l’autonomia di giudizio, un prenderlo per mano per condurlo a scavare nella propria intimità, parlando di amore, e a indagare il mondo che lo circonda, destrutturando fenomeni che oggi spesso vengono sviliti a rissa da pollaio (non a caso, accosta continuamente politica e calcio). Ci racconta come sviluppa il suo processo creativo? 
GBB: «Il mio personale processo creativo ha sempre a che vedere col capire innanzitutto qualcosa di se stessi. Esorcizzare la paura della fine. Della Morte. Dei titoli di coda. Della calata di sipario. Prendere a ceffoni il vuoto. Dirgli, ora basta, molla la presa e lasciami esistere! Per sconfiggere la morte in vita provo a non far riposare la mente. Mai. Come una catena di montaggio in perenne stato operativo. Mi dispongo all’apertura dei sensi, tipo sciamano, e spero sempre che l’Universo risponda presente alla mia richiesta d’aiuto. Così come la fine di qualcosa, non mi rilassa, l’inizio di qualcosa, se possibile, mi crea ancora più ansia. Ma non l’ansia da lettino dello psicanalista. Io parlo di un ansia ancestrale, atavica, antica. Un parto difficoltoso ove sta scritto un pugno di geroglifici che somiglia al mio volto. Ora, questa situazione di mancanza di pavimento sotto i piedi, così tanto gemella siamese d’uno stato d’abbandono, condiziona il tempo della creazione indirizzandolo verso uno stato d’agitazione perenne. Una fretta sottopelle pronta a deflagrare come la storica e disastrosa eruzione del Vulcano Krakatoa. Devo produrre compulsivamente, altrimenti mi sembra di cessare d’esistere. Questa esigenza è di ordine prettamente lirico. Ed è terribilmente sincera. Insomma, sono questa roba qui, questo coacervo di paranoie. E ci ho fatto la pace. Ad Aprile di quest’anno, con Urano in retrogradazione, ho festeggiato il decennale dei miei disturbi somatoformi».

Quale il valore aggiunto, ammesso che ci sia, dal poter contare sulla collaborazione e l’investimento di uno spazio piccolo, ma visionario, come il Teatro Studio Uno (ricordiamo anche la retrospettiva dello scorso anno)?
GBB: «Il Teatro Studio Uno ha visto queste mie nevrosi tramutarsi in qualcosa di creativo. Necessario. Per me, sicuramente necessario. C’è il Teatro Studio Uno. Per fortuna. E ora l’ipnosi regressiva o qualsivoglia altra terapia di guarigione mi sarebbe superflua, o forse persino dannosa».

Era già accaduto con Flavia Germana De Lipsis, altra attrice di categoria superiore, ammirare la sua capacità registica di far varcare ad artisti strutturati i propri confini (non limiti) attorali. Claudia Salvatore non solo è stata Desdemona (o Iago), ma ha saputo restituire la propria interpretazione riunendo in maniera sconcertante l’immedesimazione nei personaggi e l’autenticità della persona. Ci spiega come si svolge la parte relativa alla preparazione dell’attore/attrice?.
GBB: «Otello non si sa che fa
mantiene intatto lo spirito del Bardo. Il soffio vitale della trama shakespeariana. Poi però succede qualcosa. L’amore viene raccontato attraverso il conflitto di scena. E il giudizio viene totalmente bandito. L’Universo non giudica. Non esistono i buoni e i cattivi. Certo, l’essere umano si è dotato di leggi a servizio del quieto vivere. Prendere posizione è doveroso. Sempre. È un atto di coraggio. Ma l’Universo è al di sopra di ogni giudizio. Ti perdona e basta. Perdona la tua auto-spietatezza intrinseca. Si adopera per trascinarti oltre ed elevare il tuo stato di coscienza. Non si può rimanere prigionieri in eterno. Otello in ogni caso sono parole. Simboli e concetti su carta ai quali l’attore deve prestare il suo corpo-voce. L’Attore deve occuparsi di evocare quelle parole, stupendosi, come se fosse la prima volta che le pronuncia. Deve essere qui e ora. Non è necessario scomparire dietro al personaggio. O nascondersi sotto un emotività totalmente preconcetta. Il personaggio a teatro potrebbe essere come i fantasmi, o gli alieni, o i folletti, le sirene, le fate, gli gnomi. Potrebbe non esistere. Ebbene, se esiste, peggio per lui. È lui l’ospite dentro il mio corpo voce. Non il contrario. Il sacrificio sul palco è fatto di presenza totale e ascolto maniacale. E poi c’è l’elemento più importante. Essere disposti ogni sera a morire. Esaurirsi li su quelle assi. Come se fosse l’ultima possibilità d’esistenza, prima del definitivo congedo».
Claudia Salvatore
: «Il lavoro di Bartolo sulla recitazione è essenziale, la sua richiesta è molto semplice perché non ti lascia alternative. In poche parole non hai scampo. Non esiste nessun appoggio, nessun rifugio, nessuna possibilità di finzione, esiste solo l’urgenza del sangue di scorrere. Ogni parola ha bisogno di essere detta, ogni parola vive e richiede al corpo di essere presente. Nessuna parola è scritta per caso, non c’è una virgola che poteva essere risparmiata, quello che diciamo è tutto importante ed è sempre questione di vita o di morte.
Perciò mi ha chiesto una cosa semplice, ma drammaticamente risucchiante. Esserci, con tutte le cellule del corpo. Essere presente. Questa è l’unica via possibile, non avrebbe permesso il contrario».

La sua drammaturgia sembra aver raggiunto un livello di maturità inaudito: privilegiando la ricerca della prossimità al pubblico e declinando la propria dimensione poetica sull’hic et nunc, in Otello indaga il tormento di chi, ieri, oggi e domani, è sconfitto in amore senza cercare di strizzare l’occhio alle mode del momento (il femminicidio, per esempio) o affannarsi in inutili ricostruzioni filologiche, pur riuscendo a mantenere straordinariamente intatto il senso più profondo della tragedia originaria. Cosa dovremo aspettarci per il futuro da Giovan Bartolo Botta?
GBB: «Quest’anno è stato ed è ancora un anno molto particolare. Ci sono state retrogradazioni e quadrature epocali. La più importante è stata quella di Urano nella casa degli affetti. Urano è un pianeta generazionale. Si muove di domicilio ogni sette anni. E quando si sposta mette a dura prova l’ordine costituito. L’Ondata di strani e strambi governi reazionari a cui stiamo assistendo è figlia diretta del moto uraniano. Urano governa il mio segno del sole. L’Acquario. Sapevo che questo mi avrebbe letteralmente disarcionato. Ma saperlo per tempo, non serve a difendersi. Anzi, è necessario arrendersi e lasciarsi divorare dalla balia degli eventi. Il risultato è stato un salto indietro al preciso instante in cui sono venuto al mondo. Il secondo spaccato di un amore spezzato sul nascere che 37 anni dopo ha prodotto questo Otello. Il futuro è sempre la guarigione, l’armistizio con quell’amore spezzato, 37 anni fa. Sulle latitudini di Belo Horizonte».

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