La passione di Giovanna

Eroina, eretica, pulzella e paladina: tra storia e leggenda, sul palcoscenico del Teatro del Giglio di Lucca, è protagonista Giovanna, detta d’Arco.

La regista e drammaturga Maria Grazia Cipriani mette in scena, senza l’intenzione di proporre l’ennesima interpretazione storiografica di una vicenda quantomeno controversa, le ultime ore di Giovanna da Domrémy (interpretata da una sofferente Elsa Bossi, “virilizzata” per la parte da una fasciatura tesa a farne scomparire le forme). Una giovane donna vissuta nel XIV secolo che, dopo aver condotto il proprio popolo alla riscossa contro l’invasore inglese, aver concorso all’incoronazione di Carlo VII ed essere stata condannata dalla giustizia ecclesiastica e secolare come eretica, trascorre le ultime ore in prigione – l’efficace scenografia a emiciclo è di Graziano Gregori, simbolo insieme di costrizione materiale e mentale, costruita con assi di legno e dalla quale la protagonista uscirà, ormai fisicamente devastata, solo per salire al rogo nella toccante scena finale di «un delirio che tende all’orgasmo», come suggerisce la stessa regista, essendo per Giovanna il momento di congiunzione finale con quel divino da cui si era sentita interpellata fin dall’adolescenza. Accanto a lei, tre piantoni – i feroci Giacomo Vezzani, Jonathan Bertolai e Nicolò Belliti, che, trapassata Giovanna, «aspetteranno in carcere l’arrivo dell’ennesimo capro espiatorio» – in una rilettura del tema della banalità del male. Una lunga attesa, struggente e trasfigurante, caratterizzata dai tormenti fisici e dell’anima di una fanciulla alla quale nulla viene risparmiato, neanche il dubbio radicale del credente – giungendo a citare quasi letteralmente il celebre “Padre, perché mi avete abbandonato?”.

Come da marchio di fabbrica della storica compagnia lucchese, la vicenda teatrale della Pulzella d’Orléans, “incastonata” all’interno di un ricercato contrappunto tra piano visionario e realtà – reso dai suggestivi giochi di luci e ombre (firmati da Linzalata e Giommarelli) e dagli onirici paesaggi sonori di Hubert Westkemper – non è confinata però alla sola dimensione individuale. Figura storicamente indecifrabile e strumentalizzata da ogni parte politica, la Giovanna del Teatro del Carretto – già nel titolo emblematicamente privata del cognome: «comparso ufficialmente solo nel processo di riabilitazione del 1455», come ricorda la stessa Maria Grazia Cipriani, «a testimonianza di come la vicenda reale si confonda in maniera non distinguibile dalle leggende» – non vuole richiamare alla memoria la classica eroina che i libri di storia rappresentano come simbolo della nazione francese (e che non tutti sanno essere oggi patrona di Francia e, addirittura, santa per la Chiesa cattolica – canonizzata nel 1920 dal papa “pacifista” Benedetto XV). Al contrario, vuole porre l’urgenza della questione universale e concreta del dramma di tutti coloro che sono (stati e saranno) vittima del potente di turno.

Al di là delle diverse – e spesso contraddittorie – interpretazioni storiche dell’epopea della pulzella, lo spettacolo presenta agli spettatori la tragedia di una ragazza lasciata morire, sola e nell’indifferenza di quei potenti (e non) dai quali, pure, era stata utilizzata (finché ritenuta “utile” alla causa). Sulla scena emerge emblematica, reale e attuale, la figura della vittima del potere: istituzionale e «religioso solo nel caso specifico» che, razionale, autoritario e definitivo, emerge dalla voce registrata dell’inquisitore (Dario Cantarelli), nel racconto del processo-farsa (che la vede, prima, abiurare, poi pentirsi dall’aver tradito l’investitura divina solo per salvare la propria umile persona). Vittima del potere del genere maschile (come ricorda Maria Grazia Cipriani: «perdura, nel nostro Paese, per le donne, ancor più se giovani, una situazione di pesante discriminazione pubblica e privata») che, violento e sordo («l’uso dell’inglese» non a caso, «con cui si esprimono i carcerieri, vuole testimoniare la distanza e l’isolamento assoluto in cui si trovava la pulzella»), umiliante e senza scrupoli, continuamente infierisce, soprattutto a livello psicologico, sulla protagonista, mortificandone le convinzioni, comunque autentiche e sincere (anche quando non necessariamente condivibili), come il sentire le voci e attendere l’arrivo di chi l’ha abbandonata. Vittima, infine, di se stessa, della propria ingenuità – perché Giovanna non riesce a capire l’inganno-sberleffo del secondino travestitosi da San Michele e, dopo aver affermato che gli angeli le si rivolgono nella lingua del cielo, inizia a parlare in inglese, ovvero la lingua del nemico; e della propria (età dell’)innocenza. E non va dimenticato infine che, perché priva dello spessore culturale di celebri “fratelli di rogo” – quali Giordano Bruno e Girolamo Savanarola – Giovanna non sceglierà affatto il martirio per dimostrare qualcosa ai posteri. Anzi, fino all’ultimo si ha l’impressione che «non creda mai veramente che le possa accadere qualcosa di terribile, vista la protezione celeste della quale pensa di godere».

La sconfitta a cui assistiamo sul palco è radicale proprio perché è figlia della sincerità di una vicenda privata: quella che il Teatro del Carretto porta in scena è dunque la tragedia universale degli ultimi, di chi – per condizione sociale, psicologica o di genere – si vede strappato al proprio presente (prima ancora che all’ipotetico futuro), ridotto all’essere a disposizione (dei “forti”) e costretto a un’esistenza subordinata all’essenza, identità o “funzione”.

Un dramma di ieri, oggi e domani.

Lo spettacolo è andato in scena in Prima Nazionale:
Teatro del Giglio
piazza del Giglio, 13/15 – Lucca
venerdì 9 e sabato 10 dicembre 2011, ore 21.00 – domenica 11, ore 16.00

Teatro del Carretto presenta:
Giovanna al rogo
drammaturgia e regia Maria Grazia Cipriani
scene e costumi Graziano Gregori
suono Hubert Westkemper
luci Angelo Linzilata e Fabio Giommarelli
con Elsa Bossi
e Nicolò Belliti, Andrea Jonathan Bertolai, Giacomo Vezzani
voce Inquisizione Dario Cantarelli

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