Ritratti d’Autore

Dopo essere stati presenti alla seconda edizione di Forever Young, abbiamo deciso di “tornare sul luogo del delitto” per raccontare il dietro le quinte de La Corte Ospitale, intervistando Giulia Guerra, alla direzione organizzativa dal 2015. Donna competente, entusiasta del proprio lavoro e positiva anche in tempo di crisi, con quella marcia in più che hanno le «ragazze»: la cura per gli artisti e per i tanti progetti che il centro di produzione e residenziale di Rubiera mette in campo quotidianamente.

Da quali esigenze e in quali luoghi nasce La Corte Ospitale?
Giulia Guerra: «La Corte Ospitale è nata vent’anni fa dall’esigenza di un’amministratrice illuminata, che era il Sindaco di Rubiera e che, grazie alla sua capacità di trovare fondi, riuscì a fondare la nostra Associazione dandole una vocazione teatrale e, poi, a ristrutturare questo luogo, allora abbandonato – un antico ospitale sulla Via Francigena, dove facevano tappa i pellegrini – fino a trasformarlo in un centro di accoglienza per i nomadi della cultura. Fin dall’inizio, quindi, l’amministrazione ha guardato a esperienze residenziali d’Oltralpe e, per la precisione, alla Chartreuse di Avignone (il CEAD, Centre des Auteurs Dramatiques ospitato presso la Chartreuse di Villeneuve-lez-Avignon, n.d.g.), un luogo pensato per ospitare drammaturghi. A livello di amministrazione comunale, si è scelto di dare vita alla Corte Ospitale come spazio di produzione e residenze. Le direzioni, nel tempo, si sono avvicendate ma, da Walter Zambaldi in poi, si è deciso di privilegiare il discorso residenziale, pur riconoscendo la necessità di continuare a produrre spettacoli».

Spesso le residenze, in Italia, si risolvono nell’offrire agli artisti uno spazio e, a volte ma non sempre, il supporto tecnico, in cambio del debutto dello spettacolo in Stagione. Come si pone, al contrario, La Corte Ospitale?
G. G
.: «Ciò che lei puntualizza è quanto, a volte, succede – ed è successo anche qui, in particolare quando le residenze non erano riconosciute. Ora che riceviamo anche contributi economici, la prassi è ovviamente cambiata. Le residenze non sono uno scambio tra spazi e repliche. Per me, il concetto da difendere è quello di residenza quale luogo di ricerca, di sperimentazione, dove l’artista si concede un tempo più lungo per superare i propri limiti e quelli del proprio linguaggio, contaminandosi con altri artisti. E qui alla Corte, dove continua a coesistere l’anima produttiva, è importante tenere distinti i due binari. Chi è prodotto da noi, esce da un periodo di residenza, anche lungo, con un prodotto artistico che cerchiamo di posizionare sul mercato; chi è qua in residenza, al contrario – aldilà che la Compagnia o l’artista abbia comunque la necessità di creare un prodotto per sé – è libero di vivere il periodo alla Corte Ospitale come tempo di ricerca, tutelato, dato che la produzione, molto spesso, pone dei vincoli che impediscono la crescita dell’artista. Inoltre, cerchiamo di creare occasioni di crescita diverse, come Repertorio, un progetto appena lanciato che coinvolgerà Danio Manfredini: un percorso di alta formazione, gratuito, per trenta artisti, che avranno diritto a otto sessioni di lavoro di cinque giorni ciascuna, che si terranno una volta al mese. Un modo per darsi un appuntamento fisso, dove la pratica quotidiana, che spesso è negata, torni al centro del fare teatro».

A cosa si deve la scelta di concentrarsi sull’aspetto residenziale?
G. G.: «Facciamo una premessa: il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si è accorto che le residenze sono luoghi pulsanti di creatività. Per anni abbiamo cercato di far coesistere le due anime, quella d’impresa di produzione riconosciuta a livello ministeriale e quella di titolari di residenza – dal 2015 anch’essa riconosciuta. Quest’anno abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti e, grazie al cambiamento dei riferimenti regionali e ministeriali, abbiamo chiesto di diventare Centro di residenza regionale. Se prima, tutti i titolari di residenza, ognuno con la propria identità ed esperienza, erano riconosciuti come uguali fra loro, a prescindere dal finanziamento elargito; ora si fa una sostanziale differenza, da una parte c’è il Centro di residenza regionale, e dall’altra quelli operanti sul territorio. Come da richieste ministeriali, abbiamo fatto raggruppamento e, insieme a Mondaino (L’Arboreto – Teatro Dimora, con sede a Mondaino, in provincia di Rimini, n.d.g.) – che, secondo me, è l’altra esperienza residenziale più significativa della regione – abbiamo presentato domanda per diventare il Centro di residenza regionale, così da dare maggior forza al nostro progetto, anche tenendo conto dello spazio che abitiamo».

Vi occupate anche di distribuzione, un’attività sempre più difficile in Italia, sia per la pratica degli scambi tra ex Stabili sia per le logiche del Fus che premiano la produzione usa e getta. Ci spiega le problematiche che affrontate?
G. G.
: «Mi trovate un po’ depressa su questo fronte. Diciamo che problemi quali la bulimia produttiva di questo sistema, la riscontriamo anche noi e, nostro malgrado, anche nella nostra attività. In effetti, a volte, collaborando con tanti artisti interessanti, mettiamo giù un progetto produttivo che è poi difficile da sostenere in distribuzione. D’altra parte, nonostante io mi dica che la qualità dovrebbe compensare eventuali squilibri del mercato, negli ultimi due anni riscontro effettivamente una certa difficoltà nel discorso distributivo. Difficoltà che, in parte, si può arginare con scelte progettuali, come la programmazione delle produzioni; oppure, dato che la distribuzione è fatta a monte – nel momento in cui si progetta la produzione – privilegiando le coproduzioni, che favoriscono l’allargamento del mercato. Ma esistono questioni sulle quali non riusciamo ad agire positivamente e non so quali saranno i risultati dei tentativi fin qui fatti. Va anche sottolineato che i progetti di artisti come i nostri, che impiegano tanto tempo e risorse – e penso in particolare a Danio Manfredini, a cui occorrono anche tre anni di studio per uscire con un nuovo prodotto – non possono ritrovarsi con una trentina di repliche. Questo è un problema per l’artista, per lo spettacolo che – a trenta repliche – dovrebbe essere all’inizio della sua storia e non alla fine, ma anche per gli spettatori, che sono privati di un panorama completo di quanto si produce».

Tra gli artisti che seguite ci sono Giuliana Musso e Oscar De Summa, ma anche Danio Manfredini e Paolo Rossi. Un ventaglio molto ampio del fare teatro. Come nascono questi incontri?
G. G.
: «Innanzi tutto va detto che Paolo Rossi non lavora più con noi da aprile di quest’anno perché le esigenze da parte di entrambe le parti sono cambiate. Per quanto riguarda, comunque, queste collaborazioni in generale, quando sono state avviate, tra il 2008 e il 2010, nascevano dall’esigenza – per La Corte Ospitale – di ragionare su un teatro popolare di alto livello, di cui Paolo, Giulia e Oscar – ciascuno con le proprie peculiarità – erano sicuramente i rappresentanti. Un teatro, il loro, che poteva parlare direttamente al pubblico, sebbene con codici diversi, rompendo quella diffidenza che si nota da parte dello spettatore verso il teatro, visto come luogo inaccessibile, dove si utilizza un linguaggio che non si comprende. Questa esigenza resta nelle nostre corde, e la ricerca del pubblico fa parte delle problematiche relative alla distribuzione. Per quanto riguarda Danio Manfredini, il discorso è un po’ diverso. Per noi è un maestro, un punto di riferimento. Quando Danio ci chiese di fare casa qui, La Corte Ospitale considerò la domanda, un privilegio: lui ci insegna, ogni giorno, come vivere questo mestiere».

Una tra le attività de La Corte Ospitale è anche Forever Young, un progetto residenziale per giovani Compagnie che offre, tra l’altro, un anno di distribuzione allo spettacolo premiato. Il Bando 2018 era rivolto a under 35 e/o emergenti. Non pensa che l’opportunità dell’under 35 sia ormai una gabbia che non favorisce il ricambio generazionale?
G. G.: «La questione di vincolare il Bando alla partecipazione di under 35 ed emergenti rendeva concreta una chiamata della Regione, ossia rispondeva a un preciso capitolo del Bando sulle Residenze che ci chiedeva di ragionare su queste categorie a favore del ricambio generazionale. Nel nuovo Bando regionale sulle Residenze si parla, al contrario, di “residenze trampolino”, che favoriscano la crescita di nuove istanze creative intese come ragazzi appena usciti dalle Accademie, che non hanno esperienza di Compagnia né teatrale a livello lavorativo. Dato che ci teniamo a Forever Young, vi assicuriamo che ci sarà una terza edizione. Dovremo però rivedere le regole di partecipazione. Per quanto riguarda propriamente il ricambio generazionale, non so se La Corte Ospitale riesca a favorirlo con il proprio lavoro. Sicuramente cerchiamo di aprire le porte alle nuove esperienze e di creare occasioni di confronto con gli artisti più maturi, che sono residenti qui stabilmente. Nel nostro piccolo, e anche nelle nostre produzioni, diamo spazio alle giovani esperienze, anche accompagnandole in distribuzione, seppure con i nostri mezzi; ma – scusate il gioco di parole – non abbiamo i mezzi per un discorso sistematico come la vicenda richiederebbe».

Lei è una tra le poche donne alla direzione organizzativa di una struttura teatrale importante. Come si sente in questo ruolo e quanto è difficile per una donna conquistarlo?
G. G.
: «Da questo punto di vista, non ho avuto grosse difficoltà dato che, la mia, a livello lavorativo, è stata una crescita naturale. Quando il precedente direttore, Walter Zambaldi, con il quale collaboravo strettamente, ha fatto altre scelte lavorative, il CdA ha nominato me al suo posto – e, tra l’altro, in un momento in cui ero a casa in maternità. Forse il mio è un caso unico, ma devo dire che il mio operato è sempre stato riconosciuto all’interno della Corte Ospitale e anche dall’Amministrazione comunale, che è il nostro principale partner. Qualche donna in più, nel mio ruolo, ultimamente si vede e credo sia importante perché penso che le “ragazze”, se messe alla prova, abbiano diverse carte da giocare. In primis, quella della cura che, senza nulla togliere ai colleghi maschi, è forse la nostra marcia in più, un qualcosa che gli artisti sentono come prezioso. Spero che, prima o poi, si aprano nuove porte per noi donne in giro per l’Italia».

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