Quando i classici hanno ancora qualcosa da dare

Al Franco Parenti, il secondo appuntamento della rassegna Summertimi, con un’affollatissima prima milanese di Giuliett’e Romeo, m’engolfi l’core, amore, rivisitazione in dialetto perugino del grande classico Shakespeariano.

Annoso problema quello di portare in scena dei classici rivisitandoli, modernizzandoli, rinvigorendo la linfa di opere indebolite da interpretazioni troppo cattedratiche e accademiche. E anche questa volta la voce di certi “parrucconi” si è fatta sentire: scandalo e abominio per la versione che Timi ha voluto proporre della grande opera shakespeariana.

Alla prima dello spettacolo, quando lo propose al Festival dei due mondi di Spoleto, nel luglio 2011, molti lo massacrarono dicendo che sapeva troppo di sagra paesana: i benpensanti non potevano tollerare che un classico del genere fosse così grezzo, triviale, umano. «Mai un’offesa è stata il complimento migliore che potessero farmi, io volevo proprio questo!», così ha risposto Timi alla conferenza stampa milanese per la presentazione della rassegna e così, a quanto pare, è piaciuto al pubblico, considerando che, alla prima replica, la sala era piena oltre la sua effettiva capienza.

Già dall’inizio dello spettacolo si comprende che la storia dei due innamorati di Verona si trasforma in un pretesto per disquisire ironicamente dell’amore nella sua veste reale e quotidiana, evitando gli ormai improbabili voli pindarici di due tredicenni. L’ingresso in scena, attraverso un’entrata a forma di cuore di palloncini gigante, il tema musicale dell’8 e ½felliniano, un cupido kitsch che entra cantando un brano famoso di Massimo Ranieri: sono tutti elementi che preannunciano uno spettacolo che sarà una mescolanza di linguaggi diversi nel segno del circo, della sagra, della favola, del sogno e della cultura pop in tutte le sue sfaccettature.

Ben inteso: l’opera di Shakespeare è un capolavoro, ma forse più per i mirabolanti e umanissimi personaggi “laterali” che il drammaturgo inglese è stato così bravo a caratterizzare, che non per le turbe pseudo-platoniche dei due giovani. E proprio sui personaggi “minori” gioca molto Timi: la balia e Mercuzio assurgono a protagonisti quasi più dei due giovani, e impartiscono lezioni di vita divertenti nelle loro facies grezze ma profonde di senso.

L’ottima Lucia Mascino, l’inseparabile compagna teatrale di Timi – facile capire dalla sua bravura come mai per Timi sia imprescindibile la sua presenza in ogni nuovo spettacolo – riveste il ruolo di una balia napoletana molto abbondante, che elargisce saggezza e ironia sulla vita e sull’amore proprio perché ha vissuto, è disincantata e realista e, grazie alla sua esperienza, conquista il giovane e aitante Mercuzio che qui – più che dedito ai conflitti e alle armi – è un narciso kitsch super palestrato. Anche Mercuzio gode di un’eccellente interpretazione – da parte di Mauro F. Cardinali, il quale sa rendere bene il personaggio dello spaccone che cede, però, alle lusinghe d’amore della vecchia balia, morendo non per i conflitti bellicosi bensì per per altri, di natura assai più piacevole.

E che dire dei due giovani innamorati che finalmente vengono privati dei toni svenevoli e mielosi nei quali indulgono molte interpretazioni, concedendo loro battute e comportamenti sessualmente allusivi, situazioni che accennano ai primi turbamenti adolescenziali, dialoghi che si nutrono di metafore legate alla cucina per parlare dell’amore – perché si sa che il cibo e il sesso sono piaceri molto simili, se vissuti in maniera sana e spontanea. Il tutto è reso più divertente soprattutto dall’impasto linguistico dialettale, con un perugino comprensibile a tutti che umanizza l’amore tra Romeo e Giulietta: i giovani infatti, nel finale, si uccidono reciprocamente ma in modo ben diverso dal tragico finale originale, giocando su toni realistici e disincantati – come vuol essere l’opera di Timi. In questo senso l’interpretazione di Luca Rondolini e Vittoria Chiacchiella è eccellente nel rappresentare un tenero e impacciato Romeo, lui, e una “sgamata” e sveglia Giulietta, lei – sana, in carne e veracemente “paesanotta”.

In tutto questo, fondamentale il ruolo che Timi si è cucito addosso: quello del Cupido-Deus ex machina, che è spesso presente in scena, più che per narcisismo (come molti penserebbero) per monitorare la situazione: infatti, soprattutto nei momenti d’improvvisazione, l’attore-regista ammette di essere molto esigente con gli interpreti. Suo, inoltre, il compito di rappresentare una sorta di coro che possa chiarire meglio certi passaggi, sempre attraverso la chiosa ironica o realistica – come nel finale, dove il messaggio è: apprezzare chi abbiamo accanto per l’amore che ci dimostra concretamente più che per i regali, le parole o i simboli spesso fittizi, perché «l’amore non si deve dire, si deve fare». La sua bravura è sempre indiscutibile, soprattutto nelle trovate estemporanee, nella capacità di divertirsi sul palco pur rimanendo rigoroso, quando necessario. Altra qualità apprezzabile, a livello registico, è la sua capacità di non porsi costantemente al centro dell’attenzione, concedendo spazio agli attori che lo affiancano (scelta non scontata per molti autori-attori).

Il valore di una rivisitazione sta nella sua capacità di dare qualcosa in più rispetto all’originale o di renderne meglio lo spirito: in questo senso l’opera di Timi è riuscitissima e, come svago alternativo alle calde serate del luglio milanese, vale senza dubbio ben più di un aperitivo o di una serata al cinema. Consigliato a tutti.

 

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14 – Milano
fino a venerdì 20 luglio, ore 20.45

Giuliett’e Romeo
m’engolfi l’core, amore – la famosa storia di du giovani innamorati in volgare perugino
di Filippo Timi
con Filippo Timi, Lucia Mascino, Vittoria Chiacchella, Luca Rondolini, Mauro F. Cardinali
produzione Teatro stabile dell’Umbria

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