Il trono vuoto

franco-parenti-teatro-milano1Al Teatro Parenti di Milano Giulio Cesare di William Shakespeare in una rilettura ispirata a Nekrosius.

Dei drammi classici shakespeariani Giulio Cesare è sicuramente il più intrigante. Di esso è possibile fare una lettura libertaria (il film Cesare deve morire dei fratelli Taviani, in cui si riprende la messa in scena dai detenuti del carcere di Rebibbia, è ancora nel ricordo di tutti) o reazionaria. Nel 2012 al Piccolo Teatro di Milano Carmelo Rifici si era fermato a una lettura scenografica, mentre nel 1997 Romeo Castellucci aveva affondato il bisturi sui meccanismi della parola e del potere.

Il regista Andrea Baracco si ferma a una lettura estetizzante. Lo spettacolo, prodotto nel 2012, ha rappresentato l’Italia nella rassegna Globe to Globe alle Olimpiadi londinesi.

Con il drammaturgo Vincenzo Manna (autore anche dell’efficace traduzione) Andrea Baracco interviene pesantemente sul testo: elimina il personaggio di Cesare (l’assenza del personaggio servirebbe a sottolineare per contrasto la presenza ossessiva del dittatore), sostituendolo al massimo con una sedia sfondata e riduce tutti i personaggi a sette ruoli (interpretati però da sei attori): tre cospiratori (Bruto, Cassio, Casca), due donne (Calpurnia e Porzia), poi Ottaviano e Marc’Antonio. Saltano del tutto Cicerone, Lepido e tanti altri, quando non sono sostituiti da presenze mute.

Lo sfrondamento del testo si associa poi a un’eccessiva fascinazione del teatro di Nekrosius e delle sue regie costruite sulle improvvisazioni degli attori. Quello che però nel regista lituano nasce da una necessità artistica, qui sembra muovere solo da una ricerca estetizzante. Le azioni fisiche diventano paradossalmente delle digressioni fisiche, con il risultato di allentare i tempi e disorientare lo spettatore.

E come negli spettacoli di Nekrosius anche il palcoscenico è nudo e pochi elementi costruiscono la scenografia: solo quattro vecchie porte, agite dagli stessi attori, che sono appunto separazione e soglia d’ingresso, muro, sostegno. Le belle luci di Javier Delle Monache isolano l’attore, lo sorprendono quasi sempre in posizioni scomode e acrobatiche (appollaiato sulle porte, in bilico sui braccioli della sedia, sulle spalle dei compagni), mentre una colonna sonora confusa e prevedibile dilaga pervasiva.

All’inizio dello spettacolo si fa fatica a entrare dentro la storia, che comincia ad acquistare un senso solo quando le manovre dei congiurati diventano più stringenti, ma ci si smarrisce nuovamente nella seconda parte. Non solo, ma il discorso sulla società liquida, di cui si parla più volte nelle note registiche, non riesce a decollare. Sarà che non bastano quattro cappelli issati su dei bastoni per fare una massa, sarà che non si riesce a trasferire sul pubblico questa ingombrante responsabilità, fatto sta che il risultato non è all’altezza delle premesse.

Lo spettatore di conseguenza si concentra sulla parte più interessante: l’atmosfera allucinata come in un incubo in cui si prepara la congiura, il meccanismo perverso che porta alla violenza e ovviamente la prestazione, spesso intensa, degli attori.

Lo spettacolo continua
Teatro Franco Parenti

Via Pier Lombardo, 14 – Milano
fino al 19 febbraio
martedì ore 20.45 – mercoledì ore 19.30

Giulio Cesare
di William Shakespeare
adattamento di Vincenzo Manna e Andrea Baracco
regia Andrea Baracco
con Giandomenico Cupaiuolo, Roberto Manzi, Ersilia Lombardo, Lucas Waldem Zanforlini, Livia Castiglioni, Gabriele Portoghese
scene Arcangela di Lorenzo
disegno luci Javier Delle Monache
durata 120 minuti con intervallo
produzione 369gradi e Lungta Film – in collaborazione con Teatro di Roma

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