Mondi possibili

Di tante domande, una: quanti teatri sono possibili? Da Castiglioncello ci si interroga sulla natura multiforme del Teatro.

Quando si partecipa a un Festival di teatro, e si assiste a tanti spettacoli, spesso uno di seguito all’altro, l’esperienza è particolare, certo, e si mettono in moto domande che, forse, in situazioni normali emergerebbero con meno forza. Per la nostra seconda giornata a Inequilibrio 2018 ci concentreremo su questa: quanti teatri sono possibili? Con quanti modi di intendere e di fare teatro ci confrontiamo quando ci rechiamo a vedere uno spettacolo? E soprattutto, ogni tipo di evento ha esigenze peculiari, richiede qualcosa di diverso allo spettatore? È possibile guardare con gli stessi occhi tre spettacoli di natura dissimile? La prima risposta potrebbe essere che è importante avere la consapevolezza di trovarsi di fronte a ricerche molto differenti fra loro.
In questo caso ci riferiamo a tre gruppi di lavoro la cui serietà è fuori di dubbio. AttoDue/Murmuris, Il collettivo di Silvia Pasello/If Prana e Fortebraccio Teatro. Tre esempi di fare teatro diversi, tre spettacoli di qualità, che vale la pena “incontrare”.

Seguiamo l’ordine della serata e partiamo con Giusto la fine del Mondo di Attodue/Murmuris.
Un teatro che potremmo far rientrare nel filone della tradizione raggiunge qui livelli molto alti: bel testo, ottimi gli attori (con una particolare nota per Roberto Gioffrè), una recitazione che persegue il naturalismo e ci riesce toccando livelli di trasparenza rari: gli attori scompaiono completamente lasciando il pubblico solo davanti ai personaggi, dentro la loro casa. Si, perché nella messinscena la gestione dello spazio approfitta delle belle sale decorate di Castello Pasquini, trasformando la Sala del Ricamo nella sala da pranzo, semplicemente posizionandovi un tavolo, le sedie, un mobile, delle fotografie, qualche soprammobile. Gli spettatori prendono posto direttamente lì, sedendo lungo le pareti, dopo aver abitato – in attesa dell’inizio e durante le prime scene – la sala adiacente e aver esplorato, in parte, il resto dell’abitazione.
Relazioni tese, dinamiche familiari e fra fratelli che non suonano estranee. L’ironia tragica condivisa con Louis, il personaggio/narratore sempre sul punto di raccontare il suo segreto ma sempre rinunciatario, a causa di muri eretti da tempo e che lo separano dagli altri, ostacoli troppo alti per essere superati.
Ci confrontiamo, in questo caso come nella coproduzione I Sacchi di Sabbia/Massimiliano Civica Andromaca, in scena il 4 luglio, con un esempio spettacolo che potrebbe rientrare all’interno della ricerca di un teatro popolare d’arte. Giusto la fine del mondo è tradizionale (nella scelta del racconto e nell’impostazione naturalistica) con tratti di sperimentazione (quali la gestione dello spazio e la disposizione del pubblico: niente di trascendentale ma, forse, una soluzione con una sufficiente carica trasgressiva per l’abbonata in pelliccia della domenica pomeriggio). E, come detto, è un lavoro di grande qualità. Un teatro di tradizione ben fatto è comunque un ottimo baluardo a difesa del Teatro nel suo insieme.

Passiamo a Di tutti gli Istanti. Silvia Pasello in scena con Caterina Simonelli presenta un lavoro ancora in fieri – in cammino potremmo dire. Esito momentaneo di una ricerca sempre aperta, su forme, linguaggi, drammaturgia e pedagogia. Approfittando del testo di partenza, Savannah Bay, di Marguerite Duras, riscritto da Silvia Rubes, in scena si racconta del teatro (soprattutto dei suoi lati oscuri), in una strana mescolanza fra storia personale e racconto teatrale, fra dipanarsi della trama e un notturno attraversamento di un territorio sconosciuto.
Un lavoro in corso che coglie l’occasione del Festival per aprirsi al confronto con le reazioni del pubblico. Ed ecco che sorge una nuova domanda: come spiegare agli spettatori il loro ruolo in questo incontro?
(A questa, e ad altre questioni, proveremo a rispondere in un’intervista con il collettivo di prossima pubblicazione).

Per finire arriviamo a Sei. E dunque perché si fa meraviglia di noi? di Fortebraccio Teatro.
Anche in questo caso la scena accoglie un attore di notevole caratura, Pier Giuseppe Di Tanno, che per oltre un’ora accentra su di sé attenzione, sguardi ed energia. Altro giro, altra corsa sulla giostra del teatro, questa volta in compagnia del demoniaco, della morte – forse. O meglio, di entrambi (rimando allo statuto incerto dei sei personaggi? O allo statuto incerto di ciò che siamo, con tutti i lati demonizzati di noi stessi, fino al più estremo, la morte – tabù impensabile)?
Nella prima parte dello spettacolo (un po’ come faceva Roberto Latini stesso nella versione radio edit dei Giganti della Montagna), l’attore interpreta alcune parti del testo dei Sei personaggi in cerca d’autore, in piedi su di un piedistallo a un metro e mezzo da terra. Alle sue spalle un fondalino bianco che lo incornicia. Sopra di lui un riflettore che lo illumina quanto basta. Il costume è esso stesso composizione di simboli potenti: la maschera di un teschio, una gorgiera rosso sangue, maglia bianca e calzoni attillatissimi di pelle/plastica nera lucida.
Alla restituzione del testo si alternano momenti di sosta. Pause in cui la luce illumina tutta la scena e, dal fondo, si accende un ventilatore che muove il telo bianco. Si sente solo il suo rumore.
Mano a mano che si procede con la storia, in questi momenti di sosta l’attore mostra sempre più la sua fatica, levandosi la maschera, asciugandosi il sudore, godendo dell’aria fresca del ventilatore. Appare sempre più sfinito, per poi ricominciare la sua recita con nuova lena.
Alla fine fa cadere la maschera, strizza la maglia e la abbandona (momento meno stiloso, ma che rende bene l’idea della fatica a chi crede che stare in scena non sia estenuante).
Cala un tulle nero di fronte a lui. Scompare il fondalino bianco: la prima parte termina e iniziano a susseguirsi quadri in stile diverso. Prima, una sequenza in cui dominano il buio, la musica e singole parole sono visibili, in doppia proiezione, sul tulle e sul fondale.
Poi, il ritorno sulla scena del Di Tanno, in maglia nera e giacca bianca, che recita al microfono (calato, nel frattempo, al centro a ridosso del tulle): si continua con il testo di Pirandello fino alla didascalia finale.
Di colpo due tagli rossi illuminano il performer a ridosso del tulle, la distorsione della voce ci precipita all’inferno; mentre ci si appresta alla conclusione, capocomico e demonio si sovrappongono.
Segue un’interpolazione dall’Amleto, atto V scena I, con Clown/becchini a seppellire la piccola affogata nella vasca/Ofelia (a rivendicare la fatalità del destino? Di una scelta che tanto libera non è?), e infine il ritorno al testo pirandelliano, al tema della meraviglia, dell’impossibilità (o per lo meno delle difficoltà) della comunicazione, dell’incomprensione fra le persone, fino al bagno nella vasca, in cui l’attore, finalmente nudo, sommerso di schiuma, sembra rivendicare: “Io sono gioco, bellezza, complessità. Io sono con tutti i miei diavoli”.
Sei ci presenta un altro modo di costruire il testo spettacolare: nella prima parte il corpo dell’attore, con la sola maschera, il costume, la voce; figura che rimanda alla commedia dell’arte, forse, e anche all’origine delle sue maschere quali rappresentazioni demoniache. Gioco di scatole cinesi, in cui alla rappresentazione dell’essere sul piedistallo, si alterna la fatica dell’attore, e forse dell’uomo. A seguire, una seconda parte all’insegna degli effetti sonori, visivi, luministici, estetizzanti, ma sempre molto efficaci e affascinanti (che dire dei tagli rossi che illuminano le increspature del tulle nero?) con i diversi media utilizzati a comporre significati e a raccontare visioni, visioni essi stessi.

Tre spettacoli molto diversi fra loro, intrinsecamente, che ci pongono di fronte alla considerazione che, a volte, a sentir discutere di teatro, sembra che di teatro ne debba esistere uno solo. Ma un festival può essere l’occasione per mostrare le mille sfaccettature di un’arte che soddisfa diverse esigenze estetiche e, in un certo senso, etiche. E indubbiamente questi lavori sono solo tre manifestazioni di un fenomeno multiforme ed eterogeneo, vario come varie sono le urgenze degli artisti che lo creano. Forse, a fare la differenza vera fra ciò che merita di essere ascritto al Teatro è il rigore, l’onestà di un intento. La serietà di un impegno.

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di Inequilibrio Festival 2018:
Castello Pasquini, varie location
Castiglioncello (LI)

giovedì 5 luglio, ore 18.00
Sala del ricamo
Attodue/Murmuris presentano:
GIUSTO LA FINE DEL MONDO
di Jean-Luc Lagarce
traduzione Franco Quadri
drammaturgia e regia Simona Arrighi e Laura Croce
cura Silvano Panichi
con Luisa Bosi, Laura Croce, Sandra Garuglieri, Roberto Gioffrè e Riccardo Naldini
allestimento spazio scenico Francesco Migliorini
assistente Angelo Castaldo
organizzazione Elisa Bonini, Davide Grassi
produzione AttoDue / Murmuris
con il sostegno di MIBACT, Regione Toscana, Estate Fiorentina 2017

ore 21.00
Sala del camino
If Prana/Silvia Pasello presentano:
DI TUTTI GLI ISTANTI
da un’idea di Silvia Pasello
con Silvia Pasello e Caterina Simonelli
drammaturgia e testo Silvia Rubes
musiche e suoni Ares Tavolazzi
luce e tecnica Valeria Foti
curatrice del progetto Silvia Tufano

ore 22.15
Tensostruttura
Fortebraccio Teatro presenta:
SEI. E DUNQUE, PERCHÉ SI FA MERAVIGLIA DI NOI?
da Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
drammaturgia e regia  Roberto Latini
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
assistente alla regia Alessandro Porcu
con  PierGiuseppe Di Tanno
produzione  Fortebraccio Teatro
con il sostegno di  Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di  MiBACT, Regione Emilia-Romagna

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