Ancora il Fringe, ancora idee

Nella giornata di domenica 12 gennaio, abbiamo osservato Goodbye Mr. G e Prendi i miei vestiti.

Innanzitutto, chi è G? Potrebbe essere G come Geppetto, il papà di Pinocchio, a cui questo lavoro si ispira. Il burattino non è di legno, ma una figlia in carne e ossa in desiderio di soggettività e di autonomia. Figlia di una madre volata in cielo anzitempo, la ragazza è irretita da un gatto e una volpe che cercano di carpirne il candore, avvicinandola a una dipendenza tossica.

Nel romanzo di formazione di una giovane donna, proprio lei dovrà trovare la via per tornare a sé stessa, quando una medicina amara si prepara con la morte di suo padre. Sulla memoria di G, artista, artigiano e padre, la drammaturgia gioca diversi rimandi narrativi, quasi sempre allusi, con la morte a sparigliare le carte di un rapporto d’affetti e proprio la memoria a stare per ciò che avremmo voluto dire.

Prendi i miei vestiti è l’intenso monologo di Elvira, una donna che si chiede se sia più “aspirapolvere o lavatrice”. È dipendente da un uomo tramite il quale cerca di esorcizzare le proprie ossessive paure, concentrandole tutte su di lui. Orazio – appellativo delle rime “infantilizzate” di Elvira – è l’uomo al quale lega soprattutto la sua fragile identità femminile, anche a prezzo di ripetuti traumi “commotivi”. Questi sono motivati da Elvira con uno stato di malattia costituente (la propria condizione di genere), essendo state scartate cause neurologiche.

Il corpo di Giulia Innocenti fa cedere Elvira con le movenze di una foglia che cade, con la lentezza di un pensiero che cerca disperatamente di costruire ragioni che escludano Orazio dall’odio. Elvira, che ha paura delle notizie in TV, dei ragni, dei topi, sposta su questi l’orrore di un uomo, il quale – malgrado tutto – è prezioso per Elvira come un “topazio”.

I vestiti rimangono nel posto da cui la donna che li ha indossati se ne è ormai andata, quei vestiti utilizzati per coprire le ferite, forse la sola ferita di cui Orazio ha orrore, quella mancanza femminile per la quale una donna acconcia i capelli, veste il corpo, trucca il volto. Elvira non vuole vedere, come Orazio cerca di sgombrare il suo orizzonte da una donna da amare, che al contrario deve essere per questo offesa, svuotata, sconfitta.

Usciamo da La Pelanda con sensazioni opposte. Se Goodbye Mr. G è spettacolo molto “vestito” (tra musiche, costumi, diverse tecniche espressive), col rischio di affollare il campo scenico, Prendi i miei vestiti è al contrario un esempio assai riuscito di sottrazione. Nella sua asciutta essenza, è fatto solo di corpo e voce, con luci e musiche ad accompagnare la confessione di una donna, ma anche un immaginario riscatto quando il lamento si fa canto, e la morte fa il suo ingresso in scena per prendersi un corpo senza vestiti.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Roma Fringe Festival
La Pelanda

piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
domenica 12 gennaio ore 19 e ore 22

Prendi i miei vestiti
drammaturgia e regia Giulia Innocenti
con Giulia Innocenti
musiche originali ed effetti sonori Giacomo Innocenti
light design Camilla Piccioni
assistente alla regia Gaia Benassi
costumi Maria Elena Solari
grafica Sandro Stefanini
The ghepards (Roma)

Goodbye Mr. G
drammaturgia Eric Paterniani
regia Veronica Nolte
con Eric Paterniani, Giulia Martinelli, Veronica Nolte e Leonardo Maltese
creato da Valeria Lacampo, Veronica Nolte, Eric Paterniani
in collaborazione con Vox Animi
Aliens With Extraordinary Abilities (Los Angeles/Londra/Roma)

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