Quando l’omofobia è in agguato dietro le quinte

Grumi (memorie del cazzo) di Niccolò Matcovich ha per protagonista un omicida borderline al quale piacciono i ragazzi, forse un po’ poco per annoverare il testo tra gli spettacoli di una rassegna di teatro omosessuale.

Nel monologo Grumi (memorie del cazzo) di Niccolò Matcovich il protagonista ripercorre la sua gioventù fatta di incontri sessuali con dei ragazzi, prima, e con una ragazza, dopo. Quello che sembra il racconto di una vita libertina vira sul finale nel resoconto di un omicidio, commesso con leggerezza e all’improvviso, per il quale il protagonista è condannato a vent’anni di carcere, dal quale, capiamo solamente alla fine, ci sta raccontando la sua storia.

Il racconto di sperimentazione sessuale di un giovane ragazzo e la parabola di una mente borderline che giunge al suo destino omicida e al carcere rimangono due elementi il cui accostamento non è sostenuto da alcuna necessità narrativa, perché omicidio e omosessualità non hanno tra di loro legame alcuno né nella vita reale né in quella del protagonista del monologo.
Il fatto che questi due percorsi vengano proposti insieme getta sul testo una sinistra luce omofobica lasciando presumere – senza dirlo esplicitamente ma senza nemmeno negarlo chiaramente – che qualche legame ci sia.
In scena il protagonista è sdoppiato in due presenze distinte, non sappiamo se già nel testo o per intenzione del regista, un adulto borghese (Marco Marelli) che parla impassibile della sua gioventù libertina e un ragazzo (Michele Balducci) al contempo sfrontato e ingenuo. Uno sdoppiamento che all’inizio dà qualche timido risultato drammaturgico – la descrizione dei giovani coi quali fa sesso fatta dall’adulto è sempre contraddetta dalla sua controparte giovane – diventando ben presto ingombrante perché non ha una vera necessità narrativa.
L’io adulto non rappresenta il protagonista invecchiato in carcere né una sua componente caratteriale, e la sua presenza è ben presto scalzata da quella della controparte giovane che rimane in scena da sola.
Gli attori sono bravi nell’eseguire il monologo ma la debolezza del testo offusca il loro impegno lasciando lo spettatore perplesso e confuso dinanzi un racconto ambiguo.
L’ambiguità non riguarda l’identità sessuale del suo protagonista – com’è omofobicamente riportato nel programma di sala – ma la maniera stereotipata con cui si racconta di un omosessuale omicida.

Il protagonista lungi dall’essere, semplicemente, un ragazzo al quale piacciono i ragazzi, è, come vuole il cliché, un omosessuale promiscuo. I suoi incontri ci vengono descritti con ripetuti ed espliciti dettagli sessuali: il fallo sporco di sangue dopo l’unico rapporto anale da insertivo, gli effetti di un grosso fallo sul suo ano, quando intraprende la strada da ricettivo, le dimensioni di quello di un compagno delle medie. Questi dettagli sembrano rifarsi a quelli di tanti testi, anche non teatrali, della seconda metà del secolo scorso, nei quali si legittimava la sessualità tra uomini parlandone “senza peli sulla lingua”.
Oggi che le istanze delle persone omosessuali sono ben altre – accesso al matrimonio, omogenitorialità – quei dettagli appaiono anacronistici e fini a se stessi, non costituendo nemmeno l’indizio di una personalità borderline, perché, per quanto compulsiva, episodica e anaffettiva, la sessualità agita dal protagonista è del tutto sana e “normale”.
Sempre secondo il cliché il protagonista è incapace di rapportarsi col femminile: quando conosce a Siviglia una ragazza, pur provando dell’attrazione per lei, ribadisce subito il bisogno degli uomini – bisogno che si limita alla penetrazione anale da ricettivo.
La ragazza viene descritta con misoginia che non è solamente del protagonista, ma propria del testo che fa di lei un personaggio castrante, manipolatore, che rimane intenzionalmente incinta del protagonista dopo averlo quasi violentato, con l’ausilio dell’alcool e di chissà quale droga per fargli avere un’erezione. Dinanzi una possibile paternità il protagonista fugge terrorizzato pregandola di abortire ed è al suo rientro in Italia che uccide un bambino che forse gli ricordava quello che teme di avere messo al mondo.

Dopo, quando è già in galera, riceve una lettera nella quale la ragazza lo informa di stare con una donna e di avere abortito perché non sopportava l’idea che “due froci” – letterale nel testo – facessero un figlio insieme.
Un coup de théâtre che stride talmente tanto con la situazione contemporanea delle persone omosessuali, che sempre più spesso mettono su famiglia con figli nati proprio in virtù del legame omoaffettivo, da indurre a chiedersi a chi giovi questo testo, e soprattutto, perché sia stato annoverato tra gli spettacoli di una rassegna di teatro omosessuale.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Belli
piazza Sant’Apollonia 11/a, Roma
martedì 19 e mercoledì 20 giugno, ore 21.15

Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale presenta
Grumi (Memorie del cazzo)
di Niccolò Matcovich
regia Marco Maltauro
con Michele Balducci, Marco Marelli
aiuto regia Alessia Sandrini

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