Una disperata sincerità

Federica Rosellini interpreta con sofferta partecipazione il disperato principe di Danimarca al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Antonio Latella.

Terzo Amleto per Antonio Latella, terzo confronto con il testo più significativo della drammaturgia moderna. Anche se T.S. Eliot lo definiva un insuccesso artistico, è appunto la sua disarmonia a renderlo una tac impietosa della crisi dell’uomo contemporaneo, che tutti gli attori sognano di interpretare almeno una volta nella vita. E se un’opera così abissale è per molti registi un approdo sognato o con determinazione evitato (vedi Ronconi), per Latella diviene uno stress test cui sottoporsi con regolari distanze di tempo.

La prima versione del 2001 interpretata da un bravo Danilo Nigrelli è stata una prima esplorazione, molto essenziale, di cui ricordiamo ancora un intenso primo atto. La seconda, del 2008, intitolata Non essere: Hamlet’s portraits, invece destrutturava il dramma, assumendo il punto di vista di Orazio (Annibale Pavone era l’amico, il testimone, il drammaturgo della tragedia) in uno spettacolo maratona di circa 14 ore che assegnava nei quadri finali il ruolo del principe a Marco Foschi.

Questa nuova regia per il Piccolo Teatro di Milano e più precisamente per lo spazio circolare e laboratoriale del Teatro Melato si confronta con il testo integrale della tragedia shakespeariana, partendo da una nuova efficace traduzione di Federico Bellini (che traduce il secondo in-quarto dell’opera, la versione più lunga che la tradizione ci ha consegnato, composta tra il 1604 e il 1605, rubando però qualche battuta all’in-folio del ’23 e tagliando la pantomima del terzo atto). Il ruolo del principe è affidato a una bravissima attrice, Federica Rosellini. Nessuna polemica gender, ma un’ovvia constatazione: un attore è sempre un altro, non ha sesso, come sapeva già Sarah Bernhardt che già nel 1899 interpretò il ruolo del principe danese.

Latella in questa edizione che doveva debuttare l’anno scorso, ma che la chiusura dei teatri ha costretto a rimandare fino ad oggi, dichiara di essersi posto in una dimensione di ascolto delle parole di William Shakespeare: si ricollega così a diverse sue regie del passato (Un tram che si chiama desiderio, Aminta, per esempio) in cui l’attore si “toglie di scena” (per usare un’espressione di Carmelo Bene): è solo una voce, che legge il testo, magari con l’aiuto di un’amplificazione, non tralasciando nessuna didascalia. Con Carmelo Bene c’è però una distanza essenziale: non c’è una vera ricerca sulla phonè, l’amplificazione non è uno strumento musicale, dal momento che il regista chiede una sorta di grado zero dell’interpretazione, in cui talvolta è solo il ritmo a farsi espressione.

Così la prima scena, in cui tutti gli interpreti sono presenti, tutti vestiti con maschili abiti bianchi sovrabbondanti (a denunciare sin dall’inizio l’inadeguatezza di ogni attore a rivestire il proprio ruolo), è letta con una certa monotonia da Stefano Patti, che poi nel corso dello svolgimento rivestirà i panni di Orazio: in tal modo, si ribadisce con chiarezza la centralità del personaggio, confermata ciclicamente nella lettura a una voce anche della sequenza finale del dramma.

L’impostazione registica comincia effettivamente a farsi produttiva con l’ingresso del personaggio di Amleto. In realtà, Federica Rosellini è sempre stata in scena, anzi ha accolto gli spettatori che entravano in sala dal fondo dello spazio teatrale, ha seguito con attenzione la lettura iniziale, avvicinandosi lentamente alla conquista del suo personaggio, che sin da subito si segnala per l’immensa sofferenza: un’immagine di dolore intensa e incomprensibile, che corrode la voglia di vivere. Ed è particolarmente efficace anche l’interpretazione dello spettro della bravissima Anna Coppola (era la Fatina dai capelli turchini nel Pinocchio di Latella), che prima si nasconde sotto un lenzuolo bianco e poi si diverte a interpretare con grande ironia non solo il personaggio del padre, ma poi anche il primo Attore nella recita a corte e il Primo clown al cimitero.

Finora lo spazio scenico del Teatro Melato è stato offerto dallo scenografo Giuseppe Stellato nella sua nudità, solo un pianoforte che Laerte suona senza emettere suono, un inginocchiatoio manovrato dal fondo della sala, una panca da chiesa. Tutto lo spettacolo è illuminato a giorno, con pochissime variazioni, da una batteria di luci che non ricordiamo così numerosa neppure negli spettacoli più ricchi di effetti di Strehler. Così per conquistare lo spazio della sua coscienza, nel celebre monologo “Essere o non essere”, Federica Rosellini è costretta a celarsi allo sguardo del pubblico nascondendosi nella buca che si è aperta al centro dello spazio scenico: è una voce, che l’amplificazione stana, non più un corpo.

L’ingresso degli attori è il momento più intenso della prima parte: accompagnati da un’efficacissima musica di Franco Visioli (con la collaborazione di Max Richter) vengono portati in scena i costumi storici dei più importanti spettacoli di Giorgio Strehler (Arlecchino, Baruffe, Giganti) e di Luca Ronconi (La vita è sogno, i due gemelli veneziani, Lolita). L’ingresso dei teatranti è così un corteo funebre di spoglie svuotate di corpi, testimoni di una passata bellezza.

Dopo l’ingresso degli attori ecco che lo spettacolo, nel momento stesso in cui dichiara sempre la sua aspirazione oratoriale (e aumentano le panche da chiesa), riprende il dialogo con la memoria del luogo. La botola (come accadeva nel Faust di Strehler e Svoboda) diventa nel quarto atto una piscina d’acqua, in cui finisce per affogare Ofelia (una sensibile Flaminia Cuzzoli) e si riempie di terra nel quinto per ospitare Amleto che disseppellisce alcuni crani interrati, tra cui quello di Yorick, mentre i becchini stanno al leggio. Nella seconda parte il corteggiamento della morte si è trasformato nel suo trionfo (tutti i personaggi indossano ora neri abiti femminili elisabettiani), anche se la carnefiina finale ci viene risparmiata.

Antonio Latella cerca di scrostare alcuni prevedibili cliché: così Claudio (Francesco Manetti) è un villain più tormentato e meno cattivo della vulgata, il Polonio di Michelangelo Dalisi non è uno stupido e vuoto trombone, Laerte (Ludovico Fededegni) è qualcosa di più di un giovane impulsivo: un doppio dello stesso Amleto.

La lettura però si trasforma in partito preso nell’interpretazione della figura di Gertrude (Francesca Cutolo), madre cattiva, indisponente e forse nient’affatto inconsapevole del delitto, o nella scelta di affidare al simpatico Andrea Sorrentino il ruolo sia di Rosencrantz che di Guildenstern, che può creare qualche gag divertente, ma alla lunga si rivela infelice.

Spettacolo irregolare e contraddittorio questo Hamlet, che da un lato aspira a una sorta di essenzialità calvinista, in cui la parola è quasi liturgia (ma senza la precisione del bisturi che si richiederebbe in questo caso), dall’altro dialoga con la teatralità della tradizione e ossequia, anche se con intelligente distacco, la lezione dei maestri.

Questa irregolarità, che durante lo svolgimento dello spettacolo può talvolta infastidire, nella distanza della memoria acquista un senso: diventa infatti chiaro che il teatro per Latella non è solo uno “specchio alla natura”, ma uno strumento diagnostico in cui il regista prova a leggersi in fondo all’anima. Con disperata sincerità.

Lo spettacolo continua
Piccolo Teatro Studio Melato
fino al 27 giugno 2021

Hamlet
di William Shakespeare
traduzione Federico Bellini
drammaturga Linda Dalisi
regia Antonio Latella
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
musiche e suono Franco Visioli
con Federica Rosellini, Anna Coppola, Michelangelo Dalisi, Francesca Cutolo, Fabio Pasquini, Francesco Manetti, Ludovico Fededegni, Stefano Patti, Andrea Sorrentino, Flaminia Cuzzoli
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Lo spettacolo è articolato in due parti che possono essere fruite separatamente o integralmente. La visione in due giornate prevede l’acquisto contestuale di entrambe le date al costo di un singolo biglietto.

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