Amleto e la pioggia catartica di Nekrosius

Al Teatro Franco Parenti torna, per il secondo anno, il regista lituano con un suo vecchio cavallo di battaglia – Hamletas – che da sempre incanta pubblico e critica.

Eimuntas Nekrosius – ancora una volta a Milano e ancora una volta al Franco Parenti – per riproporre una regia ormai storica: Hamletas. Vincitore nel 1998 del prestigioso Premio Ubu come miglior spettacolo straniero in Italia e Maschera d’Oro a Mosca (solo per citarne alcuni), il titolo rappresenta ormai una tappa importante nella storia del teatro e nella carriera del regista – il suo apogeo – forse irripetibile – a detta di molti.
Nelle tre ore e mezza di durata, la performance è indubbiamente impegnativa sia per gli interpreti che per il pubblico – eppure stupefacente. Del resto, la lunghezza stessa dello spettacolo risulta essere un elemento quasi necessario.
Fin dall’inizio lo spettatore si ritrova in una selva di significati da sciogliere – a partire dalla curiosa apparizione iniziale di Amleto che si presenta al cospetto del Re con i pantaloni abbassati – e simboli da decifrare (ormai entrati nella cifra stilistica del regista) per ricucire la storia e i personaggi. Dai blocchi di ghiaccio scaraventati a terra e che si frantumano fragorosamente, oppure appesi e fatti gocciolare lentamente; al fuoco per accendere candele, torce e lampioni; passando per la pioggerellina leggera e quasi rassicurante nel suo cadere regolare. Leitmotive tutti che risulterebbe assolutamente riduttivo voler incasellare per forza in un significato univoco (ad esempio: fuoco uguale vendetta o ghiaccio/pioggia uguale dolore/purificazione). Simboli, in ogni caso, che sottolineano precisi momenti della tragedia shakespeariana e che ricorrono in situazioni consimili. Forse, però, e almeno per una volta, piuttosto che voler accertarsi di aver capito tutto alla lettera, sarebbe più corretto guardare al risultato d’insieme.
E così appare, all’occhio dello spettatore, uno spettacolo terreno, carnale, in cui gli elementi naturali interagiscono con gli interpreti e ne amplificano la dimensione fisica. La recitazione è volutamente anti-naturalistica, i toni sono esasperati e le battute recitate tutte d’un fiato: ma anche in questo caso è come se, nel momento in cui l’attore emette la voce, lo spettatore percepisse l’interiorità corporea dei personaggi – fatta di sangue, viscere, polmoni e un cuore che batte all’impazzata.
Considerate le sue caratteristiche, lo spettacolo è soprattutto visivo – e infatti i momenti d’azione in assoluto silenzio sono molti. Nekrosius propone un Amleto in cui il testo non è stravolto ma personalizzato – tra le scelte prettamente registiche: l’eliminazione di qualche scena (ad esempio di carattere militare), di alcuni personaggi (tra i quali Rosencrantz e Guildenstern) e parte del finale. Il tutto dettato, probabilmente, dall’intento di mettere al centro dello spettacolo, come protagonista assoluto, Amleto e il suo mondo interiore.
La seconda – delle tre parti – risulta sicuramente la migliore, sganciandosi dai dialoghi serrati che pervadono l’inizio per passare a una dimensione più evocativa e quasi onirica. Il famosissimo monologo «Essere o non essere» tocca il cuore, recitato su un palcoscenico dominato da un lampadario dove fuoco e ghiaccio coesistono. L’atmosfera è magica. E anche se Amleto urla tutto il proprio dubbioso dolore, il pubblico riesce comunque a percepirvi una nota di amara dolcezza.
Senza dubbio questo è il tratto distintivo di Hamletas: lo scarto tra ciò che è agito in scena e ciò che arriva allo spettatore. La percezione non ha mai occasione di concentrarsi su un unico codice – vuoi per la ricchezza simbolica o perché, essendo recitato in lituano, tra palcoscenico e platea c’è il filtro dei sottotitoli – ma il pubblico è costantemente bombardato da immagini, vuoti, rumori, suoni, parole e silenzi.
Ottimo il cast che stoicamente non mostra mai segni di cedimento e che distoglie dalla comune idea di Shakespeare, dell’Inghilterra e dell’eroe danese – accarezzando forse il sogno che un Amleto dell’Europa dell’Est sarebbe stato altrettanto credibile.
Lo spettatore – consapevole ma confuso – esce dal teatro esausto, svuotato di energie e, al tempo stesso, con la testa colma di suoni e visioni, forse persino un po’ spaventato. Ma con un senso di liberazione catartica assoluta.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Franco Parenti – Sala Grande
via Pier Lombardo, 14 – Milano

Hamletas
di William Shakespeare
regia Eimuntas Nekrosius
con Vytautas Rumsas, Dalia Storyk, Andrius Mamontovas, Vidas Petkevicius, Simonas Dovidauskas, Viktorija Kuodyte, Kestutis Jakstas, Povilas Budrys, Algirdas Dainavicius, Vaidas Vilius, Margarita Ziemelyte
musicista Tadas Sumskas

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