From Ophelia with love

teatro-dei-conciatori-romaDall’oltretomba, il messaggio ironico e sarcastico di un’eroina mancata. In scena, al Teatro Conciatori di Roma, il giusto tributo a Ofelia la rende protagonista indiscussa.

Di versioni di Amleto ne sono state prodotte a batteria, quasi fosse Barbie. Lui, il primo eroe moderno, che vuol dire “sempre alla moda”, è stato giovane, vecchio, adolescente, patinato bellimbusto cinematografico, trascinante istrione sul palcoscenico. Ha parlato ogni lingua straniera e condotto schiere di turisti da tutto il mondo a Elsinore. Sezionato, analizzato, destrutturato, antologizzato, citato, masticato, digerito e via, il seguito. Ma per ogni Barbie c’è sempre un Ken. D’altronde, per quanto insulso e frivolo, Ken è una presenza necessaria. Serve chiaramente a rabbonire milioni di fratelli minori e, insieme, a regalare uno scopo alle siliconate curve della bambolina bionda in punta di piedi. Se Amleto è Barbie, Ofelia non può essere che Ken. Pura, irrisolta, incorporea, l’eterea fanciulla è uno scrigno di metafore. L’eroina shakespeariana di cui tanto si parla e dipinge, è quella che meno compare in scena; effimera, come richiesto da un personaggio che si riempie di senso, restando paradossalmente privo di sostanza.

Hamletelia, scritto, diretto e interpretato con grinta e forte spirito d’ironia da Caroline Pagani, parte proprio da questo assioma: riesumare Ofelia al centro del palco per lasciarla sfogare, finalmente libera da coprotagonisti ingombranti e costrizioni di ogni genere, compresa la zavorra del corpo, visto che il monologo avviene presso la sua tomba, in una notte lunare di atmosfera tim-burtoniana. «Del senno del poi sono piene le fosse», ripete questa rinnovata Ofelia, passata a miglior vita e un po’ svitata, disillusa, maliziosa, ferita, irata e comunque innamorata come un’adolescente del biondo principe di Danimarca depresso. Dopo tutto, il testo di riferimento è strutturato sulla figura retorica dell’ossimoro, secondo l’autorevolezza di Giorgio Melchiori. Caroline Pagani non sceglie però un approccio accademico, pur mantenendo un certo didatticismo e raccontando Ofelia nelle sue contraddizioni di persona reale, approfitta per descrivere anche il mestiere dell’attore, attraverso le altre grandi eroine shakespeariane. Un’opera post-postmoderna che mischia Michael Jackson all’«essere o non essere», soliloqui in inglese antico al moderno linguaggio colloquiale, sacro e profano, interazione con il pubblico e dramma intimo, mantenendo incredibilmente un equilibrio solido.

Un’onesta apologia di un personaggio inconsistente, non per sua colpa, ma perché “lo disegnano così”, per un capriccio della vena poetica di Shakespeare che ha riempito Cleopatra di sensualità, Lady Macbeth di ambizione e Giulietta di tragico amore, lasciando Ofelia vagabondare tra colori pallidi, bella solo nella sua morte, unico momento degno di nota della sua vita. In quel momento la cristallizzano i pre-raffaelliti e il quadro di Millais la imprime nella memoria dei lettori.

Hamletelia è la sintesi di un personaggio in cerca di una sua identità, forte come Amleto, incolore come Ofelia, anelante Desdemona, vergine per scelta altrui, indistinto fino all’ultimo istante: “fu suicidio o omicidio?”, si chiede ancora postuma.

Esclusa dal pantheon delle eroine Shakespeariane, lascia ai più perspicaci intuire che la sua non fu vera pazzia, ma il tentativo di ribellione di un personaggio sfuggito al suo autore, lo scalpitare di una vivacità caustica intrappolata in un casto e remissivo corpicino.

“Ophelia le tue parole al vento si perdono nel tempo,/ma chi vorrà le troverà in tintinnii corrosi…”, cantava Guccini e la Pagani entra di diritto tra coloro che hanno colto le sue soffocate rimostranze.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dei Conciatori – Contemporary Urban Theatre
via dei Conciatori, 5 – Roma
lunedì 15 luglio, ore 21.00
 

Produzione Teatro Baretti – Torino
Hamletelia
Tratto da William Shakespeare
di e con Caroline Pagani
regia di Caroline Pagani
(durata 60 minuti circa, senza intervallo)

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