Per un testo controverso come questo, firmato da Brian Nelson, è giusto partire dai meriti. Innanzi tutto, Corrado d’Elia ha il coraggio di affrontare temi come la pedofilia e la pedopornografia senza mai scadere nella volgarità o nel qualunquismo forcaiolo di moda.

Ad aiutarlo in questa difficile impresa soprattutto l’interprete principale, Daniele Ornatelli, giusto e misurato nel ruolo di Jeff (il carnefice che si trasforma in vittima); le musiche che rimandano ai temi dell’infanzia e ai ritornelli ossessivi del thriller – si pensi a Profondo Rosso – e la scenografia, insieme infantile, pop e iperrealista.

Questa favola dai toni cupi, con dialoghi ritmati da refrain, prima di diventare una pièce è stata una pellicola cinematografica per la regia di David Slade (30 giorni di buio e il terzo film della pessima saga di Twilight), e l’interpretazione di Patrick Wilson (attualmente nelle sale con A-Team) ed Ellen Page (la protagonista di Juno).

Ed essendo un film a basso costo girato totalmente in interni, la teatralità è insita nel testo e la trasposizione non risulta mai forzata. La vittima quindicenne (nel film ha un anno in meno), nei panni di Cappuccetto Rosso, prima sembra cadere nella trappola del lupo (ordita attraverso una modernissima chat), e poi si trasforma lei stessa in cacciatore che bracca e forse uccide il carnefice-vittima di questo grand guignol che assume, col procedere dell’azione, sempre più i toni surreali della black comedy.

Sulla carta un’idea interessante ma il testo stesso scade in semplificazioni che lasciano dubbi. Innanzi tutto la battuta che condanna Roman Polanski al semplicistico aggettivo di pedofilo che addirittura vince l’Oscar. Frase non tanto di pessimo gusto quanto ideologicamente fuorviante. Primo perché non si può ridurre a un errore per quanto gravissimo, persino a un crimine, l’intera esistenza di una persona.

E Polanski è molto più di quell’unico atto: un ragazzino ebreo che è sopravvissuto all’Olocausto, un marito che ha visto trucidare una compagna in stato di gravidanza, un regista che ha toccato punte di eccellenza – dal debutto dietro la macchina da presa con Il coltello nell’acqua a Rosemary’s Baby, da Chinatown a L’inquilino del terzo piano (del quale è anche protagonista) fino all’Oscar più che mai meritato per Il pianista.

In secondo luogo non va dimenticata la lunga e tormentata vicenda giudiziaria che ha segnato la sua intera esistenza (e che non si è ancora conclusa) e che è più prossima a un racconto kafkiano che a un esempio di come dovrebbe operare il sistema.

Il secondo dubbio che suscita questo testo è quello di un’eccessiva semplificazione anche riguardo al messaggio. Si vuole legittimare chi si fa giustizia da sé? Si addita per l’ennesima volta l’universo di Internet e, sebbene non vada sottaciuta la pericolosità di alcune chat, si dimentica che non è il mezzo che bisognerebbe demonizzare perché il vero rischio è che si restringano sempre più anche gli spazi di libertà sulla rete.

Al massimo bisognerebbe chiedersi, come sempre, dove sono i genitori e gli educatori quando i figli chattano, vanno in discoteca o in giro con gli amici (ma siamo sicuri che in passato le cose andassero diversamente? Al più, era diverso il modo di conoscersi, ma “Non accettare caramelle dagli sconosciuti” era un refrain persino ai tempi della mia infanzia, durante i ben più pericolosi anni 70).

E infine, come si può fare di ogni erba un fascio? – giusto per rimanere nel campo dei detti popolari. Possibile mettere sullo stesso piano il prete pedofilo, che abusa di bambini sordo-muti ma è protetto dai voti che quotidianamente tradisce, e i giochi di seduzione tra quindici-sedicenni e uomini più maturi? Io non ho risposte ma non vivo nemmeno nel mondo dei balocchi: al liceo molte ragazze escono con ragazzi di 10 anni più vecchi di loro, anche nel mondo omosessuale non è strano vedere giovani di quell’età accompagnarsi con uomini adulti.

Cadere nella demagogia è troppo facile: accade lo stesso quando, ad esempio – per rimanere ai fatti di cronaca – si denunciano i cosiddetti falsi invalidi per giustificare misure che tolgono il misero sussidio – nel vero senso della parola: è ora che qualcuno dica che si parla nemmeno di 300 euro al mese – a quelli veri.

Io non ho risposte ma questa moda forcaiola non mi piace, non mi piace quando sento che il Paese a “tolleranza zero” per eccellenza, ossia gli Stati Uniti – dai quali mi sembra stiamo ereditando i peggiori invece che i modelli migliori – non permette agli adolescenti di bere alcolici e fare sesso – perché non in grado di intendere e volere a causa dell’età – e poi li condanna a morte se commettono un crimine – per il quale improvvisamente diventano in grado di intendere e volere. Tanti dubbi e un retrogusto amaro. Se lo spettacolo voleva suscitare domande, lo ha fatto.

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti – Sala Anima

via Pier Lombardo 14 – Milano
fino a sabato 17 luglio
orario: da lunedì a sabato ore 21.00
riposi: giovedì 8 e domenica 11 luglio
tri Possibili presenta:

Hard Candy
di Brian Nelson
regia di Corrado d’Elia
con Daniele Ornatelli e Désirée Giorgetti
assistente alla regia Luca Ligato
luci Alessandro Tinelli
fonica Fabrizio Fini
spettacolo vietato ai minori di 14 anni

La Compagnia Teatri Possibili si trasferisce al Franco Parenti, dove presenta un testo controverso in bilico tra thriller e racconto surreale.

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