L’importanza di chiamarsi Hilda

Al Teatro i di Milano va in scena un nuovo gioco in scatola: si chiama Hilda, giocano un servo e un padrone, in palio il potere.

«Voglio una cameriera che non se ne vada». In questa sbadata affermazione sono racchiuse le intenzioni della biondissima e aristocratica protagonista di Hilda, testo di Marie Ndiaye messo in scena da Renzo Martinelli nell’ambito di Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia, rassegna che sta aprendo una necessaria finestra di dialogo sulla drammaturgia contemporanea francese.

La signora Lemarchand, ricca e annoiata, sceglie Hilda come sua nuova cameriera, concordando con suo marito Franck condizioni di lavoro e pagamento. Hilda si rivela essere una donna di servizio perfetta, virtù non sufficiente a soddisfare la padrona. La signora, infatti, non vuole solo il lavoro di Hilda: vuole anche la sua amicizia. Inizia così a succhiarne la personalità fino a svuotarla, nel tentativo maldestro ma tirannico di assomigliarle sempre di più, di sostituirsi a lei quale oggetto di attenzioni e amore da parte della famiglia. «E’ amata da lei, da me e i suoi figli sentono la sua mancanza. Io non ho niente di tutto questo»: la signora Lemarchand rivela l’assenza di affetto nella propria vita e tradisce il desiderio di imitare Hilda.

Il testo affonda il bisturi nei giochi di potere tra i personaggi: nell’eco delle Serve di Genet, Hilda rinnova e reinventa lo schema del rapporto tra servo e padrone, definendo la classe sociale dei personaggi attraverso la parola. La signora Lemarchand è la logorroica padrona della scena: è lei che definisce il tema e il ritmo delle scene. I monosillabi di Franck sono complementari alla frastornante verbosità della donna, ma mentre lei tradisce la propria fragilità emotiva, lui è solido e testardo nell’indifferenza ai suoi tentativi di fascinazione. «Senza i miei soldi non avrei potere su di lei»: solamente la sua ricchezza le consente di avere un ascendente, inesorabile ma sgradito, su Franck.

La protagonista, Hilda, non compare mai: nell’assenza, che ne definisce la personalità, prende forma una donna inizialmente solare e determinata, che viene progressivamente defraudata della propria vita, della propria libertà, della propria personalità.

L’interpretazione registica di Renzo Martinelli valorizza il testo facendo emergere l’universo sommerso di tutti i personaggi, da cui partono molteplici linee relazionali che semplificare nella dinamica servo-padrone è riduttivo. Il rapporto tra Franck e la padrona è complesso: investe anche la sfera sessuale ed esprime il desiderio di possesso (si contendono Hilda come se fosse un oggetto).  Ecco perché Hilda è uno spettacolo che parla del potere e di come esso penetri nella società e nelle persone disumanizzandole.

La messinscena incarna l’aspirazione formale a una rappresentazione stilizzata dello spazio e degli oggetti: l’esuberanza creativa di simboli e astrazioni nell’ultima parte sembra eccedere in tecnicismi meccanici (l’utilizzo dei microfoni) e prossemici (la continua variazione delle distanze e del grado di contatto tra i personaggi).

In questo testo, basato sulla parola, è fondamentale l’interpretazione degli attori: Federica Fracassi si conferma attrice elegante, di classe e charme, capace di dare credibilità misurata a un personaggio alquanto stereotipato. Alberto Astorri costruisce il proprio ruolo sviluppando il linguaggio non verbale dei gesti e del rapporto con gli oggetti. Per nulla secondario il ruolo di Francesca Garolla, serva di scena in stile punk: nei cambi di scena, da lei effettuati al ritmo dei successi della canzone italiana, risuona l’eco dell’invisibile protagonista.

La storia di Hilda offre lo spunto per una riflessione sul ruolo della donna contemporanea: abbandonata dal marito e dalla padrona proprio quando perde la propria identità, Hilda ci esorta a essere padrone della nostra personalità.

Lo spettacolo continua:
Teatro i
via Gaudenzio Ferrari, 11 – Milano
fino a domenica 12 giugno
orari: da lunedì a domenica ore 21.00 (martedì riposo)

Hilda
di Marie NDiaye
regia Renzo Martinelli
con Federica Fracassi, Alberto Astorri e Francesca Garolla
produzione Teatro i, in collaborazione con Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia, Centre Culturel Français de Milan
gli abiti indossati da Federica Fracassi sono Malìparmi
(durata dello spettacolo 1 ora e 40 minuti)

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