Nessun dorma

teatro-era-pontederaTeatro Era di Pontedera presenta al pubblico italiano, in prima nazionale, i Bassifondi di Oskaras Koršunovas, nuova fase di ricerca dell’affermato regista lituano.

Oggi descritta nelle note di regia come «la prima performance teatrale nella quale non ci concentriamo sul risultato ma cerchiamo di testare e scoprire noi stessi, cosicché gli attori non solo creano i loro personaggi, ma mantengono anche la realtà e rimangono sé stessi», del dramma in 4 atti di Maksim Gorkij – che vide il debutto, in prima assoluta al Teatro d’Arte di Mosca per la regista di Stanislavskij nel lontano 1902 – si ricordano in Italia, come L’albergo dei poveri, soprattutto i due allestimenti di Giorgio Strehler (1947 e 1970). Un lignaggio artistico, dunque, eccelso (rammentiamo anche la omonima trasposizione cinematografica di Akira Kurosawa del 1957) rispetto al quale l’ultima fatica teatrale del regista lituano Oskaras Koršunovas, fondatore nel 1999 della compagnia aperta e itinerante Oskaras Koršunovas Theatre (dal 2009 con sede permanente a Vilnius), mostra di saper reggere il confronto con maturità scenica e drammaturgica.

Indicata come momento di una nuova svolta registica dell’opera di Koršunovas, ne i Bassifondi è possibile ammirare innanzitutto le doti di un cast eccezionale interprete di quel percorso di approfondimento psicologico e ricerca di affinità chiamato metodo Stanislavskij temperato dalla metariflessione sul ruolo e sul senso di dichiarata derivazione shakespeariana. Una complessità, figlia di una riuscita contaminazione tra rinnovate istanze metodologiche, metateatrali e umanistiche, ulteriormente radicalizzata dall’adozione del testo di uno dei padri più sinceri e meno compromessi (morì a soli due anni dalla nascita del movimento) del cosiddetto realismo socialista, Maksim Gorkij.

Un lungo tavolo parallelo rispetto alla platea, da cui gli attori si rivolgono agli spettatori a una distanza minima e a cui confessano (più che raccontare) la propria vita e le proprie verità/menzogne; frasi che scorrono su un led e che scopriremo essere pronunciate in scena (evitando ogni possibile ridondanza di senso si ripeteranno incessantemente per tutto il corso del dramma); immagini proiettate su un telo da cui la presenza umana è bandita; la (una tra le tanti possibili) cartina politica dell’Europa a ricordarci l’assurdità sconsiderata e dis-umana del tracciare confini. Sono questi gli elementi che compongono l’essenziale scenografia, quasi un simposio alcolico – se non fosse per la natura tragica dell’assemblement – all’interno del quale si svolgerà la ricostruzione dell’azione di dieci personaggi relativa al momento di qualcosa di imprecisato tra conferenza, veglia funebre o ultima cena.

Riflessioni ripetute insistentemente e senza speranza, contrasti verbali e personali insanabili sulla base di reciproche accuse di falsità e inautenticità (il contrasto tra il Barone, l’ottimo Darius Meskauskas, e Nastya, una Rasa Samuolyte splendida in pantofole, che darà modo a quest’ultima di spiegare – aiutata dal pubblico, in un momento di grande padronanza della relazione oltre la quarta parete – le proprie idee sull’amore e i propri patimenti sentimentali) condiscono l’essenziale di ciò a cui stiamo assistendo, ossia la condizione di essere gettato. Una situazione che potrebbe essere individuabile in maniera esemplare, ad esempio, nella contrapposizione tra la figura del nobile decaduto (il citato Barone, colui che vive inchiodato al proprio destino e che, pertanto, non ha idea di come possa essere andato in rovina, secondo una concezione che vede l’uomo irresponsabile della propria vita in quanto non veramente padrone di essa, irrimediabilmente co-stretto dal modo di esistere sociale, «ho sposato una donna antipatica, perché?», si/ci chiederà con immensa malinconia) e Satin, un carismatico Dainius Gavenonis, il leader – cui Korsunovas assegna il contraddittorio ruolo di mediatore e provocatore – che veste i panni dell’umanista assoluto, dell’esaltatore senza se e senza ma del valore e dell’unicità dell’essere umano (una convinzione che possiamo ipotizzare non essere stata raggiunta per fede: «Tartaro, non ti faremo riposare», verrà detto più volte al personaggio interpretato da Tomas Zaibus, un musulmano in preghiera per quasi tutto il tempo).

Con grande merito registico, proprio mentre l’atmosfera della pièce si costruisce compiutamente raggiungendo il proprio bersaglio, la rappresentazione di un senso fragile ma radicato di equilibro polemico tra “individui”, sul palco – e in primo piano lo show molesto e liberatorio del ladro vagabondo, l’Alyoshka di Giedrius Savickas – le dinamiche attoriali si incastrano vorticosamente con l’ingresso dei convincenti Nele Savicenko e Rytis Saladzius nei panni rispettivamente di Kvashnya (una donna che sa – per esperienza – come il matrimonio possa essere la morte della libertà) e Miedviedieff (il poliziotto ubriaco, simbolo ridicolo delle istituzioni). Infatti, proprio in quello che è letteralmente il caos delle futili diatribe si apre il finale, momento in cui l’Attore (Darius Gumauskas) si ripresenta spettralmente dopo la notizia del suo avvenuto suicidio, riuscendo finalmente a ricordare e recitare al pubblico il celebre monologo dell’Amleto, suo antico cavallo di battaglia dei tempi d’oro.

A questo punto, uno spettacolo già di per sé estremamente sfaccettato, complesso, ma chiaro e diretto nello stabilire empatia e complicità nella dimensione del noi di tutti gli io presenti (attori e spettatori), assume una ulteriore cifra drammaturgica. Smarrendo profondità filosofica (il questionare sul grande vecchio parafrasi di un Dio che è morto) e universalità concettuale si compie una theatrical turn, una svolta che rappresenta sorprendentemente un valore aggiunto per la ricerca di Koršunovas. Persi i caratteri dell’oggettività, si scopre la vera natura di questi Bassifondi, quelli – altrettanto potenti – della irripetibilità e dell’unicità, non visti nei termini di semplice denuncia sociale tour court, quanto di chiaro e immediato riferimento alla condizione storica dell’Est dell’Europa, concreto teatro di tentativi rivoluzionari, dove i vari colori della libertà (rossa o arancione) non hanno avuto – per dirla con un eufemismo – gli esiti sperati.

Uno spettacolo che vive e racconta – con la straordinaria autorità e intensità che solo l’arte possiede – più di mille cronache.

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Lo spettacolo è andato in scena:
Fondazione Pontedera Teatro

Teatro Era
Parco Jerzy Grotowski
via dell’Indipendenza, 1 – Pontedera (PI)
sabato 16 febbraio 2013, ore 21

prima nazionale
Teatro Era – Pontedera
OKT/Vilnius City Theatre (Lituania)
I BASSIFONDI
di Maksim Gor’kij
regia Oskaras Koršunovas
con Jonas Verseckas, Rasa Samuolyte, Nele Savicenko, Julius Žalakevicius, Darius Meškauskas, Dainius Gavenonis, Darius Gumauskas, Giedrius Savickas, Tomas Žaibus, Rytis Saladžius
spettacolo con sopratitoli in italiano

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