«Un po’ di possibile, sennò soffoco»

Al Teatro Félix Guattari, per la XXIII edizione del festival Crisalide, va in scena I cure, una sontuosa e controversa performance di Ivo Dimchev.

La richiesta di salute e cura è un vero e proprio must contemporaneo che oggi la mentalità comune subisce nell’ottica di una paradossalità oscillante tra (il compulsivo ossequio alla) cosmesi e (l’ossessiva attenzione ai) bisogni spirituali.

La loro, di salute e cura, è una storia lunga, contrastata e particolarmente significativa perché tocca dispositivi essenziali che a partire dall’età di mezzo – con l’omologazione di tutto (morale, politica, famiglia, persona) alla questione del peccato originale (dall’identificazione tra il medico/curatore del corpo e il monaco/curatore dell’anima alla priorità della guarigione spirituale su quella fisica) – hanno orientato la nostra società attorno a quel sistema binario di corpo e anima che, diversamente declinato, continua a caratterizzare l’Occidente.

Nato come mito antropologico romano e prepotentemente rilanciato dalla riflessione filosofica nel XX/XXI secolo, recuperata la dignità della professione medica in epoca moderna (grazie allo studio anatomico e all’uso della dissezione del cadavere suggeriti dalla distinzione cartesiana tra sostanza pensante ed estesa e dalla fondazione galileiana della verifica sperimentale) ed ereditata dalla Rivoluzione francese l’affermazione legislativa di un diritto alla salute garantito dallo Stato (non a caso, l’età napoleonica fu protagonista di una massiccia campagna di sanità pubblica e di vaccinazione), a dare le coordinate istituzionali per il superamento del dualismo tra salute e malattia, tra corpo e anima, e di una concezione di cura unicamente correlata all’intervento sanitario, preventivo o riabilitativo, fu l’atto costitutivo dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) del 1949, secondo il quale «la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente un’assenza di malattia o infermità».

Se oggi l’onda lunga del neoliberismo thatcheriano e reaganiano e la richieste delle istituzioni bancarie, finanziarie e monetarie mondiali (FMI, Banca Mondiale, Bce, ecc) di affrontare le crisi attraverso drastici tagli alla spesa pubblica, dunque a servizi sociali, sanità ed educazione, sembrano far drammaticamente vacillare il raggiungimento degli obiettivi fissati da quella definizione, a inficiarne ulteriormente il senso appare essere il rinnovarsi tanto di spinte neopositivistiche quanto di una non inedita tendenza al riduzionismo biologico che, parzializzando il dolore e la sofferenza a questione alternativamente monodimensionale (fisiologica o psichica) da affrontare attraverso la tecnica chirurgica, farmacologica o anticonformista, tenderebbe al mito di un’umanità estetica in cui ogni alterità dovrà scegliere se vivere annientata ai margini, stigmatizzata nella bizzarria o costretta alla produzione/consumo.

Rispetto a questo sconfortante quadro di degenerazione dei rapporti materiali a un immaginario di valori legati al consumismo (di cui è diretta espressione, per esempio, l’idea che il costo sociale sia un onere imposto alla collettività dei normali da profughi e disabili, of course, ma anche disoccupati, donne e artisti), proprio all’arte viene consegnata una responsabilità enorme, quella etico-educativa di segnare dentro, dunque in-segnare promuovendo nell’azione concreta e nel pensiero di ogni astante una resistenza in grado di eccedere nella rivoluzione contro i dispositivi di conformità (sociale e individuale) attraverso la ricerca di nuove forme espressive e/o nuovi contenuti.

La riattivazione dell’energia vitale essenziale all’arte che investe fino al fruitore si configura proprio come un’autentica operazione di cura e salute, ma da una ottica assolutamente divergente rispetto ai canoni sopra descritti perché, essendo creatrice, problematizza l’esistenza e ne dis-vela l’apertura progettuale attraverso la continua sperimentazione (non necessariamente d’avanguardia) e senza proporre alcuna redenzione.

Collocandosi con grave ambiguità ai confini di questa prospettiva, Ivo Dimchev presenta I cure, spettacolo «realizzato non per guarire i problemi fisici e psicologici che […] tormentano singolarmente, ma tutti simultaneamente», dunque «una terapia» perché «se guarire è una scelta, allora perché non farla mentre si è a teatro? Perché sprecare un’altra ora sforzandoci di essere più “culturali” se possiamo impiegare il tempo concessoci per essere più “sani”?». Perché non farlo, magari, sfruttando l’ICure Card consegnata al pubblico prima dell’ingresso in sala, una tessera su cui gli spettatori dovranno scrivere cosa curare durante la performance?

Da solo, tra(s)vestito e appariscente, biondo e con labbra sempre rosse, Dimchev dialoga costantemente con il pubblico sostenuto da poderosi mezzi naturali e dal rinforzo – a volte poetico, altre didascalico – di immagini sul monitor o peluche tra le sue braccia (o gambe). Ironico e tagliente nell’alternare serietà e humour, l’allestimento vive così un continuo climax fino a una chiusura quasi di cronaca dall’altissimo tasso emotivo che consegna alla percezione una prova letteralmente strepitosa e straordinaria per l’esibizione del corpo e della voce, dall’assoluta padronanza ambientale e, di conseguenza, di efficace linearità.

Tuttavia, al netto dei meriti interpretativi e nonostante la presunzione drammaturgica che la battuta sagace, la critica sporca alla religione (cristiana), l’immagine forte e la richiesta preventiva di partecipazione possano bastare per far virare la coscienza pubblica verso una autentica svolta esistenziale, l’artista bulgaro cade soprattutto su una premessa fondamentalmente moralistica – tradita fin dall’uso del verbo to cure (guarire) al posto di to care (prendersi cura); quella che, in fin dei conti, sia possibile estirpare definitivamente – seppur momentaneamente – il male da sé e che a farlo sia il (proprio) teatro-panacea a (proprio) uso e consumo.

Immaginando un essere umano a una dimensione, omologo e monotono, immacolato almeno al termine di I cure, senza avvicinarsi al complesso tema della convivenza/confronto con il proprio lato oscuro, ovvero dello strutturale limite umano, Dimchev presenta un allestimento cristallino nella restituzione, ma dai tratti manichei, per questo non inclusivo e purtroppo privo di compassione, nonché lontano dal provocare empatia se non in chi già positivamente predisposto per sensibilità e storia e malauguratamente inadeguato a contrastare la deriva ego(ist)ica dei tempi moderni.

La performance è andata in scena all’interno di Crisalide:
Teatro Félix Guattari
via Orto del fuoco 3, Forlì
30 ottobre, ore 21

I cure
testo, musica e coreografie Ivo Dimchev
co-produzione Humarts Foundation, Impulstanz Vienna, Mousonturm Frankfurt, Rotterdam Schouwburg

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.