Saremo noiosi, forse. Vetero-ideologici, probabilmente. Lo sappiamo. Ma perdonateci: leggerci non vi costa nulla – lasciateci, quindi, la libertà di scrivere quanto e cosa ci pare.

Noi di Persinsala sembra che abbiamo ancora il sacro fuoco dell’informazione. Scriviamo pezzi e inchieste che non possono essere cronometrati per assicurare il lettore che potrà finire di leggerci prima di scendere dalla metropolitana. Non ci occupiamo del gossip, non siamo presenti a sufficienza sui social e tanto meno inseguiamo i twitter. E adesso, mentre sicuramente infurierà qualche polemica spuria tra Salvini, Renzi, Di Maio e il pentito di turno, noi ci ostiniamo a remare controcorrente. Andando più a fondo. Rincorrendo quel narrare che era il giornalismo – il sacro fuoco che non si estingueva perché, come il teatro, rispecchiava la nostra fragile realtà.
Tolto il sassolino dalle scarpe… fine della premessa.

Prima del 6 aprile 2009: il teatro che racconta e denuncia
L’Italia è un Paese à la Gabo. Di ciò che è accaduto prima del terremoto di L’Aquila ha narrato con originalità Giorgio Cardinali, autore e interprete di Uomini Terra Terra, ed è a lui che ci rivolgiamo per sapere perché una Compagnia teatrale abbia deciso di affrontare il presente, tragico, nel suo svolgersi e se il teatro sia e diventi necessario quando è in prima linea.

Perché raccontare il prima? Ossia quella cronaca di morti annunciate – parafrasando Gabriel García Márquez – che si ripete a ogni Vajont?
Giorgio Cardinali
: «Sono dottore in geologia e so che ogni catastrofe naturale ha sempre cause predisponenti, proprie dell’ambiente naturale, e cause provocatrici. Ho anche avuto la fortuna di fare per anni attività quali la speleologia e l’alpinismo, che mi hanno abituato a guardare le cose da altri  punti di vista. Il “prima” di una catastrofe rappresenta sempre la faccia nascosta; nel “prima” si celano le cause provocatrici e si rintracciano i moventi; del “dopo” si sa sempre tutto, fa parte della cronaca, con la quale si riempiono talk show, dibattiti e anche certi spettacoli di teatro. Comprendere, analizzare e saper raccontare ciò che non si conosce è un dovere del teatro civile e una precisa responsabilità che mi piace assumermi».

In questi dieci anni è calato il silenzio su L’Aquila. Come vi sentite a riproporre proprio in questi mesi, a quasi dieci anni dal terremoto, Uomini terra terra?
G.C.: «Belice: 15 gennaio 1968, terremoto di Magnitudo 6.0. Trecento morti e 80 mila sfollati. Il 14 gennaio 2006, il Coordinamento dei Sindaci dei Comuni della Valle del Belice firma il Manifesto di denuncia dello stato di abbandono in cui, a 38 anni di distanza, versa ancora quella parte dell’Italia colpita dal sisma (su una pagina a pagamento del Corriere della Sera, n.d.g.). A oggi sono stati spesi 11.800 miliardi di lire e risultano ancora 1.200 abitazioni da ricostruire. Irpinia: 23 novembre 1980, terremoto di Magnitudo 6.9. 2.914 morti accertate e 280 mila sfollati. Durante gli anni della ricostruzione loschi interessi hanno dirottato i fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti – 339 paesi appena dopo il sisma, che diventarono 643 in seguito a un decreto dell’allora Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere la cifra finale di 687, ossia circa l’8,4% del totale dei comuni italiani1. La prima stima dei danni del terremoto, fatta nel 1981 dall’Ufficio dello Stato, parlava di circa 8.000 miliardi di lire. Quella cifra ha superato quota 60.000 miliardi di lire nel 2000, e 32 miliardi di euro nel 2008 (secondo il Giornale della protezione civile si oltrepasseranno i 47 miliardi di Euro nel 2023, n.d.g.)2. A Torre Annunziata attualmente esistono due quartieri, Penniniello e il Quadrilatero delle Carceri, distrutti dal terremoto del 1980, dove non è stata ancora completata la ricostruzione – malgrado le ingenti somme di denaro che si sono stanziate (10 milioni di euro per il primo quartiere nel 2007, e un milione e mezzo per il secondo nel 2009). Questi quartieri oggi sono diventati la principale roccaforte della camorra. San Giuliano di Puglia: 31 ottobre 2002, terremoto di Magnitudo 6.0. Hanno perso la vita 27 bambini e una maestra. Le indagini giudiziarie e il successivo processo hanno stabilito che il crollo della scuola Jovine era stato determinato, non dalla terra, ma da responsabilità umane: costruttori, progettista, capo ufficio tecnico comunale e sindaco dell’epoca, che sono stati definitivamente condannati dalla Corte di Cassazione il 28 gennaio 2010. Dopo undici anni, oltre 500 famiglie non erano ancora potute tornare nelle loro case. Complessivamente, fino a oggi, sono stati spesi 220 milioni di euro per la sola San Giuliano di Puglia e circa 600 milioni negli altri comuni dove si sono registrati danni (per il Giornale della protezione civile, nel 2023, si raggiungerà la cifra di un miliardo e 300 milioni di Euro, n.d.g.). Riportare in scena questo spettacolo, non significa parlare del sisma aquilano, come non significa parlare del Vajont, dell’alluvione di Sarno, della valanga di Rigopiano, del treno di Viareggio o del ponte Morandi, significa parlare di noi, Uomini terra terra, per il resto basta fare copia e incolla».

Siete andati (o tornati) recentemente a L’Aquila e, se sì, come avete trovato la città e i suoi abitanti?
G.C.
: «Sono tornato la scorsa estate per ritrovare qualche amico conosciuto al tempo. Non voglio assolutamente avere la presunzione di poter dire come ho trovato gli aquilani perché sono di Roma e non conosco la città in modo così approfondito; dalle chiacchiere fatte con le persone che conosco, ho ricevuto la sensazione che, senza i fari accesi e i proclami della politica, gli aquilani possono finalmente richiudersi nel loro isolamento operoso. L’“Aquila bella me” è cosa loro e noi la vedremo risorgere, come è sempre stato».

Oggi il teatro sembra supplire, anche a livello di informazione, alle voragini di stampa e politica. Perché?
G.C.
: «Aumenta in modo disperato la necessità di avere un’identità dato che, nel grande network, ci si perde fino ad assumere le dimensioni di un nodo. Mettersi in scena rappresenta una forma immediata per dirsi a voce alta chi si è. Anche il pubblico – e proprio in un periodo di crisi – è in aumento, perché ha bisogno di riconoscersi nelle emozioni dello spettacolo, di fondersi con l’attore per ricevere il suo dono. L’attore e il pubblico: non è altro che un incontro di bisognosi. Un grande vantaggio del teatro è il suo essere povero, il che permette di essere liberi. Il cortocircuito del sisma aquilano è in buona parte dovuto all’asservimento degli Enti di ricerca (primo fra tutti l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) alla politica. Giampaolo Giuliani, studioso eretico e passionale (ex tecnico divenuto famoso per i suoi studi sul gas radon che gli avrebbero permesso di prevedere il terremoto a L’Aquila, n.d.g.)3, ha fatto il grande errore di mettersi contro le istituzioni scientifiche e questo lo ha emarginato, costringendolo a recitare il suo monologo da persona libera, ma inoffensiva».

Desaparecidos#43 6

Continuiamo il nostro viaggio con la testimonianza di una donna messicana
Ruby Villarreal giunge in Italia nel 1992 per proseguire gli studi universitari in architettura. Dopo aver deciso di restare per motivi familiari, essendosi nel frattempo sposata con un italiano e avendo avuto due figli – Luca e Lara; diventa, nel 2004, Addetta culturale del Consolato Onorario del Messico a Firenze e in Toscana. Nel 2018, insieme a una connazionale, fonda l’Associazione Vivarte, che si occupa di eventi culturali che avvicinano l’Italia al Messico. Sempre nello stesso anno, organizza Entre dos Mundos, un’interessante retrospettiva dedicata al regista e sceneggiatore Guillermo Arriaga. La contattiamo in Messico, proprio nei giorni dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e mentre sta vivendo l’emozione suscitata dall’evento. La prima domanda sorge spontanea, dato che pare si respiri aria nuova con l’insediamento di López Obrador.

Ruby Villarreal: «Per noi messicani, che l’abbiamo votato, questa nomina accende la speranza di consolidare la trasformazione profonda del tradizionale sistema politico messicano – radicalmente corrotto, privilegiato, impune e criminale. Non a caso, lo slogan del suo inizio di governo è, appunto, la Cuarta Transformación – tenendo conto che, storicamente, i momenti chiave nella politica sociale in Messico sono stati tre: l’Indipendenza, la Rivoluzione e la Riforma».

Il nuovo Presidente si è speso per la costituzione di una commissione “oggettiva e imparziale” sul caso dei 43 ragazzi rapiti e uccisi nel 2014. Come hanno reagito i parenti delle vittime e il Paese?
R. V.
: «Il primo decreto presidenziale di López Obrador, appena 24 ore dopo il suo insediamento, è stato il provvedimento per costituire La Comisión de la verdad por Ayotzinapa, la cui firma è stata apposta alla presenza dei genitori delle vittime del massacro. La risposta sociale a tale atto simbolico è stata ampiamente positiva, ci ha resi felici».

In questi anni era calato un velo di silenzio sulla vicenda. In Italia sembra che i mass media riescano a rincorrere solamente l’ultimo scandalo o a occuparsi dei twitter tra politici. Com’è la situazione dei giornalisti in Messico?
R. V.
: «Concordo pienamente sul fatto che i mass media in Italia prendono atto soltanto dello scandalo di turno o delle minuzie varie dei politici. Per quanto riguarda il Messico, fino al mese scorso, i mass media erano rimasti servili alla “mafia del poder”. Un fatto grave. Ma ancora più grave è il prezzo altissimo, mortale, che i giornalisti “antisistema” hanno dovuto e devono pagare per le loro ricerche della verità. Va ricordato il numero di giornalisti messicani uccisi negli ultimi 18 anni: oltre 1304».

A L’Aquila sarà messo in scena Desaparecidos#43, di Instabili Vaganti, il prossimo 10 marzo. Può il teatro supplire alla mancanza di informazione?
R. V.
: «Il teatro, e in generale tutte le opere artistiche, storicamente, sono il più valido ed efficace alleato nella denuncia sociale. Quando l’arte non è esclusivamente autoreferenziale, diventa un magnifico strumento di denuncia. Dà voce dove c’è il silenzio, amplifica la voce dove c’è l’indifferenza. Da Guernica di Picasso a Law of the Journey di Ai Weiwei (installazione che esprime una forte denuncia politico-artistica contro la tragedia delle migrazioni, n.d.g.), solo per citarne due».

Desaparecidos

Dall’India a L’Aquila, passando per il Nepal
Desaparecidos#43
, prima di arrivare in Abruzzo – e proprio in questi giorni – è in tour in lndia, al Bharat Rang Mahotsav, il Festival più grande dell’Asia. Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno sono infatti in scena l’11 febbraio, a New Delhi, e il 13 a Mysore. Salto spaziale e li ritroveremo al Nepal International Theatre Festival, dal 25 febbraio al 5 marzo, dove la performance debutterà nella capitale, Kathmandu, per essere poi replicata in altre città del Paese.
Il teatro di Instabili Vaganti unisce politica a poetica, costruendo un percorso originale nella narrazione della realtà che ci circonda. Pur confrontandosi col presente, utilizza, aldilà della parola, tutti i mezzi propri del linguaggio teatrale – da quello visivo alle luci, dalla danza al canto, dal recupero del gesto significante allo studio dei materiali o dei colori. Questo, insieme alla loro sincerità, conquista, perché quando si discute con Anna Dora o Nicola si sa di avere di fronte due esseri umani che, nel qui e ora, sono sempre presenti – a se stessi, nei confronti delle proprie opinioni, della nostra realtà, degli interlocutori del momento: giornalisti, studenti dei workshop (come abbiamo verificato a Bologna durante Performazioni 2018) o spettatori che siano.
È con le loro voci che chiudiamo questo viaggio da L’Aquila ad Ayotzinapa. Al prossimo.

In Desaparecidos#43 si percepisce il modo in cui lavorate: mescolando tradizioni culturali, linguaggi artistici, un’urgenza molto personale di raccontare unita a una profonda attenzione verso ciò che vi circonda. In particolare, questo spettacolo quando nasce e perché?
Nicola Pianzola
: «Desaparecidos#43 nasce alla fine del 2014 in risposta ai tragici eventi accaduti a Iguala, nello stato di Guerrero, in Messico, la notte del 26 settembre dello stesso anno. Lo spettacolo fa parte del progetto internazionale Megalopolis, che indaga i sistemi di comunicazione, le dinamiche sociali e i processi politici della nostra era contemporanea e globalizzata. Con Megalopolis avevamo già svolto due tappe di ricerca a Città del Messico lavorando, prima, con gli studenti della UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico) e, poi, con gli allievi della ENAT (Escuela Nacional de Arte Teatral). In entrambi i contesti, durante il lavoro con gli studenti, erano emersi diversi temi, quali la paura della violenza, delle sparizioni, la difficoltà di affermare la propria personalità in una tra le più grandi città del mondo e il desiderio di cambiare le cose. In entrambe le occasioni tutti questi sentimenti erano confluiti in performance che sembravano quasi presagire quello che sarebbe poi avvenuto nella tragica notte di Iguala. Quando, tra ottobre e novembre 2014, quegli stessi studenti ci hanno comunicato via FB quello che stava accadendo in Messico, in seguito alla sparizione forzata di 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa, gli stessi sentimenti sono diventanti anche per noi un flusso di emozioni dirompenti. Avevamo paura per loro, che prendevano parte alle manifestazioni a Città del Messico, perché spesso, le stesse, terminavano con arresti, repressioni e detenzioni arbitrarie. Abbiamo sentito la necessità di diffondere in Italia e in Europa quello che stavano vivendo in quel momento e lo abbiamo fatto attraverso il nostro modo di fare teatro, ponendo in scena i nostri sentimenti, le nostre reazioni, impressioni, utilizzando il nostro linguaggio performativo che cerca di esprimere, attraverso l’arte, non soltanto una storia ma anche un messaggio e una precisa posizione politica rispetto ai temi trattati. Così è nata la nostra prima Acción Global, come la chiamano in Messico, e cioè una breve azione performativa che aveva come intento quello di informare sui fatti anche le persone in Italia. Questa prima performance ha costituito il nucleo fondante dal quale si è sviluppato poi, nel corso di due anni, lo spettacolo Desaparecidos#43».
Anna Dora Dorno: «In un primo momento non avevamo pensato di produrre uno spettacolo, la nostra è stata più che altro una reazione artistica impulsiva. Poi qualcosa ha cominciato a scavare dentro di noi, nelle nostre emozioni, nel nostro legame con il Messico. Le vicende si sono legate all’indagine che già avevamo avviato nel nostro progetto e il processo di lavoro è andato maturando, non senza la fatica di affrontare dei temi così forti e duri. Possiamo dire che Desaparecidos#43 sia nato dall’amore e dall’attaccamento che provavamo per alcune persone, studenti e artisti, che avevano condiviso con noi il nostro progetto. L’idea principale è stata quindi quella di restituire quest’amore trattando il tema con rispetto e, soprattutto, con una grande speranza e fiducia nella reazione di un popolo tanto forte quanto quello messicano. In questo processo di lavoro, abbiamo invitato a dialogare con noi diversi artisti italiani e messicani che hanno dato il loro apporto alla definizione dello spettacolo, attraverso azioni performative, testi, immagini, musiche e altro. Artisti che hanno lavorato per dei brevi e intensi periodi con noi, diretti da me, e che hanno lasciato qualcosa di loro stessi in quest’opera, anche dopo essere tornati nel proprio Paese. Ci interessava avere vari punti di vista sul tema e soprattutto dar voce a quelle persone che, dal primo giorno in cui sono accaduti i fatti di Ayotzinapa, ci avevano informati e ci avevano chiesto di diffondere la notizia. Così lo spettacolo è diventato anche un forum aperto in cui sono stati gettati dei semi che stanno continuando a rifiorire replica dopo replica».

In questi anni lo avete presentato in molti Paesi dell’America Latina e, nel 2016, anche in Messico. Qual è stata la reazione del pubblico e delle autorità?
A. D. D.
: «La data a Città del Messico è stata una tappa molto importante per la storia del nostro spettacolo, perché finalmente abbiamo potuto restituire al pubblico messicano il lavoro di ricerca e di condivisione artistica che ha accompagnato la creazione dello spettacolo. Per il “debutto” messicano abbiamo deciso di includere nello spettacolo due danzatori di Oaxaca, capitale di uno tra gli stati più poveri del Paese, fondatori del centro di gestione scenica Tierra Independiente. Abbiamo lavorato con loro 5 giorni in residenza preso il Centro, presentando una prova aperta del lavoro al pubblico Oaxaqueño – e ricevendo un riscontro molto partecipato. Giunti a Città del Messico, siamo stati subito pervasi da una forte emozione: quella di ritrovarsi in un luogo denso di memoria, la Piazza delle tre Culture, simbolo della mattanza passata alla storia come la Noche de Tlatelolco, quando – il 2 ottobre 1968 – l’esercitò aprì il fuoco sugli studenti che stavano manifestando pacificamente, alla vigilia delle Olimpiadi. Abbiamo subito capito che si stava chiudendo un cerchio, dato che, proprio al Tlatelolco, e nello specifico alla UVA, Unidad de vinculación artística dell’Università Nazionale autonoma del Messico, avevamo iniziato il nostro progetto internazionale Megalopolis, due anni prima dei tragici eventi di Ayotzinapa. Abbiamo perciò deciso di aprire ulteriormente il progetto e la struttura dello spettacolo includendo altri tre studenti messicani, che hanno preso parte al nostro workshop Opencall#43, nei giorni precedenti al debutto, presentando, per la prima volta Desaparecidos#43 con un cast internazionale di sette attori e danzatori. Fin dalla prima battuta del testo che, riferendosi al massacro del Tlatelolco, si trasformava in “qui, fuori da questo teatro”, si avvertiva l’emozione condivisa in sala. Abbiamo visto molti spettatori in lacrime, altri che al contrario manifestavano il loro distacco. Erano tanti i timori da parte degli organizzatori: la censura governativa, le azioni di disturbo e le minacce da parte di cittadini messicani contrari alla programmazione di uno spettacolo su questo argomento e, non ultima, la paura per l’incolumità di due artisti stranieri. In effetti, non sono mancati episodi di calunnia e intimidazione attraverso post diffamatori sulla pagina web e i canali social della UVA. Alcune persone, tra le quali ex studenti, hanno cercato di scoraggiare la direzione del Centro culturale Tlatelolco da tale operazione. A compensare questa tendenza che in Messico, purtroppo, contribuisce ad affossare ogni reazione e manifestazione politica, c’è stata la partecipazione di un’intera comunità attiva politicamente: collettivi che hanno diffuso l’evento attraverso il web e i social, comitati studenteschi, e i documentaristi e film maker di Ojo de Perro – che hanno filmato il processo di lavoro dello spettacolo a Città del Messico per inserirlo in un film documentario sulle reazioni artistiche generatesi a partire dal caso Ayotzinapa. La cosa che ci ha dato più soddisfazione è stata però la partecipazione emotiva del pubblico che, al termine dello spettacolo, durante gli applausi, ha urlato: «Justicia». Il teatro ha registrato il tutto esaurito».

Il nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, ha istituito una commissione per investigare sulla scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa. Presentare questo spettacolo ha avuto e ha un valore, oltre che artistico, anche politico?
A. D. D.
: «Io credo che in questa era di sovra informazione e bombardamento mediatico, un teatro come il nostro, e in particolare uno spettacolo come Desaparecidos#43, che passa attraverso il corpo vivo dell’attore, possa incidere sulle persone e sulla società in generale, trasmettendo un messaggio politico in modo diretto e concreto. I nostri progetti non prevedono mai solo la presentazione di uno spettacolo fine a se stessa. Un aspetto fondamentale è quello della creazione di una comunità artistica e sociale, che lavora attivamente al progetto e che è capace di incidere sulla realtà, creando spazi di riflessione e di rappresentazione di temi come questo. I workshop, gli incontri, le conferenze e le performance ci permettono di creare un forte coinvolgimento, che si trasferisce empaticamente attraverso le vibrazioni muscolari, il sudore, l’odore delle emozioni, i dibattiti, eccetera. In Messico, gli studenti che si sono uniti a noi per lo spettacolo sentivano la necessità di prestare il proprio corpo a un pensiero politico, a un atto di giustizia. Attraverso il lavoro hanno sentito, forte come non mai, la propria identità di “messicani”. Nei nostri lavori, si genera un dialogo continuo tra “poetica” e “politica”, che determina la tensione scenica e che comunica, da un lato, la nostra presa di posizione rispetto all’argomento specifico trattato; e dall’altro, una sorta di universalità del giudizio. La costante ricerca della “bellezza” e dell’organicità dell’azione, crea una dialettica forte con la “tragicità” e la rabbia, che si trasforma in energia creativa. In Desparecidos#43 parliamo di Ayotzinapa ma il progetto Megalopolis è ben più esteso e riguarda il mondo intero. Verte su tematiche quali la libertà di opinione, di espressione, di manifestazione – importantissime anche nel nostro Paese. Le modalità sono diverse ma anche l’Italia, e altri Paesi al mondo, vivono continuamente forme di ingiustizia e di oppressione, di sopraffazione e non rispetto dei diritti elementari dell’uomo. Il sottotitolo del nostro spettacolo è Acción Global por Ayotzinapa, come a evidenziare il carattere di azione performativa, ma anche di azione politica – globale perché in grado di portare un messaggio a livello mondiale, al fine di non dimenticare e di non lasciare che l’indifferenza e la censura ostacolino l’informazione e la conoscenza».

Il 10 marzo debutterete a L’Aquila. Vi sono delle comunanze tra il caso messicano e quello dei terremotati abruzzesi. Sono morti degli studenti, innanzi tutto. E l’opinione pubblica ha dimenticato, forse perché ha voluto o perché poco informata. Sentite anche voi questo legame?
N. P.: «Desaparecidos#43 a L’Aquila acquista una valenza particolare, che amplifica il grido di giustizia e verità contenuto nello spettacolo. Due storie scomode, due verità insabbiate, due vicende taciute che presentano ancora oggi elementi poco chiari. Portare i 43 studenti di Ayotzinapa di fronte alle macerie della Casa dello Studente, da poco rimosse in seguito alla recente demolizione, risponde alla volontà che il nostro teatro ha di universalizzare una vicenda, di renderla nota e attuale grazie al confronto continuo che si crea con altre tragedie che, purtroppo, ci toccano da vicino. Quei 43 volti, diventati icone delle sparizioni forzate in Messico, verranno presto dimenticati, si confonderanno con altri volti vittime di violenze, così come accadrà per le vittime del terremoto dell’Aquila. Oggi è il ponte di Genova, ieri il crollo della Casa dello Studente. “La historia nos enseña. ¿Pero qué pasa cuando la historia se repite?”, recita una frase del testo dello spettacolo. E così la storia si ripete tra appalti, corruzione, mazzette, infiltrazioni della malavita organizzata, a insegnarci che la vita ha scarso valore di fronte al denaro e all’esercizio del potere».

Il teatro sembra essere uno tra i pochi mezzi, oggi, che informa, narra e ricorda. Necessità o virtù?
A. D. D.
: «Il teatro, come noi lo intendiamo, e cioè quello in grado di sublimare in forme artistiche e poetiche anche vicende storiche o di attualità che feriscono e segnano nel profondo, ha il potere di scuotere e, come tale, di lasciare un segno, una traccia che diventa memoria e permette di ricordare. Tendere alla bellezza, all’atto poetico, alle emozioni sane, anche partendo dagli aspetti più terribili della vita, come la perdita dei propri cari o la sparizione forzata dei propri figli, è un atto necessario e forse potremmo dire anche virtuoso. Per quanto male possa fare affrontare le atrocità di cui siamo capaci, il teatro sembra portarci verso il bene, o almeno verso una sensazione di benessere generata dal processo creativo e dalla fruizione dello stesso, che ci permette di compiere un cambiamento. Forse, questo cambiamento, al momento, è indispensabile – in questa nostra era “liquida” – alla sopravvivenza».
N. P.: «Il teatro colpisce, ferisce, ti mette a nudo, ti fa scavare in profondità, e a volte, ti mostra una strada che ti fa pensare che la verità sia nell’atto teatrale stesso, mostrandoti la vita di tutti i giorni come arida e priva di significato. Il teatro sottrae alla vita, si nutre di essa e a volte lascia vuoto il suo contenitore. Eppure, paradossalmente, questo nutrimento trasforma l’atto estetico in atto politico. Fare davvero teatro, fino in fondo, è un grande sacrificio: è prendersi una grossa responsabilità, che non sempre sarà capita o approvata da altri, ma che è necessaria, per il bene di una comunità».

Consigli di lettura:
1In merito alla situazione dei Comuni della Basilicata e della Campania, colpiti dai terremoti del novembre ‘80 e febbraio ‘81, si rimanda ai risultati della Commissione Parlamentare d’Inchiesta: http://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/archiviostorico/commissioni/X_LEG_BASILICATA_CAMPANIA_DOC_RELAZ/X_LEG_BASIL_CAMP_DOC_XXIII_27_VOL_1_TOMO_1.pdf
2Riguardo alla ricostruzione post-terremoto in Irpinia, si veda anche l’articolo su Il Fatto Quotidiano:
https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/24/terremoto-irpinia-35-anni-e-50mila-miliardi-dopo-zamberletti-sprechi-e-malaffare-colpa-della-politica-locale/2247028/
3Sul ruolo dell’opinione della comunità scientifica in merito alle decisioni politiche in situazioni di calamità naturale, si rimanda all’articolo di Bruna de Marchi, dell’Università norvegese di Bergen: https://fenix.tecnico.ulisboa.pt/downloadFile/563568428721830/texto_apoio_case%20of%20l’Aquila.pdf
4Sulla libertà di stampa in Messico, leggasi anche https://www.elsoldemexico.com.mx/mexico/justicia/van-130-periodistas-asesinados-en-los-ultimos-18-anos-declara-la-cndh-2087059.html

 

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