Il prossimo 10 marzo Desaparecidos#43 di Instabili Vaganti debutterà al Teatro NobelPerLaPace di L’Aquila e, d’un tratto, sapendolo, ci è sembrato necessario riparlare degli studenti di Ayotzinapa ma anche dei terremotati abruzzesi – obliati, tutti, in un universo dove sembra che unicamente il teatro conservi i ricordi.

Solo chi ha memoria non ripete i propri errori. E allora permetteteci una breve digressione. Personale. Forse troppo. Anni fa, una notte, la tapparella tremò, a lungo. Nessuno ci credette, a casa, fino al giorno dopo. In Friuli c’era stato un terremoto. Talmente distruttivo da percepirsi a Milano. Io l’avevo sentito. E non ero stata ascoltata – creduta. Giorni dopo iniziò la campagna di solidarietà. Nelle scuole si chiedeva agli alunni di portare i giochi della propria infanzia, che magari non si giocavano più, per i bambini di quei paesi dai nomi sconosciuti. Io avevo un Braccio di Ferro a misura di bambino, alto poco meno di me, in pannolenci, forse un po’ spelacchiato, ma che aveva protetto i miei sogni per anni. Non mi piaceva il Popeye dei cartoon, e odiavo (odio) gli spinaci, ma quel marinaio che sorvegliava la porta della mia cameretta mi aveva dato un senso di sicurezza. Frequentavo le medie. Sapevo che avrei rischiato la mia cosiddetta immagine portandolo a scuola: erano gli anni 80, non certo i tempi di racconti edificanti in stile Cuore; eppure lo portai perché volevo che proteggesse i sogni di un bambino del Friuli. E come accade nella realtà, fui schernita a lungo per quel pupazzo a misura di bambino un po’ spelacchiato. Ma esistono persone che sono come gli asini (un’immagine che ci ha regalato l’ultimo lavoro di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, Fedeli d’Amore). Asini come il Balthazar di Bresson, o l’asino d’oro di Apuleio, e che non possono fare a meno di essere consapevoli seppure impotenti. E come asini, seppure impotenti, non possiamo fare a meno di raccontare – perché la consapevolezza è dolorosa, ma è tra le poche strade che, se percorse, possono renderci autenticamente umani.
Fine della premessa.

Desaparecidos#43 3

Ricordate L’Aquila?
A dieci anni dal terremoto – che causò 309 vittime tra le quali sette universitari e il custode della Casa dello Studente – il nostro viaggio nel capoluogo abruzzese parte con un incontro. Quello con Antonietta Centofanti, Presidente del Comitato familiari delle vittime di quel luogo che avrebbe dovuto ospitare e proteggere quei giovani e che, al contrario, ne causò la morte.

Forse non tutti sanno che esiste il coordinamento nazionale Noi non dimentichiamo. Un Comitato che riunisce i familiari delle vittime di tutte le stragi – dalla Thyssen Krupp all’America Latina. Com’è nata l’idea?
Antonietta Centofanti: «Dopo un paio d’anni che avevo costituito il Comitato familiari delle vittime della Casa dello Studente, mi sono resa conto che il discorso andava ampliato ad associazioni che rappresentassero i familiari di altre stragi. Mi sono messa, quindi, alla ricerca delle diverse realtà e ho contatto, per primo, il Comitato di Viareggio (Il mondo che vorrei onlus, Associazione familiari delle vittime del 29 giugno, n.d.g.). A oggi siamo circa una trentina, da nord a sud. Questo ci ha permesso di diventare una forza, di incontrare più volte l’attuale Ministro della Giustizia (Alfonso Bonafede, n.d.g.), con il quale abbiamo iniziato un percorso per modificare alcuni aspetti legislativi, a cominciare dalla prescrizione per questi reati – e ricordiamo che il processo relativo alla strage di Viareggio rischia proprio di finire in prescrizione. Abbiamo altresì chiesto al Ministro che i familiari abbiano dallo Stato un reale supporto per affrontare le spese legali e non essere, quindi, più ricattabili con risarcimenti civili irrisori. Siamo diventati un gruppo coeso e ci vediamo periodicamente. Dentro questa rete è entrato anche il Comitato dei familiari delle vittime del ponte Morandi di Genova. Avere qualcuno che spiega come muoversi quando accadono queste tragedie aiuta a livello pratico, ma soprattutto a sentirsi meno soli».

L’Italia è un Paese di morti annunciate, dal Vajont a L’Aquila. Eppure chi ha le maggiori responsabilità, generalmente, non è perseguito dalla legge. E per gli altri le pene sono minime. Di cosa avrebbero bisogno i parenti delle vittime?
A. C.: «Innanzi tutto che il dito si punti sulle istituzioni, sullo Stato in primis. Spesso è lo Stato a essere latitante sul tema della sicurezza. Per il crollo della Casa dello Studente sono stati condannati penalmente quattro tecnici (la Cassazione ha confermato le condanne a quattro anni di reclusioni per gli ingegneri Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rosicone, e a due anni e sei mesi per Pietro Sebastiani, il presidente della Commissione collaudo dell’Azienda per il diritto agli studi universitari, n.d.g.). Ma la responsabilità apicale era della Regione Abruzzo come proprietaria dell’immobile, dato che la legge prevederebbe che ogni proprietario che non tenga il proprio bene a norma sia responsabile per quanto vi accade. Lo stesso discorso vale anche in altre situazioni. Pensiamo ai controlli al ponte Morandi di Genova. Purtroppo alla fine pagano gli ultimi. Al contrario, dovrebbero essere coinvolte le istituzioni e questo punto andrebbe messo in luce in un eventuale percorso di modifica della legislazione. Ovviamente, chiediamo la certezza della pena. Consideriamo, ad esempio, la lunghezza dei processi con conseguente prescrizione. Oppure il giudizio abbreviato e la riduzione di un terzo della pena in presenza di un’ammissione di colpevolezza; e, a fronte di tale richiesta, l’abitudine degli imputati di alienare i propri beni annullando la possibilità di risarcimento per le famiglie delle vittime. Occorre mettere a fuoco le varie problematiche e risolverle perché noi familiari, attualmente, non solo dobbiamo fare i conti con il dolore della perdita ma anche con tutto quanto vi ruota intorno, inclusi i costi del processo penale che sono elevatissimi. Faccio solo l’esempio del Comitato che rappresento. Per fortuna siamo stati aiutati da un pool di legali che non hanno chiesto alcun onorario. Eppure i costi – per le marche da bollo, i diritti governativi, la burocrazia – hanno superato i trentamila euro».

Mi risulta che il Tribunale civile dell’Aquila, a livello di risarcimento danni, abbia condannato la Regione e l’Azienda per il diritto allo studio (Adsu), di proprietà dell’ente regionale, al pagamento di un milione e 200 mila euro ai familiari di Hamade Hussein.
A. C.: «Siamo solamente alla prima sentenza di primo grado, a cui faranno seguito quelle per gli altri familiari delle vittime. Ovviamente la Regione Abruzzo ha presentato appello, ma non credo che le conclusioni potranno essere diverse a fronte di fatti già ampiamente accertati, anche grazie alla perizia della dottoressa Maria Gabriella Mulas – che ha fatto scuola e che è stata pubblicata su varie riviste scientifiche a livello internazionale. È soltanto una questione di tempo, sebbene anche questo fattore sia di per sé allucinante. Non si capisce perché, se esiste una sentenza penale di condanna in via definitiva, non sia conseguente anche il risarcimento. Al contrario, il procedimento deve ricominciare daccapo con i tre gradi di giudizio».

Com’è il rapporto con i residenti di piazzale Paoli che, a gennaio 2018, avevano avviato una petizione per dire no alla realizzazione del Parco della Memoria a L’Aquila? Come si spiega questo rifiuto?
A. C.: «L’Aquila ha completamente dimenticato i nomi delle vittime, a eccezione di una chiesa che, in una cappella, proprio in ragione del valore della memoria, ha inserito i loro nomi. Esiste un progetto, definitivo, con il relativo stanziamento di fondi, che dovrebbe interessare un parco semiabbandonato nei pressi della Casa dello Studente. I residenti, al posto di un giardino con fontane e un’area verde, vogliono un parcheggio. Questo è il motivo spicciolo della loro opposizione. Il livello è tale che lo striscione che ho appeso sulla rete che circonda le rovine della Casa dello Studente, per raccontare quanto accaduto e con le foto dei ragazzi vittime del crollo, è stato più volte strappato – anche recentemente. A livello di opinione pubblica, uno dei residenti mi ha detto in faccia: «Adesso, signora, basta con queste storie. Non vogliamo affacciarci su un cimitero, ma tornare a vivere!». Quello che mi sconvolge non è, ovviamente, che si desideri tornare a vivere. Al contrario: la vita deve continuare. Mi rattrista il fatto che non si comprenda che un parco della memoria non è un cimitero, bensì un luogo di narrazione, dove si apprende quanto è accaduto in modo tale che non si ripetano gli stessi errori, le stesse tragedie, ossia uno spazio aperto verso il futuro. È questo genere di incomprensione a sconvolgermi».

Finalmente è stato scelto il progetto per riqualificare l’area della Casa dello Studente, come luogo della memoria ma anche di scambio socio-culturale. Come Comitato siete intervenuti nella decisione?
A. C.: «Sono stata proprio io a chiedere che in quel luogo sorgesse uno spazio dedicato alla memoria, realizzato, però, dagli studenti universitari di ingegneria e architettura. E devo dire che, su questa proposta, ho trovato le porte aperte sia in Comune sia in Università. È stato fatto un bando e sono stati presentati sette progetti. La commissione incaricata di scegliere il vincitore era composta da cinque tecnici, ma è stato chiesto anche a me di partecipare. Devo ammettere che è stato difficile stabilire quale fosse il migliore. I lavori erano ovviamente concentrati sull’aspetto del memoriale – ma proiettati verso l’esterno, verso il futuro. Il progetto selezionato (a vincere sono stati quattro laureandi in Ingegneria e Architettura dell’Univaq: Lorenzo Micarelli, Francesco Gabriele, Marco Paolucci e Davide Massimo, n.d.g.), da un punto di vista architettonico, è decisamente simbolico. Ma ci terrei a sottolineare un altro fatto. Ho incontrato recentemente i vincitori e quello che mi hanno detto mi ha colpita, ossia che le prime due settimane hanno cercato di capire cosa fosse successo, cosa dovevano aver provato i ragazzi coinvolti nel crollo, cosa sentono oggi gli studenti passando di fronte alle rovine. In pratica, si sono interrogati su quanto accaduto e su quali sensazioni poteva e può suscitare un tale fatto. Solamente dopo si sono messi a disegnare. Il progetto si farà e basta. Non può restare sulla carta».

Desaparecidos#43, lo spettacolo che debutterà a L’Aquila il prossimo 10 marzo, racconta la vicenda di 43 studenti scomparsi, ovvero assassinati, in Messico. Il teatro, l’arte, possono essere presenti e d’aiuto nelle battaglie di civiltà che combattiamo in ogni Paese?
A. C.: «Basti pensare a ciò che ha fatto Marco Paolini per la strage del Vajont (Vajont 9 ottobre ‘63 – Orazione civile è il monologo firmato da Marco Paolini e Gabriele Vacis, che racconta la frana, generata dalla diga omonima, che causò quasi duemila vittime, n.d.g.). Io penso che le narrazioni fatte con altri linguaggi non solamente aumentano il valore della denuncia ma curano le ferite – facendo sentire meno soli coloro che affrontano questi percorsi di lotta. E questo è fondamentale».

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Il Teatro NobelperlaPace: dieci anni di impegno sul campo
Lo spettacolo di Instabili Vaganti andrà in scena in un teatro che, pochi giorni dopo il sisma del 6 aprile del 2009, nasceva come semplice tendone grazie all’Associazione culturale Arti e Spettacolo. Trasformato, nel giro di tre mesi, in una struttura stabile, ospitata nel campo sportivo di San Demetrio – nei pressi della tendopoli – è stato letteralmente smontato e rimontato, in via definitiva, nel 2014. Uno spazio di cultura e aggregazione dove hanno transitato vip hollywoodiani – da George Clooney a Bill Murray; si sono tenuti messe e riti buddhisti; si è fatta scuola; ci si è riuniti e confrontati; addormentati su qualche film forse troppo impegnato; si sono organizzate proteste; si è riso e si è pianto: e poi si è tornati a fare teatro – che è, in fondo, un po’ tutto questo. Per raccontare questi dieci anni, incontriamo il suo direttore artistico, Giancarlo Gentilucci.

Dal Teatro La Scuola, a Casentino (frazione di Sant’Eusanio Forconese), dichiarato inagibile dopo il terremoto del 6 aprile 2009, al Teatro NobelPerLaPace, fino alla Stagione 2018/2019. Ci raccontate questo lungo percorso?
Giancarlo Gentilucci: «Nell’aprile del 2009 abbiamo allestito, nell’immediato, un teatro-tenda dove pensavamo di svolgere la nostra attività ma che serviva soprattutto a offrire ospitalità; la notte proiettavamo film che definirei un po’ soporiferi per rasserenare quelle poche persone che venivano; la mattina si svolgevano le lezioni scolastiche, grazie a una maestra che ci aiutava a non disperdere i ragazzini; e poi si tenevano i funerali e le attività più diverse. Sempre nel 2009, il 9 luglio, abbiamo inaugurato il primo Teatro NobelPerLaPace, che è stato poi smontato e rimontato a poche centinaia di metri, al di fuori della tendopoli che era stata eretta post-terremoto e, nel frattempo, smantellata. Ricordo ancora che quando aprimmo la prima struttura, la spacciamo per una sala cinematografica perché avevamo ricevuto un aiuto economico dai Premi Nobel per la Pace a tale scopo. Loro avrebbero voluto finanziare un tendone ma, essendo noi in montagna e, quindi, soggetti a condizioni climatiche anche severe, abbiamo preferito utilizzare i fondi per ordinare e montare una struttura più durevole e meglio isolata, che costava centomila euro. Il contributo dei Nobel fu di circa un terzo e servì a saldare la prima rata. La fortuna, però, aiuta gli audaci. All’inaugurazione parteciparono George Clooney, Bill Murray e persino alcuni Premi Nobel per la Pace, che attirarono l’attenzione intorno alla nostra iniziativa. Noi, fin da subito, ci siamo proposti di portare avanti alcune battaglie, contro il G8 a L’Aquila, in primis, ma anche contro quel modo di soccorrere le popolazioni e di gestire il post-terremoto, disperdendo gli abitanti. Di conseguenza, abbiamo scelto di aprirci ad altre realtà. Ricordo che il giovedì ospitavamo i buddhisti e la domenica c’era la Messa – perché non esistevano spazi al coperto altrettanto grandi e nelle tende la situazione era terribile. Come ho già detto, da parte nostra proiettavamo dei film e poi, appena abbiamo potuto, abbiamo ricominciato a fare teatro. Dopodiché è partita una raccolta fondi solidale e alternativa che non si è avvalsa di contributi pubblici ma è stata voluta dalle persone, le più diverse, che ci avevano conosciuto e che ci hanno permesso di saldare il debito. A quel punto abbiamo iniziato a programmare delle Stagioni, dedicandoci di più al territorio e ai suoi abitanti con attività socio-culturali, che interessano ormai una quindicina di comuni, tutti piccoli, con un bacino di circa ottomila utenti. Inoltre, dato che ci dedichiamo al teatro contemporaneo, offrendo anche residenze ai giovani artisti, oltre al pubblico che ci segue grazie alle tante attività sul territorio, attraiamo anche altri spettatori e questo ci permette di avere quasi sempre la sala piena. Proprio grazie alla scelta di operare in diversi ambiti, abbiamo fondato una Compagnia, con persone provenienti dai diversi comuni. Una Compagnia costruita sulla passione per il teatro che abbiamo sollecitato, negli anni, e in cui, tengo a sottolineare, non c’è nulla di improvvisato».

Subito dopo il terremoto sono accorsi a L’Aquila politici e media, attori e registi, oltre a organizzazioni internazionali – anche a causa, o grazie al G8. Poi si sono spenti i riflettori, come se tutto fosse tornato alla normalità. Qual è la situazione a quasi dieci anni di distanza?
G. G.: «La situazione è rimasta abbastanza simile. Non molti sono tornati a vivere all’interno del centro storico. Le attività economiche – bar, ristoranti e pizzerie – sono quasi tutte intese a ravvivare le serate degli universitari e della gente comune, che esce disperata a farsi un giro nel fine settimana. Stanno costruendo molto ma gli abitanti in termini numerici si sono ridotti (secondo l’Istat, al 31 dicembre 2008 i residenti erano 72.988, in costante aumento dal 2001; mentre al 31 dicembre 2017 risultavano 69.439, n.d.g.). Si sono ricomposti alcuni quartieri periferici e, ovviamente, c’è una grande offerta di alloggi sia in vendita che in affitto. E se il mercato immobiliare per uso abitativo, prima del terremoto, viaggiava sui tre/quattromila euro al metro quadro, adesso è sceso intorno ai mille/duemila euro. Inoltre, non va dimenticato che una parte delle costruzioni consegnate sta già crollando, con balconi pericolanti e servizi fatiscenti, forse per incompetenza delle ditte edificatrici, sicuramente perché i materiali non appartengono alla nostra tradizione e non sono adatti a queste condizioni climatiche. La situazione è, quindi, di degrado assoluto e la ricorrenza del decennale, in tale contesto, sarà abbastanza problematica in quanto si sta tentando di farne una narrazione trionfalistica, avulsa da qualsiasi realtà di fatto. Temiamo che la politica cerchi di falsare le carte in gioco».

Nel centro storico ci sono ancora gru, transenne e palazzi da ricostruire, ma lo si apprende, stranamente, dai racconti dei turisti su TripAdvisor. Come si sentono gli aquilani nei confronti del resto d’Italia e, soprattutto, dei mass media?
G. G.: «Il disinteresse generale proviene anche dal fatto che ai mass media interessano solamente gli aspetti negativi. Quindi, direi che siamo poco “notiziabili” al momento. Il Governo – e parlo anche dei precedenti – non può mettere il cappello su quasi nulla, dato che non mi pare che le scelte fatte abbiano funzionato, e di conseguenza ci ignora. I politici locali possono solo imputare a passate amministrazioni i molti errori commessi – dovuti anche all’impreparazione generale della politica di fronte a tali problematiche. In breve, in questa Italia alquanto confusa, la gente – stordita anche da trent’anni di tv spazzatura – non comprende cosa stia avvenendo in realtà. La mente critica, soprattutto, mi sembra si sia spenta completamente. Ci accontentiamo tutti di piatire qualche favore. Persino le organizzazioni non governative si sono burocratizzate nel momento in cui sono diventate strutture economiche, che devono fare i conti con le strategie dello Stato per restare in piedi. E non va taciuta la responsabilità degli intellettuali, che sono spariti dall’orizzonte. Nessuno prende più posizione. Ormai siamo ridotti a persone o gruppi di persone che, a macchia di leopardo eppure imperterriti, continuiamo a coltivare degli spazi sperando che nasca qualcosa di diverso. Certamente manca Pasolini, ma non c’è più nemmeno la persona comune che, al bar, dice qualcosa di sensato. Qui a L’Aquila stiamo lottando per creare un luogo dove ricordare le vittime della Casa dello Studente, nonostante alcuni abitanti locali si oppongano perché preferiscono si costruisca un parcheggio. Ultimamente hanno persino strappato lo striscione intorno alla Casa dello Studente perché, secondo loro, bisogna finirla con le storie del dolore, bisogna far rivivere la città. Non so… forse vogliono le festicciole di quartiere».

In questo contesto non certo facile, com’è la situazione nel vostro teatro?
G. G.: «Proprio in questi giorni abbiamo fatto causa alla Regione perché, nonostante siano anni che offriamo residenze per gli artisti a nostre spese, siamo stati esclusi dal Bando – sebbene fossimo tra i pochissimi titolati a potervi accedere e tutti i premi vinti per il lavoro fatto. Il vero problema è l’apparato burocratico. In questi anni la politica ha occupato gli spazi decisionali dello Stato con persone che non hanno le competenze né sono in grado di costruire percorsi credibili – tranne in poche Regioni che definirei illuminate. Altrove, la mancanza di qualifiche adeguate in chi dovrebbe decidere porta a premiare lo yes man di turno. E questo in ogni ambito, compresa la cultura, che notoriamente interessa poco perché non si è ancora capito come, potenzialmente e soprattutto in una nazione come l’Italia, la stessa possa essere determinante per la nostra crescita, anche economica».

Veniamo allo spettacolo di Instabili Vaganti, Desaparecidos#43. Perché avete scelto di metterlo in scena?
G. G.: «Noi non facciamo scambi. Se il lavoro di una Compagnia ci interessa, ci muoviamo in una logica totalmente informale. Prendiamo contatti e inseriamo lo spettacolo in Stagione. E ogni anno scegliamo alcuni titoli che possano risvegliare il senso critico degli spettatori. Il nostro pubblico è cresciuto e si è diversificato. Da noi vengono la nonna, con il figlio e la nipotina. E questa trasversalità è la nostra forza».

Sorge quasi spontaneo il raffronto tra la situazione dei cittadini aquilani, caduti nell’oblio dopo che i riflettori massmediatici si sono spenti, e quella delle famiglie dei 43 studenti uccisi in Messico. Il teatro come mezzo per raccontare il presente?
G. G.: «Dal terremoto in avanti non so quanti spettacoli abbiamo proposto per parlare della città. Sempre grazie a testi originali, che commissioniamo a scrittori professionisti. A settembre abbiamo concluso una trilogia che si intitola Il colore del pane – con tema i migranti. Il primo spettacolo era dedicato alle migrazioni in genere, dato che sono sempre esistite e hanno interessato anche il mondo animale. Migrazioni molto più importanti di quelle che stiamo vivendo, causate ad esempio dalla siccità e dalle guerre. Noi tutti, come esseri umani, siamo figli di migranti provenienti dall’Africa e, venendo a tempi più recenti, gli italiani sono emigrati in tutto il mondo. In un passaggio del primo lavoro ricordo, tra i dialoghi, l’affermazione che noi, ora, “siamo dalla parte giusta del cancello” – ed essendosi ristrette le economie dobbiamo difenderci: non una bella immagine da dare degli italiani! Il secondo spettacolo trattava di una ragazzina, figlia del terremoto, e di un ragazzo albanese, amici ed entrambi adolescenti, con storie sovrapponibili. Perché il giovane albanese ha abbandonato il proprio Paese da piccolo e adesso, quando pensa alle proprie radici, pensa all’Italia; mentre la ragazza ha lasciato L’Aquila, una città che non ha conosciuto a causa del terremoto, e che non ha idea di come ricostruire. L’ultimo lavoro della trilogia indaga l’interiorità del nostro essere e sentire perché noi stessi migriamo continuamente. Nasciamo in un modo ma, ovviamente, continuiamo a cambiare, a “muoverci” – con le idee, fisicamente, psicologicamente. E anche la cultura è uno strumento di migrazione dato che, dalle radici barbariche, ci conduce verso un modo di vivere dotato di maggiori strumenti per comprendere la realtà che ci circonda. Ricordo anche Link, uno spettacolo che prendeva spunto da frammenti della carriera di alcuni artisti locali che hanno subito il terremoto – e non tanto nel senso materiale o di perdita di familiari, ma in quanto non sono più riusciti a esercitare la loro professione. E poi le tante iniziative alle quali abbiamo preso parte o organizzato. Come quando abbiamo collaborato con i vigili del fuoco e volontari provenienti da tutto il mondo per ripulire le case dei contadini e salvare, insieme a quelle pietre, le loro memorie in un momento in cui le case rurali venivano portate via con le ruspe che distruggevano tutto. O la sessantina di manifestazioni organizzate nei luoghi che via via si tornavano ad abitare con quei nuovi progetti che definirei disumanizzanti: agglomerati che arrivavano ai novemila abitanti, dove mancavano tutti i servizi. Occorreva opporsi ma, al contrario, dopo il terremoto tutti gli intellettuali sembrava che fuggissero da L’Aquila, per essere ospitati negli alberghi al mare. Rammento di essermi indignato con i miei concittadini per aver subito una scelta del genere, ma soprattutto per averla accettata. Del resto, già nelle tende, si operò una frantumazione dei rapporti familiari, con la separazione di mogli e mariti o genitori e figli. Sembrava che tali scelte fossero scientificamente studiate, mai casuali. In questi anni, il nostro teatro ha raccontato il presente, informato, aperto le menti».

Desaparecidos 43

To be continued…
L’Aquila accoglierà Desaparecidos#43 il prossimo 10 marzo. L’anno scorso, a giugno, sono state riaperte le indagini sulla scomparsa dei 43 studenti della Scuola rurale di Ayotzinapa (rapiti e probabilmente uccisi la sera del 26 settembre 2014). Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, ossia Instabili Vaganti, iniziarono a ideare la performance proprio mentre giungevano le notizie di quanto stava accadendo in Messico, attraverso i mass media ma soprattutto i giovani messicani che avevano incontrato e con i quali avevano stretto amicizia o lavorato in America Latina. A quel moto di indignazione collettiva – che coinvolse anche l’Europa – sono seguiti anni di oblio. L’Unione Europea ha persino firmato un nuovo accordo sul commercio con il Messico, il 21 aprile scorso, nonostante in questo Paese siano stati uccisi 75 giornalisti tra il 2010 e il maggio 2018 e l’UE, nel Trattato di Nizza del 2000, estendesse l’obiettivo del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali (tra le quali ci risulta quella di stampa) a tutte le forme di cooperazione con Paesi terzi.
Ma forse il problema è l’Alzheimer… ossia questa perdita di memoria collettiva che affligge politici, colleghi, ma anche l’uomo del bar.
Ecco perché riparleremo degli studenti di Ayotzinata, incontrando Instabili Vaganti, e anche dei giorni prima del terremoto aquilano con Giorgio Cardinali, autore e interprete di Uomini terra terra, perché: “La memoria è costituita da ricordi individuali e collettivi, intimamente collegati tra loro. La storia è la nostra memoria collettiva. Se ci viene sottratta, o riscritta, perdiamo la capacità di nutrire il nostro io più autentico” (Haruki Murakami, t.d.g.).

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