«Ogni vera bellezza è scomoda»

Al Fabbrichino di Prato va in scena The Night Writer, un collage tratto dai due volumi di Giornale Notturno e da citazioni di performance firmate dall’artista belga

L’opera d’arte totale. Ma anche l’artista/creatore in grado di padroneggiare ogni linguaggio espressivo. A queste due aspirazioni – a Wagner come a Leonardo – tende costantemente Jan Fabre, da quarant’anni sulla scena nelle vesti di coreografo, regista, artista visivo e visionario, e autore anche di due zibaldoni di pensieri in libertà sul binomio arte/vita, scritti rispettivamente tra il ‘78 e l’‘84 e dall’‘85 al ‘91 – alla base della performance The Night Writer, a cui dà voce e corpo Lino Musella.

Su un tappeto bianco e morbido (che rimanda inevitabilmente alla schiuma di Drugs kept me alive), su cui campeggiano quattro pietre – di cui non sveleremo il significato – e un certo numero di oggetti di una scenografia barocca ma non opulenta, in quanto ogni elemento ricoprirà una precisa funzione (come insegnava un regista del dettaglio significante quale Hitchcock), Lino Musella si addentra nel disvelamento pornografico dell’artista – ché sempre nel raccontarsi si denuda di fronte al proprio pubblico, intessendo trame complici e condendo il narrare di sé con un pizzico di autocompiaciuto esibizionismo (nessun artista potrà mai sottrarsi all’attrazione di Narciso).

Ma torniamo a Musella, alla sua recitazione volutamente sopra le righe che dà corposità al filo frastagliato del pensiero notturno (mirabile la sua interpretazione di My Way, brano simbolo di un altro artista tanto controverso quanto talentuoso come Frank Sinatra). Quel pensiero notturno che Cyril Collard (scrittore, regista, attore e compositore che ancora ci manca) tratteggiò nelle sue Nuits Fauves. Con quel gusto per l’autoritratto, insieme impudico e orgoglioso, che permise ad Artemisia Gentileschi di infrangere la tela con un arguto gioco della prospettiva (ben prima dei tagli di Fontana), infischiandosene dell’occhio dello spettatore, in Autoritratto come allegoria della Pittura. E quel senso di sfida alla mentalità gretta contemporanea che portò Adélaïde Labille-Guiard, dopo aver dovuto subire l’umiliazione di dimostrare pubblicamente di essere l’autrice delle proprie opere, a rivendicare il proprio ruolo di Maestro/(a) nell’Autoritratto con allieve. Perché disvelarsi è atto propriamente artistico e nessun’opera è mai figlia illegittima del proprio autore, anche quando questi – come Flaubert – dedica anni a tessere la pusillanimità di una frivola borghesuccia di periferia.

Ma vediamo (dato che questo è un Dialogo del Cuscino e possiamo prenderci la medesima libertà di divagare dell’autore belga) da quali materiali Fabre è partito per costruire The Night Writer e quali affinità si possono rintracciare tra le diverse espressioni artistiche del suo fare creativo. Nei suoi Giornali si raccontano, con brevi incisi fulminei, anche i suoi incontri. Illuminante quello con il fotografo Robert Mapplethorpe, nel 1985, che descrive così: “Il suo obiettivo ricerca la sensualità, l’energia e lo status della carne, dei muscoli, della pelle e dello scheletro. La sua esposizione trasforma il corpo di carne in un corpo di pietra”. Illuminante, scrivevamo, perché in realtà disvela anche la traiettoria che segue lo stesso Fabre, perennemente teso alla ricerca della bellezza, eppure invischiato fin nelle viscere nella massa materica, nella carnalità che, a differenza della bellezza, non può aspirare all’eternità, bensì si corrode e consuma, si brucia e spegne, si dilava in una incessante trasformazione di sé. Ed è questa metamorfosi costante, questa grottesca putrefazione alla quale tutti dobbiamo soccombere, che pregnava anche l’antologica dedicata dalla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo a Fabre, due anni fa durante la Biennale di Venezia, intitolata Glass and bone Sculptures e comprendente oltre 40 opere dell’artista eseguite tra il 1977 e il 2017. Qui il corpo si trasforma in pietra (o in vetro) – tornando alla suggestione di Mapplethorpe – ma ciò che colpisce è il suo mantenere a emblema di sé la caducità della vita stessa, reale e carnale. Quel teschio, memento mori, che è simbolo del genere umano, e che si è imposto con la selezione naturale, continua a fagocitare qualsiasi altra specie, in un mondo che sta implodendo, teso a un’autodistruzione tanto inconsapevole quanto certa. Il portato filosofico delle opere travalica il confine estetico e l’aspirazione alla bellezza si fa inquieta e inquietante. “Un teatro che non fa morti, che non sollecita crimini, delitti, sabotaggi, non può essere teatro, è spettacolo”, dichiarava Carmelo Bene – e non si può che sottoscrivere allargando il discorso alle arti in senso lato.
L’impatto della mostra veneziana fu meno disturbante di quello ottenuto lanciando gatti in aria – ad Anversa nel 2012 – ma i contenuti mostrano tutt’oggi la loro rilevanza. E ci si domanda (dato che Fabre, da artista controverso qual è, non può che sollecitare domande e opinioni altrettanto controverse) se la risposta del pubblico che, allora, aggredì i performer per difendere i poveri animali, sarebbe altrettanto veemente quando le vittime sono esseri umani, come ad esempio nelle carneficine che stanno imbandendo le tavole dei maggiori produttori di armi al mondo (solo nel 2018, ad esempio, il Belgio ha vietato le esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita, mentre noi continuiamo a collaborare al genocidio in Yemen).

Ecco, quindi, emergere quale chiave di lettura del nuovo tassello artistico di Fabre, di questo The Night Writer, proprio la sua scomodità, ruvidità, scabrosità. Vi leggiamo l’aspirazione di un novello Icaro al sublime, portato sulle ali avvizzite del grottesco. Perfettamente incastonato nella scelta estetica – ma certamente non estetizzante – del monologo autobiografico. In quanto ogni autobiografia è, come già scrivevamo, una forma di esibizionismo che necessita di una dose di crudeltà autoinferta, dato che non si può scrivere di sé, apertamente, se non si è inciso nel profondo, nell’intimità (e, riandando a Fabre, non è lui stesso a definire la per-for-mance: “una persona che per-fo-ra se stessa e il suo ambiente”?). Questo grumo di sadomasochismo emerge e stilla in ogni lavoro dell’artista belga – visivo o performativo – e qui, sulla scena del Fabbrichino, trova forse uno spiraglio di riconciliazione/redenzione nel finale, grazie a quell’opera (una specie di falcone maltese di plastica blu) che resta, nonostante tutto, a galla, come vediamo nel video in bianco e nero (e blu) proiettato alle spalle di Musella. Quel colore che contraddistingue le opere di molti artisti, da Yves Klein allo stesso Fabre fino a Giuseppe Lo Schiavo (autore, forse non a caso visto il valore del sincronismo in arte, di un Narcissus blu).

E concludiamo con un breve inciso che avremmo voluto non scrivere, dato che quello che ci interessa degli artisti è la loro opera, e crediamo che ben pochi, scesi dall’empireo della fama e rivestiti i panni della quotidianità, si discostino in vizi e virtù da noi tutti, esseri umani. Però abbiamo letto che alcuni colleghi hanno rimproverato a Fabre di non aver usato questo spettacolo per rispondere alle accuse di molestie, denunciate l’anno scorso da venti ex dipendenti della sua Compagnia. Accuse ovviamente fatte per via mediatica (e non presso le autorità giudiziarie, come dovrebbe essere), firmate da ben dodici con pseudonimi (quindi, ancora meno controbattibili), su fatti accaduti nel passato (ossia difficilmente provabili ma altrettanto difficilmente confutabili). Noi plaudiamo a questa scelta. Per due ragioni. La prima è che #MeToo non ha creato un maggiore senso di autocoscienza, bensì una montagna di fango mediatico che sta travolgendo non tanto un sistema (che si può ritrovare in qualsiasi ambiente dove si eserciti una qualche forma di potere, da un ufficio al reparto di una fabbrica fino agli scranni parlamentari) quanto individui singoli, spesso messi alla gogna più per il loro modo di vivere e di essere (discutibile o anticonformista, ruvido o impudico) che per fatti specifici e comprovati giudizialmente. Secondo, perché l’opera è d’arte quando è espressione autentica di un sentire. Se Fabre avesse usato questa performance per difendersi avrebbe tradito se stesso come artista. Sarebbe stato facile per lui giustificarsi, o ironizzare e infangare, ma non sarebbe stato onesto a livello creativo e intellettuale. E non si sarebbe salvato come uomo. L’uomo avrà modi, tempi e speriamo spazi appropriati per difendersi, se dovrà e vorrà; l’artista si conferma integro nella sua strenue ricerca di una bellezza che salverà il mondo, solo se continuerà a essere scomoda.

Lo spettacolo continua:
Fabbricone (Sala 2 – Fabbrichino)
via Ferdinando Targetti, 10/8 – Prato
fino a domenica 24 marzo
orari: feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30

The Night Writer
Giornale notturno
testo, scene e regia Jan Fabre
con Lino Musella
musica Stef Kamil Carlens
drammaturgia Miet Martens e Sigrid Bousset
traduzione Franco Paris
direzione tecnica Geert Van der Auwera/Javier Delle Monache
direzione di produzione Gaia Margherita Silvestrini
fonico Marcello Abucci
produzione Troubleyn/Jan Fabre e Aldo Grompone
in coproduzione con FOG Triennale Milano Performing Arts, LuganoInScena-LAC, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto
produzione esecutiva e distribuzione Aldo Miguel Grompone

www.metastasio.it

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