Il biglietto d’ingresso a un mondo dove tutto è concesso

Al Teatro Eliseo Glauco Mauri ha condotto il pubblico nei meandri della profondità filosofica e narrativa di Fëdor Dostoevskij, in una trasposizione teatrale del capolavoro assoluto del romanziere russo.

Nella letteratura moderna, nessuno come Dostoevskij è stato in grado di raggiungere le vette più elevate del pensiero speculativo filosofico, di indagare i dubbi ancestrali relativi all’esistenza di Dio e al senso dell’esistenza umana sulla terra. Non è un caso che quando Nietzsche, l’alfiere della morte di Dio e dell’avvento terribile del disincanto della modernità, lesse lo scrittore russo affermò “questo è mio fratello”: il percorso narrativo di Dostoevskij è un’indagine lancinante della distanza tra l’azione umana e il suo significato, abbandonato da ogni entità superiore in grado di attribuirgli significato. Con le parole dello stesso Dostoevskij: “Se Dio non c’è allora tutto è permesso”.
L’apice del genio dostoesvkijano, ossia la condensazione narrativa dell’abissale profondità della sua filosofia, si trova in quello che è il suo capolavoro, I fratelli Karamazov, pietra miliare della letteratura moderna che Matteo Tarasco ha deciso di portare in scena in una trasposizione teatrale al Teatro Eliseo di Roma. La versione teatrale distilla il monumentale romanzo estraendone l’essenziale dell’intreccio, senza però sacrificare alcuni degli snodi  più significativi da un punto di vista teorico: basti pensare al racconto della novella del Grande inquisitore, che Ivan racconta a Alëša e attraverso la quale emerge la comprensione gelida e accusatoria del cristianesimo ma allo stesso tempo la fiducia indiscussa nei confronti della compassione umana come unico criterio di vita.

La pluralità dei personaggi e in particolare dei membri della travagliata famiglia Karamazov esprime quella “polifonia” di cui parlava il critico letterario Bachtin per spiegare il rapporto tra Dostoevskij e i suoi personaggi. Infatti il pensiero etico, religioso, filosofo di Dostoevskij non si identifica mai con quello di un determinato personaggio, ma si dissemina nella pluralità. Perciò abbiamo Alëša, il personaggio “cristico”, buono malgrado tutto, l’anima spirituale; Dimitri, tutto istintualità e passione, rabbia e impetuosità; Ivan, il filosofo razionale e nichilista, che nulla concede alla fede ingenua; e poi c’è l’anziano padre, che l’interpretazione del magnifico Glauco Mauri (che dopo un malore ha deciso imperterrito di riprendere lo spettacolo per portare a termine le repliche) riesce a trasfigurare in termini istrionici e goliardici. La distanza tra la capacità attoriale di Mauri e gli altri attori, come normale che sia, è molto evidente, al punto che il personaggio più problematico, sfaccettato, intrigante e attraente diventa proprio quel padre che invece nel testo di Dostoevskij resta un passo indietro rispetto a Alëša e soprattutto a Ivan. L’ottimo Roberto Sturno nei panni del “filosofo” capace di giustificare persino il delitto non ha paradossalmente il carisma del “vecchio padre”, come se lo spettacolo teatrale fosse stato costruito  e pensato sull’interpretazione magnetica di Mauri (divertente e sofferta, spontanea e potente) più che sull’effettivo equilibrio tra i personaggi. Bella la messa in scena, costruita su pannelli mobili che determinano gli ambienti, ma resta il fatto che l’unica dimensione capace di dare ritmo allo spettacolo è l’interpretazione di Mauri: la complessità meravigliosa del testo dostoevskijano sulla scena può diventare troppo verbosa, anchilosata. Oltre a Mauri forse avrebbe aiutato un’interpretazione meno scolastica da parte degli altri attori, e forse qualche audacia nella scenografia e nella messa in scena (per esempio, sarebbe stato interessante vedere il racconto del Grande Inquisitore interpretato direttamente più che solo raccontato); resta il fatto però che tanto il testo di Dostoevskij quanto l’estro di Mauri valgono il biglietto, quello stesso biglietto che Ivan dice di voler restituire dinanzi all’assurdità della tesi dell’esistenza di Dio.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Eliseo
via Nazionale, 183 – Roma
dal 5 al 17 febbraio 2019
martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20.00
mercoledì e domenica ore 17.00

I fratelli Karamazov
da Fëdor Dostoevskij
regia Matteo Tarasco
con Glauco Mauri, Roberto Sturno, Paolo Lorimer, Pavel Zelinskiy, Laurence Mazzoni, Luca Terracciano, Giulia Galiani, Alice Giroldini

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