Quella strana gang dello Sturm und Drang

Al Teatro India di Roma, Gabriele Lavia dirige venti giovani attori in un’originale riedizione de I masnadieri di Friedrich Schiller. Tra linguaggi neogotici, rocker e melò, l’ambizione è di rendere universale la parabola dei nobili fuorilegge del Settecento e la loro lotta romantica per la libertà.

Entrando nella sala del Teatro India, lo spettatore resta senza fiato di fronte alla poderosa scenografia, già illuminata prima dell’inizio dello spettacolo. Un rimbombante castello-hangar, con terriccio rosso e una selva di pali-albero di acciaio è la tagliente ambientazione – un po’gotica, un po’nazista, un po’rockeggiante – in cui si muovono I masnadieri secondo Gabriele Lavia, spettacolo che ha debuttato il 25 ottobre nello splendido spazio romano (l’ex fabbrica Mira Lanza). L’attore firma un’inedita regia dell’opera giovanile di Friedrich Schiller, dopo aver vestito i panni del malvagio Franz già negli anni Ottanta, al Teatro Eliseo, accanto a un Karl interpretato da Umberto Orsini e a un’Amalia cui dava vita Monica Guerritore.

La tragedia, esordio teatrale di Schiller per cui il poeta nel 1782 fu addirittura arrestato, era (oltre il perverso intreccio familiare) una potente denuncia delle istituzioni politiche e sociali, attraverso la parabola del suo eroe “rivoluzionario” . Il principe ereditario Karl, che ha lasciato la casa paterna e la promessa sposa Amalia, è pentito della sua ribellione e vorrebbe tornare al castello avito. Ma il suo deforme e avido fratello Franz gli invia una falsa lettera paterna che lo rinnega; intanto annuncia la sua morte ad Amalia, per sedurla, e al padre Moor, per ucciderlo di crepacuore. Intanto, spinto dallo sconforto, Karl si pone a capo di una banda di briganti giustizieri, che mette a ferro e fuoco la città. Tornato al castello, salva il padre, che Franz ha sepolto vivo in una torre e, colto da un momento di riflessione, dubita che la giustizia si possa ottenere con la violenza. Ma la tragedia si compie: Franz, perseguitato dai suoi stessi fantasmi, si suicida; Moor muore di dolore; Karl uccide Amalia e si consegna ai gendarmi.

Se trent’anni fa Lavia si era fedelmente abbandonato alle passioni in stile Sturm und Drang, nel 2011 la sua rilettura del dramma schilleriano diventa una critica alla corruzione un po’onirica, alla Arancia meccanica di kubrickiano ascendente. Il regista sceglie una dimensione atemporale e un taglio grottesco, affidandosi a una recitazione sforzata e talora caricaturale dei giovani venti attori ( la neonata Giovane Compagnia del Teatro di Roma) . Il risultato è un umore ondivago. Da un lato ci sono il melò “gridato” della sfortunata principessa Amalia (Cristina Pasino) e il pathos del “messia” Karl, bello, nervoso e reietto (Simone Toni). Dall’altro, all’opposto, c’è la macchietta offerta dai servi del potere: un gobbo Franz, gommoso, gracidante, saltellante e impossibile come un personaggio di Frankenstein Jr (il bravo Francesco Bonomo), ma anche un Moor più buffo e maldestro che non tragico, persino quando finisce vivo nella bara (Gianni Giuliano). Nella masnada di “drughi” goderecci messi in scena da Lavia, tra cui un vitalissimo Spiegelberg (Marco Grossi), si riconoscono a fatica i fuorilegge nobili e leggendari della letteratura tedesca, che per migliorare il mondo combattono i soprusi e la tirannia.

Li lambiscono smilzi trench di pelle nera, gilet di rete, stivaletti e anfibi, catene, tube e bombette postmoderne, cui fa il paio il trucco dark di Amalia. Non manca un riferimento all’Italia corrotta (di oggi?). Ma il grande merito nel rendere universale il furore visionario di Schiller – con la sua lotta romantica per la libertà, con il proposito di fare del palcoscenico un nuovo “istituto morale” – va alla scena straniante di Alessandro Camera, che sfrutta tutta la profondità e si riveste alle pareti di graffiti tra neogotico e grandguignol (realizzati dai giovani writers Paolo Colasanti e Leonardo Maltese) raffiguranti teschi, pistole, gli slogan “Libertà o morte” e “Sturm und Drang” .

Gli accordi di chitarra e i ritornelli cantati dai personaggi hanno l’ossessiva ripetitività voluta da Franco Mussida, chitarrista della PFM che ha creato le musiche originali dello spettacolo. Così è il guaito rock di Amalia, piccolo essere solo e tradito da Karl e da Franz, fedele all’amore fino a farsi ammazzare dal suo amato, che intona un rauco «Maledetti voi» («I pezzenti sono re e i re pezzenti»).

Una recitazione iperbolica e qualche immaturità degli interpreti intaccano lo spessore dei personaggi e il pubblico può avere la sensazione di trovarsi di fronte a un laboratorio. Alcuni momenti però sono memorabili.
Colpiscono le parole disperate di Karl sulla tracotanza dei potenti, sulla pochezza umana («Propositi da dèi e opere da topi»), sulla falsità della Chiesa e la sua compravendita di ricchezze e schiavitù («Voi siete le scimmie di Dio! Voi i farisei!», urla a un prete venuto a redimerlo). Ma quello che lacera è il monologo di Franz, caino e parricida, usurpatore del potere con la violenza. Per lui la coscienza è «uno spaventapasseri» e le istituzioni «caramelline»: siepi che le lepri valicano per volontà dello stesso perverso padrone. Si acquatta a strimpellare la chitarra e a squittire che la vita umana è «fango che si appiccica alle scarpe», nata da «un prurito» e che, con la stessa indifferenza, può essere soppressa.
È un topo che squittisce, un corvo nero che raspa, raspa nella nostra coscienza. Questa stridula interpretazione di Bonomo, con la paranoica scenografia, vale da sola lo spettacolo.

Leggi la recensione de I masnadieri di Daniele Rizzo

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Lo spettacolo continua:
Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman, Roma
fino a domenica 27 novembre
orari: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 18.00, lunedì riposo
biglietti: ridotto 14 Euro, intero 18 Euro
Teatro di Roma, Teatro Stabile dell’Umbria, in collaborazione con la Versiliana Festival e l’Accademia di Costume di Moda di Roma presentano
I masnadieri
di Friedrich Schiller
regia Gabriele Lavia
con Gianni Giuliano, Simone Toni, Francesco Bonomo, Cristina Pasino, Marco Grossi, Filippo De Toro, Luca Mascolo, Fabio Casali, Giulio Pampiglione, Giovanni Prosperi, Alessandro Scaretti, Michele De Maria, Daniele Gonciaruk, Andrea Macaluso, Davide Gagliardini, Carlo Sciaccaluga, Luca Mannocci, Daniele Ciglia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Franco Mussida
luci Simone De Angelis

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