Concerto per voce sulle note di Ibsen

All’Angelo Mai va in scena I sommersi, la prima parte di una ricerca sul testo di Ibsen L’anitra selvatica.

Gli interpreti Federica Santoro e Gabriele Portoghese provano a calzare il testo di Ibsen, proprio come si fa con un vestito. Ne deriveranno sensazioni sulle quali il corpo vocale dell’attore troverà ragione per spremere fino all’ultima goccia il succo di un classico. «L’anitra Selvatica – si legge nelle note di regia – è opera bizzarra, intimamente spirituale, respingente ed ironica/umoristica». È proprio la frizione tra la spiritualità nordeuropea e l’accento quasi umoristico nascosto qua e là a piegare il senso drammatico verso derive insospettate, ma che pure sono contenute nel testo. Questi piegamenti sono dati esclusivamente dalla voce.

Non si tratta beninteso di mettere in berlina Henrik Ibsen, ma – scampando i picchi drammatici – di cercare la verità dell’opera là dove non sembra avvenire niente, dove l’autore sembra far prendere fiato ai personaggi e alla storia, dove cechovianamente si discute del tempo, della posa di una cravatta, del rincaro del burro.

Gli autori si disinteressano totalmente della linearità narrativa, sostando piuttosto sulle sue parti molli, dove un significante, eccitato dalla risonanza vocale dell’attore, allude al didietro di un personaggio. Quando Hjalmar Ekdal torna a casa dal pranzo in casa Werle, sua figlia quattordicenne Hedvig lusinga la sua vanità: la cravatta sta bene con i suoi capelli crespi. «Crespi proprio non li chiamerei; piuttosto direi ricci». Mossi? No, proprio ricci. Gli interpreti possono scommettere che quest’insistenza non sia un anonimo dettaglio, ma il punto di caduta del personaggio inciampato sul pendolo crespo – riccio. È impossibile riprodurre qui la sonorità – sempre diversamente significante – ogniqualvolta Federica Santoro torce la parola «crespo», arrotondandola come una lama sulla mola.

La famiglia di Hjalmar Ekdal sta risalendo da un tracollo. Quanto ha perduto è stato frutto di una caduta (suo padre fu condannato al carcere quando era in affari con Werle), come quello che possiede ora è frutto di una riparazione (lo stesso Werle ne è benefattore), senza chiedersi il motivo di tanta accanita beneficenza. La copertura del segreto di cui è vittima inconsapevole emerge nell’attribuzione del carattere da dare a suoi capelli. Se definire «crespa» la propria acconciatura ha un accento troppo naturale, dirla piuttosto «riccia» ha la nuance di una piegatura aggraziata, come a far risaltare una dignità posticcia.

Il sospetto inconfessabile che Hedvig faccia anch’essa parte della beneficenza si mostra in una smemorataggine. Hjalmar Ekdal si dimentica del regalo che aveva promesso a sua figlia. Dissimulando il senso di colpa, ricicla come improbabile dono il menu della cena da Werle. Alla delusione di Hedvig («Questo qui? Non è che un foglio di carta»), il padre continua nella sua ridicola parata: «Son tanto divertenti queste ghiottonerie. Mettiti a sedere ora là vicino alla tavola e leggi la lista, io ti descriverò poi il gusto dei piatti». Il padre sta dicendo alla figlia che il suo destino è quello di un’anitra selvatica con le ali ferite? L’effetto paradossale è reso con una vocalità estraniante, come se Hjalmar fosse una marionetta e la voce quella di un mediocre burattinaio, mediocre come ogni nostro tentativo di burlare un bambino, burlando in realtà la verità di noi stessi in lui contenuta.

Estraniante risulta quindi anche l’effetto che la drammaturgia riversa sul pubblico. Non si può che rimanere sospesi al suono significante. La linea narrativa è sempre interrotta. Riemerge in un monologo in cui l’interprete gioca più personaggi insieme, condensando in sé stesso un’intera scena, per perdersi subito dopo quando la voce inciampa in una parola che – ripetuta fino al balbettio – allude a un impatto della coscienza. L’invocazione reiterata fino a un rovescio tragicomico («Mamma! Mamma! Papà! Papà!») copre l’allusione al segreto incarnato dalla stessa Hedvig, un segreto che non può dirsi, può solo essere rappresentato dall’anitra chiusa in soffitta. Hedvig può solo invocare dai propri genitori una liberazione che da loro non può arrivare; sarà costretta a darsela da sé stessa.

Il grande e profondo palco dell’Angelo Mai viene a tratti percorso in lungo e in largo come a volerne riempire l’ampiezza, ma il movimento appare poco indirizzato. La scelta drammaturgica infatti è quella di concentrare tutta la dinamica del corpo sulla voce, scegliendo un versante àlgidamente norvegese. Il massimo di effetto si ha infatti quando gli interpreti si piantano bene in terra e lasciano alla voce dell’attore il compito di sensualizzare il testo.

In quest’ottica, l’amplificazione è utilizzata una volta tanto non per fare volume, ma per cercare un più intimo contatto con la parola, sospendendo il pubblico a una sorta di incantamento. Se la suggestione è estrema, è anche vero che prende la forma di una staticità che la parola non sempre ha la forza di vivificare. La ricerca di Santoro e Tilli tuttavia ha il pregio di restituire vita a un classico a partire dall’ineffabilità vocale dell’attore. Solo così oggi si può rendere giustizia a Ibsen come a un’anitra liberata dalla sua gabbia.

Lo spettacolo è andato in scena
Angelo Mai Altrove Occupato

Viale delle Terme di Caracalla 55a, Roma
venerdì 13 e sabato 14 ottobre 2018

I sommersi
liberamente ispirato a L’anitra selvatica di H. Ibsen
di Federica Santoro e Luca Tilli
con Federica Santoro, Gabriele Portoghese, Luca Tilli
regia e adattamento drammaturgico Federica Santoro
musiche Luca Tilli
disegno luci Dario Salvagnini
realizzazione elementi scenici Marina Schindler
collaboratori artistici Ettore Frani e Paola Feraiorni

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