Rewind

Rieccoci al Teatro della Contraddizione, luogo in cui, una volta entrati, proprio non si riesce a smettere di tornare.

 

Tra un Milano Calling e una Camminata Archemica, scivolando fuori dalle mura che separano gli spazi teatrali da quelli della vita e riversandosi nelle strade e nel puro accadere quotidiano, l’instancabile TdC presenta una nuova rivisitazione identitaria – tutta volta al femminile – attraverso una Serata Doppio Spettacolo.
Dimostrando, così, ancora una volta il proprio desiderio polifonico di contaminazione, cavalcando i contrasti senza mai temerli, il TdC unisce in un’unica serata due performance molto diverse tra loro, ma che, proprio in virtù di questa differenza, si scavano e si penetrano l’un l’altra.

Il primo spettacolo è una partitura di danza e musica – I…I…Io?! First step: give me a moment – portata in scena da Giselda Ranieri (danzatrice della Compagnia ALDES/Roberto Castello) ed Elia Moretti (percussionista di formazione classica e jazzistica).
Mentre lui scompone e ricompone le anime della batteria, suonandola come se contenesse tutti gli strumenti del mondo, lei si lascia trapassare dalle onde magnetiche del suono, sempre più decostruita da (e in) un passato-futuro che non è mai presente.
Gli scatti della ragazza – che diventa una specie di concentrazione di tic e movimenti epilettici – ricordano l’effetto prodotto dal passaggio dai 16 ai 24 fotogrammi al secondo dei vecchi film muti. Come se un dito invisibile si fosse bloccato sul tasto rew – revve, come lo chiamerà la protagonista dello spettacolo successivo – del registratore della vita, i movimenti di Giselda Ranieri sembrano un tentativo di uscire dalla morsa del passato, dell’eterno riavvolgimento di un nastro vitale che è prigione.
Mentre Moretti pungola e graffia i piatti della batteria, il cui stridore percorre in lungo e in largo il corpo della ragazza, lei tenta di vomitare un linguaggio che le resta irrimediabilmente bloccato in gola. Così come la parola Io, che proprio non riesce a uscire, che sembra incastrarsi nella giugulare, lottando strenuamente per saltar fuori, per esser-ci, senza mai riuscire a vomitarsi o a deglutirsi.
Tra la potenza e l’atto, tra il passato e il futuro, la coppia di artisti dipinge l’impossibilità odierna di vivere il presente, quella fatica – termine che si arrampica più volte nella voce della ragazza – di divenire ciò che si è, come direbbe Nietzsche.

Dammi solo un minuto è la celebre canzone che diventa una richiesta disperata urlata a mezza voce dalla protagonista – forse non abbastanza disperata come avrebbe potuto essere osando ancora un po’ di più – mentre le sue movenze diventano sempre più convulse e scomposte. Un minuto per fermare il tempo, per essere semplicemente qui e ora, un minuto che si mangia l’ultimo istante: il corpo quasi esanime della ragazza disteso a terra e la musica che si ferma nelle mani di Moretti.

Dopo una breve pausa – a base di vino e crêpes gentilmente offerti dal TdC – si riapre il sipario e si torna in sala.
Su una piccola sedia su un piccolo palco sta seduto timidamente un grande uomo con una grande barba. Vestito da donna. È Salvatore Nocera e quel lei/lui di cui veste i panni è Letizia, Letizia forever – ultima creazione di Rosario Palazzolo.
Letizia viene dal profondo sud e la sua parlata, caricaturalmente dialettale, genera un’immediata empatia tra lei e il pubblico. Al suo fianco ha un vecchio registratore per musicassette, con tre tasti magici impressi sopra: il plai, il revve e la pause. Sono i tasti che scandiscono la sua vita – più che altro i revve e le pause – e che le consentono di raccontarci e di raccontarsi cosa le è successo – il plai.
Mentre Pupo dipinge un panorama in cui non c’è «nemmeno una nuvola» e «l’amore è una favola», Letizia inizia il suo revve, a partire dal giorno in cui è nata, in una caldissima giornata di gennaio del 1963. Dopo aver guardato per tutta l’adolescenza «il mondo da un oblò» – come canta Gianni Togni nel plai successivo – con una madre che odia e che cerca in ogni modo di complicarle la vita, finalmente arrivano i «fabulosi anni 80». È sulla scia delle «canzoni amore» che caratterizzano questo periodo che Letizia ci sviscera il suo incontro con Salvatore – tra «sguardi lunghi» e «sguardi corti» sulle scale della chiesa, raccontati con un’ironia che fa piegare il pubblico dalle risate – la loro partenza per Milano, i figli e l’entusiasmo per questo nuovo inizio.
Ma c’è qualcosa che Letizia non ci sta ancora raccontando, qualcosa che «iddi, gli scienziati» – che forse nemmeno esistono, che forse sono solo una parte di lei – vogliono sapere dal suo inconscio – in arte, «icoscio». Qualcosa che delle urla strazianti di liti furibonde e rabbie represse lasciano presagire, mentre gli «schifiosi anni 90» bussano alla porta, tra luci stroboscopiche e fari da interrogatorio.
Da lì in poi è violenza, è dolore, è la realtà – ma quale realtà? – che si frammenta, che si scompone, che si sgretola e si «garbuglia» tra le mani di Letizia e quelle degli spettatori. È un’ondata di rabbia e schifo che contrae le mani del bravissimo Nocera, intente ad allungare quel vestitino troppo corto, mentre il suo sguardo scruta timidamente i volti degli astanti e le braccia si aprono in un non senso rassegnato, come a voler sollevare un’epoché sui fatti, su una fantomatica verità che chissà dov’è.
La raffinatissima drammaturgia di Palazzolo dà il meglio di sé nella parte finale dello spettacolo, aprendo un ventaglio di interpretazioni possibili.
Chi è davvero Letizia? Di chi sta vestendo i panni Nocera? Di un lui mascherato da lei o di una lei mascherata da lui?
Le identità crollano definitivamente, la realtà evapora e la violenza non ha più carnefici e vittime, non ha più direzioni.
La violenza avvolge, come avvolge il dolore, come avvolge la vita. E niente di tutto ciò può essere mai veramente detto, ma solo raccontato, qua e là, tra un revve, una pause e un plai. Non c’è una narrazione, ma una frammentazione esistenziale, una ricomposizione di pezzi che si sono sparsi, che si sono spersi.
C’è Letizia, chiunque essa sia – in fondo, che cosa importa? Letizia, è solo un nome, un involucro, come la realtà. È madre e padre, donna e uomo, vittima e carnefice. È verità e finzione, come il teatro, come la vita.
E lo scroscio di applausi che piove alla fine, tra sorrisi e occhi lucidi, è tutto per lei, Letizia, che non ha più un’identità attoriale, che non è più Salvatore Nocera, ma è diventata un pezzetto di tutti noi.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Contraddizione
Via della Braida 6 – Milano
dal 20 al 23 novembre 2014, ore 20.30

I…I…Io?! First step: give me a moment
di e con Giselda Ranieri (danza) ed Elia Moretti (musica dal vivo)
sguardo esterno Davide Frangioni
produzione ALDES
coproduzione ARTU e UBIdanza

Letizia forever
testo e regia Rosario Palazzolo
con Salvatore Nocera
con le voci di Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara Italiano, Rosario Palazzolo, Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone
scene Luca Mannino
luci Toni Troia
assistente alla regia Irene Nocera
coproduzione T22 e Teatrino Controverso

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