Uomini e Pupi

La verità non può esser detta; non tutta, almeno. Questo il messaggio che Sebastiano Lo Monaco restituisce al Teatro Quirino, con Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello.

La verità ha qualcosa di scabroso. Per difendersi da essa, che a guardarla fisso c’è da impazzire, gli uomini e le donne costruiscono civiltà e norme sociali. Dove non arrivano queste, c’è il buon senso a consolare, a non pensare di dover aderire come carta moschicida alle parole che pronunciamo.

La signora Beatrice sospetta che il marito abbia una relazione adulterina con la moglie del signor Ciampa, impiegato nella ditta di famiglia. Vuole coglierlo sul fatto, per questo deve favorirne le circostanze illecite allontanando lo stesso Ciampa. Questo mostra di sapere e non sapere; cerca di capire le intenzioni della signora, ma anche lei fa allusioni che lo preoccupano. Vuole far scoppiare uno scandalo?

La mente umana è fatta di tre corde: la pazza, la civile e la seria. Ci sono questioni che non possono essere affrontate di petto, in maniera seria; allora la corda civile interviene con un sistema di convenienze che ci permettono di vivere e sopravvivere. Ciampa, tuttavia, nell’allusivo negoziato con la moglie tradita, si appella alla corda seria, nella speranza che si confidi al fine comune di trovare una soluzione – appunto – civile. Sospetta infatti che la donna si abbandoni a una furia e metta a repentaglio le apparenze.

Il mondo per Pirandello è un teatro su cui si agitano pupi, ruoli che la società ci assegna. Non possiamo più pensare di essere autentici, di dire ciò che pensiamo, come fossimo candide creature di un mondo da fiaba. Il fatto stesso che il linguaggio non sia solo uno strumento di comunicazione ma sopratutto la causa stessa della nostra impossibilità (rivela e nasconde allo stesso tempo), ci riduce a marionette («Lo spirito divino – dice Ciampa – entra in noi e si fa pupo») in incerto equilibrio tra civiltà e desiderio.

Nel conflitto tra apparenza e realtà, il singolo si scopre mancante del fondamento ultimo, che pure esiste socialmente a livello di finzione. Essere umani vuol dire farla funzionare. La religione? Il matrimonio? La carriera? Il potere? Qualunque simulacro può servire allo scopo, pur di poterci a questo ortopedizzare. Anche la pazzia, ossia la pretesa di dire tutta la verità, è una finzione che dissolve, dissolve cioè il pupo senza il quale c’è solo l’abisso della malattia.

È Fana, la serva di casa, a cercare di dissuadere la signora dal provocare uno scandalo. Usar la forza con chi è più forte di noi? Trascinare un marito nel fango (ma anche Ciampa stesso), solo per vendicarsi pubblicamente? «Ma quando mai gli uomini, mi scusi, si sono presi così di fronte, a petto? Piano piano, signora mia, d’accanto e non di fronte, col garbo e la buona maniera si riportano gli uomini a casa». In seguito allo scandalo, la soluzione è fare in modo che la signora giri la corda pazza: solo chi è pazzo può dire la verità, gridarla tanto forte tanto da non essere ovviamente creduto, e salvare così le apparenze.

Lo Monaco – assai efficace nel ruolo di Ciampa – decide come regista di colorare la drammaturgia scenica con tinte briose, sopratutto attraverso i personaggi di contorno, allo scopo di smorzare la gravità del pensiero con siparietti comici, in parte prevedibili. Se la drammaturgia mette i protagonisti – Ciampa e la signora Beatrice – al servizio dell’inesorabile tessitura pirandelliana, lascia ai personaggi minori indorare l’amara pillola, di fare da contorno grasso e saporito a una cerebrale pietanza.

Se l’effetto da una parte è quello di chiamare il riso del pubblico, dall’altra il rischio è quello di allentare la forza scenica o, peggio, di virare il dramma in commedia di costume. Piuttosto che rispettare l’aura astratta dell’opera (diciamo la corda seria), la cui forza in Pirandello è sottoporre un concetto filosofico alla prova del teatro, la regia preferisce tirare la corda civile, in modo da coniugare la rassicurazione del riso con la vertigine del dramma, e così compiacere la platea.

Non c’è dubbio che l’operazione sia riuscita, grazie anche agli interpreti principali, Sebastiano Lo Monaco e Marina Biondi. Stasera il Quirino è colmo in ogni ordine di posto; la compagnia esce più volte a ricevere i meritati applausi. Il teatro ideale è di fatto un artificio. In fondo può esistere solo un teatro per il pubblico, e stasera il teatro è entrato in casa del pubblico.

Lo spettacolo va in scena
Teatro Quirino
via delle vergini 7, 00187 Roma
dall’11 al 23 dicembre 2018

Il berretto a sonagli
di Luigi Pirandello
regia Sebastiano Lo Monaco
con Sebastiano Lo Monaco, Marina Biondi, Claudio Mazzenga, Barbara Gallo, Giovanni Santangelo, Lina Bernardi, Maria Laura Caselli, con la partecipazione di Clelia Piscitello
costruzione scene Keiko Shiraishi
costumi Cristina Da Rold
musiche Mario Incudine
luci Nevio Cavina
produzione Sicilia Teatro in collaborazione con Festival La Versiliana – Pietrasanta e Teatro Luigi Pirandello di Agrigento

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