Carne tremula

Teatro di poesia in scena a Buti all’interno del Festival ERA. Il cammino un omaggio alla genialità tragica di Koltès che non convince del tutto.

Koltès non è autore facile. Perché lirico; perché intriso di tragedia (nella vita, spentasi prematuramente a causa di complicazioni dovute all’Aids, e nelle opere); perché impegnato politicamente; perché sensibile fino al parossismo nei confronti dell’umano dramma dell’esistenza, consapevole fino al midollo dell’impossibilità di amare felicemente, liberamente, autenticamente, in una società intrisa di violenza, morte, omofobia, razzismo, guerra; perché, infine, sommo artefice di parole che denunciano insieme l’incomunicabilità e l’incapacità di un’intera generazione di andare oltre per ritrovare il tocco umano, ormai perduto.
Da un autore simile non possono che scaturire poesie in prosa o drammi in verso libero, che sgorgano dalla gola degli interpreti come fiumi in piena: dove passioni e disastri sono trascinati dalla corrente emotiva degli interpreti. Autentiche sfide, quindi, per un attore.
Al teatro di Buti si è fatto un tentativo per restituire la ieraticità del mito – nell’interpretazione degli sposi, magistralmente e musicalmente ineccepibile, a opera di Dario Marconcini (lo sposo) e Giovanna Daddi (la sposa) – e la frenesia della gioventù innamorata ma incapace di confrontarsi – molto meno riuscita sia a livello gestuale sia interpretativo.
Spieghiamo doverosamente perché.
Un oratorio drammatico, come Il cammino di Koltès, ha bisogna di una grande musicalità ed espressività di voci. Sicuramente splendida, cristallina e multitonale quella di Daddi, vibrante e stentorea – nel personaggio – quella di Marconcini. Mentre la gestualità può ridursi al minimo purché di grande impatto ed espressività: si vedano gli autentici tableaux vivants ricreati dagli sposi o la matronale ieraticità espressa da Daddi semplicemente sedendo, quasi in gesto di sfida, con la matassa di lana-universo/gioco ai suoi piedi. In sottofondo, una musica che scende come pioggerellina su questi dei senza tempo, che non sovrasta mai le voci, che, al contrario, si accompagna bene e ricrea il climax emotivo ideale.
Dall’altro lato, i fidanzati, che indugiano in una gestualità di maniera (soprattutto Silvia Garbuggino), da scuola di teatro. Le loro voci faticano a sovrastare la musica (peraltro molto bella) che, spesso, essendo cantata crea ulteriore fonte di distrazione e assurge a protagonista laddove dovrebbe servire da accompagnamento. E infine, l’afonia (forse dovuto a malessere) della fidanzata rende ancora più impervio per lo spettatore il difficile cammino verso quell’appropriazione di un testo – come quello di Koltès – che solamente se vissuto visceralmente sa trasmettere tutta la drammaticità di un autore, di un’epoca, di un destino – che lo accomuna a un altro grande autore francese, Cyril Collard.
Tentativo riuscito a metà, incorniciato però dallo splendido, ottocentesco, Teatro Francesco Di Bartolo di Buti – un gioiello da non dimenticare mai.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Festival ERA
organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro, in collaborazione con Era dei Libri e Spazio NU
Teatro Francesco di Bartolo
Buti
giovedì 25 ottobre, ore 21.30
Associazione Teatro Buti presenta:
Il cammino
oratorio drammatico di Bernard Marie Koltès
traduzione Luca Scarlini
di e con Dario Marconcini (lo sposo), Giovanna Daddi (la sposa), Gaetano Ventriglia (il fidanzato), Silvia Garbuggino (la fidanzata)
musica e messa in scena a cura del Collettivo
produzione Associazione Teatro Buti
(durata 70 minuti)

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