L’amore ai tempi del Codice Rocco

Il teatro Belli offre il suo luogo alla memoria offesa. Si riaccendono i riflettori sul Caso Braibanti, uno scandalo di nera giustizia avvenuto nei fervidi anni della Contestazione italiana.

Lo spettacolo denuncia il silenzio su Aldo Braibanti, filosofo omosessuale accusato dalla legge del codice Rocco di aver plagiato il suo giovane compagno.

Aldo Braibanti è un intellettuale di spicco nell’Italia degli anni Sessanta, ex partigiano, ex membro del Partito Comunista e studioso della vita delle formiche. Ma Aldo Braibanti è dichiaratamente omosessuale e convive a Roma con Giovanni Sanfratello, giovane in fuga da una famiglia bigotta e castrante. Nel 1964 il padre del ragazzo denuncia Braibanti per plagio o assoggettamento psicofisico della persona, appellandosi alla legge del Codice Penale Rocco (codice firmato dal ministro di giustizia del Duce, Alfredo Rocco). Nel 1968, al termine delle udienze e dopo una sfilata di testimoni corrotti, Braibanti viene condannato a nove anni di reclusione, successivamente ridotti a sei e infine a quattro (due gli vengono condonati in quanto ex partigiano). La condanna suscita ampia eco in tutta Italia, e a favore di Braibanti si mobilitano Alberto Moravia, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio e numerosi altri intellettuali italiani, ma i loro appelli cadono nel silenzio. Il processo rivela rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l’estremo tentativo del vecchio ordine sociale di imporre i propri valori contro l’onda rivoluzionaria del Sessantotto. Braibanti venne scelto come capro espiatorio in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche omosessuale, in un periodo in cui l’omosessualità era giudicata “indifendibile” anche e soprattutto tra le file della sinistra, che non risparmia nemmeno Pasolini. Il ventunenne compagno del Braibanti, Giovanni Sanfratello, viene spedito al manicomio di Verona, dove subisce una serie di elettroshock e trascorre quindici mesi di internamento. La tristezza senza fine dell’abuso di potere, oggi come ieri, è raccontata in questo spettacolo attraverso documenti d’archivio e deposizioni dei testimoni, che rendono reale e vivo il ricordo di Braibanti. Il merito della coinvolgente carica emotiva va anche ai due splendidi interpreti, che hanno indossato gli abiti dei vari personaggi coinvolti, e al maestro Stefano Russo, che ha suonato la malinconia di quei racconti. Il teatro torna a essere spazio di coscienza e pensiero. L’arte ritorni a gridare forte perché, purtroppo, «l’Italia non ricorda».

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Belli
piazza di Santa Apollonia, 11/a – Roma
fino a domenica 29 aprile, ore 21.00

Il caso Braibanti
di Massimiliano Palmese
regia Giuseppe Marini
con Fabio Bussotti, Mauro Conte
musiche Mauro Verrone
esecuzione live Stefano Russo

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