Una casa fatta di macerie nell’Italia del boom

La Compagnia Punta Corsara mette in scena Il cielo in una stanza, feroce apologia di un sogno che si rivela presto tutt’altro.

Raggiungere il proprio desiderio, vederlo trasformato in realtà e, dopo, volerlo superare produrrà la catastrofe. Se poi il desiderio di una vita felice insieme, di una casetta senza pretese, scaturisce esso stesso da una “amputazione”, la felicità a cui si crede di avere diritto è corrotta alla nascita dalla sua stessa menomazione.

Una coppia napoletana acquista un appartamento in un complesso abitativo di nuovissima costruzione. Siamo alla fine degli anni cinquanta, gli anni in cui Mina canta Il cielo in una stanza, gli anni che preparano il boom e la promessa di una felicità da comodino, a patto di avere una stanza, un matrimonio e un comodino.

La coppia, piuttosto della foto delle nozze incorniciata in argento, sul comodino metterà un moncherino. È la mano che l’uomo perderà in Svizzera, lavorando con una fresa. È grazie a questa amputazione che riceverà un’indennità, tale da permettersi l’appartamento, ma – chissà perché? – tutti gli inquilini pensano non sia stato un incidente.

Il testo è seminato di un’altra ombra, sotto la quale rimane sospesa una complessa opera di dissimulazione dei personaggi, tutti coinvolti dal crollo dello stabile non solo come vittime, ma anche come artefici. Varianti non autorizzate successive alla costruzione (piscine sull’attico o scavo abusivo di ulteriori parcheggi sotterranei) hanno probabilmente lesionato lo stabile. Il desiderio è una trappola e non appaga mai. «Io risolvo con la morte» afferma uno degli inquilini, rivelandosi abile facitore di falsi incidenti per gabbare le assicurazioni.

Il palazzo crolla, i superstiti abitano le macerie fatte di un ammasso informe ma sorprendentemente coerente di madie, ante, praticabili. Sembra di vedere un’illustrazione esheriana dentro cui i superstiti si muovono con una sorprendente e quasi “roditoria” agilità. Tra gli inquilini spicca la vedova dell’invalido con addosso un dialetto partenopeo quasi incomprensibile e una doppietta con la quale impallina i piccioni; Sommerso è l’uomo prigioniero del piano interrato, parlante attraverso uno sciacquone; Alce Nero è un inquilino che ambisce a una etnia indiana metropolitana.

L’uomo senza mano rimane sepolto, ma non la sua mano, custodita dalla moglie dentro una teca di vetro, agitata come un totem a cui si chiede un colpevole. L’avvocato chiamato per una consulenza parla di atti, espone commi di legge, chiede di firmare con nome e cognome la querela, ma è proprio questa richiesta formale di soggettivazione della propria catastrofe, a risultare oscena per i superstiti. Tutti abdicano al proprio nome, tranne uno, Alfredo Cafiero. È lui a difendere in un “tribunale” improvvisato la vita dell’avvocato, che Alce Nero vuole sacrificare sull’altare di una mistica purificazione.

Non c’è redenzione possibile per i personaggi, che tra la vita e la morte ben si adattano ad abitare una casa di macerie (o’ tafagno, come la chiamano). Alla nostalgia di una vita “rotonda” evocata come perdita da Alce Nero, fusa con la natura, incosciente e magica, non riesce a sostituirsi l’assunzione dell’ambiguità di un desiderio che si rivela per sua natura impossibile, benché socialmente creduto alla portata anche di poveri disgraziati. Cafiero inchioda ognuno a non cercare alibi: il “peccato mortale” non se ne va e non può essere cancellato con un omicidio.

Gli attori si disimpegnano abilmente tra la commedia e le tragedia, seppure all’interno di un intreccio (l’espediente narrativo del “tribunale” per esempio) che risulta troppo “civile” per una “barbara” resa dei conti. La scrittura tuttavia è asciutta, eredità della solida tradizione napoletana. Ispirato con ogni evidenza a Le voci di dentro di Eduardo, possiamo trovare parti di zi’ Nicola e Alberto Saporito seminate nei personaggi di questa pièce, capace di dribblare le seduzioni della farsa per parlare all’oggi del nostro desiderio e all’ombra con cui ognuno di noi – disgraziato o meno – deve fare i conti.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 78, Roma
giovedì 5 ottobre 2017, ore 21

Il cielo in una stanza
di Armando Pirozzi e Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella e Peppe Papa
scene Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
luci Giuseppe Di Lorenzo
regia Emanuele Valenti
Produzione Fondazione Teatro di Napoli – 369gradi

1 commento

  1. Ho inserito questo spettacolo tra i peggiori “top-ten” visti da me negli ultimi trent’anni di frequenze teatrali. Ieri sera, al teatro “Bellini”, ho cercato di capire il senso del testo, degli atteggiamenti degli attori, ma….non ho capito da dove partisse e dove volesse arrivare. Non è uno spettacolo tradizionale, non è di avanguardia, è un insieme di battute e di gag che vorrebbero, a tratti, far ridere, o pensare, ma sono solo patetiche, nella loro banalità. Inoltre, trovo assurdo ed irriverente accostare questo testo di teatro (???) a quelli di Eduardo. Mio marito, che era con me, ieri sera, condivide in pieno il mio giudizio. Pessimo testo, l’unica cosa che ci è piaciuta è stata la canzone “Il cielo in una stanza”inserita da una registrazione, cantata superbamente da Mina e la brevità della messa in scena Se avessero lasciato la canzone per intero, avrebbero salvato perlomeno cinque minuti da una noia mortale, noia, per fortuna, finita dopo un’ora………Spes

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.