«Nuovo contenitore multidisciplinare dedicato ai linguaggi artistici e ai processi di creazione contemporanea», Umbria Factory propone per sabato 13 un bouquet di eventi capace di restituire, nel bene e nel male, uno spaccato significativo dello stato dell’arte nella scena performativa italiana.

Nato all’interno dello Spazio ZUT! di Foligno, «casa delle arti performative, della contaminazione fra i vari linguaggi e della sperimentazione di forme innovative legate anche alla scena digitale», tra le prerogative specifiche dell’Umbria Factory c’è sicuramente l’alto tasso di consapevolezza a partire dal quale gli organizzatori ne hanno costruito la programmazione, dispiegandola su tre mesi al fine di rendere più agile e agevole la partecipazione di cittadinanza e maestranze.

«Articolato in itinerari specifici in ambito performativo e musicale all’interno di un progetto capace di connettere la città con altre piattaforme culturali nazionali e internazionali», il festival curato da Michele Bandini ed Emiliano Pergolari, con il supporto di Elisabetta Pergolari, Mariella Nanni e David Rinaldini, non anela infatti ad astruse proposte di sperimentazione performativa, ma «si colloca nel più ampio percorso di apertura al contemporaneo». Per questo, Umbria Factory enuclea – in maniera estremamente accattivante – il carattere “itinerante” delle arti attraverso la messa in connessione e in “tensione” di modalità espressive eterogenee e così delinea un autentico percorso di “scoperta” di linguaggi creativi  che si dissemina nella pluralità della proposta festivaliera basata «su un modello multidisciplinare di ibridazione dei linguaggi».

Stornando l’ansia della compulsiva ricerca dell’innovazione a tutti i costi, l’organizzazione del festival è, dunque, una sorta di manifesto spirituale e teorico volto a far comprendere non solo – o non tanto – l’attuale direzione presa dalla drammaturgia teatrale e musicale, quanto anche la necessità di ri-attivare instancabilmente processi creativi in un territorio fertile e da “fiorire” come rappresentato dal dinamico pueblo di Foligno

Il rischio, ovviamente, è palese nel momento in cui diventare un appuntamento essenziale per la scena teatrale offrendo “ospitalità” e “visibilità” alle molteplici esperienze dell’arte performativa può far passare in secondo piano l’urgenza del rinnovamento e della riattualizzazione di forme e contenuti artistici in un periodo storico che, sconvolto dall’esperienza pandemica (che, nell’apprensione del ritorno alla normalità, sembra essere stata declassata da tsunami a fastidioso venticello), da tempo annaspa nella devastazione postmoderna dei diritti sociali e individuali.

Quanto accaduto il 13 novembre ben rappresenta vizi e virtù di una curatela che, giustamente, sta provando a contaminare alto e basso della cultura performativa nella consapevolezza che l’intenzione artistica debba necessariamente porre in relazione la questione della profondità e della qualità della creazione con quella della sua fruizione popular.

Il primo spettacolo è Bella Bestia di e con Francesca Sarteanesi e Luisa Bosi, una produzione Officine della Cultura. Protagoniste sono due donne di quasi mezza età che si confrontano rispettivamente con la “bestia” che l’una ha nel cuore (l’amore spezzato) e che l’altra cova nell’utero (un tumore). I loro dialoghi sono sarcastici e a tratti surreali, citano nomi ed esperienze di marginalità senza particolare chiarezza o esaustività, il loro dolore è incarnato e lancinante, ma non dilaniante perché provano a starsi accanto condividendo parti di sé (le musiche di Sakamoto, le diagnosi mediche), pur faticando terribilmente a farsi ascoltare dall’altra (il dolore è sempre privato) e a nulla servono la promiscuità sentimentale o il beckettiano reiterare giornaliero di dialoghi “assurdi”. Tra chi, inutilmente, sta aspettando qualcosa (o qualcuno) che la salvi o almeno ne mitighi la pena, si pongono statue di cani di plastica, animali domestici per eccellenza, tuttavia incapaci di dare conforto.

Bella Bestia punta tutto sulla personalità “brechtiana” delle sue interpreti, sull’aspra spigolosità di un testo non sempre perfettamente comprensibile a causa di una contorta dizione toscana, ma anche perché non c’è poi molto da capire nell’assurdità di vite che stanno macerando tra il rimpianto di ciò che è andato perduto e il rimorso del non poter più essere complete. L’esito è una (voluta) percezione di disagio, ma anche una chiusura forse eccessiva nel privato e ciò rende Bella Bestia un'”empatica” opera di stile ben confezionata, ma troppo forzata per lasciare il segno.

Decisamente meno riuscito, invece, è stato l’atteso Sono solo un uomo, dall’omonimo testo vincitore del concorso di drammaturgia sportiva SportOpera 2005 scritto da Alessandro Miele, che troviamo anche alla regia e in scena con Rita Felicetti. Il duo, molto convincente in superbe produzioni firmate dal gruppo faentino dei Menoventi, questa volta naufraga in una rappresentazione priva di coerenza drammaturgica, efficacia attoriale e significatività culturale.

Felicetti e Miele vestono maglie le cui scritte identificano i diversi personaggi dell’Odissea e, mentre filmati calcistici vengono (mal) riprodotti su una superficie rotonda (che spesso esclude alla vista il cuore dell’azione), i due giocano a pallone, si affannano sul palco cercando di spiegare, enfatizzare e affabulare, ma le loro interazioni sono costipate, i cambi di costume e l’uso delle luci risultano macchinosi e non giustificati, il tono affettato delle voci è di palese falsità, se non proprio irritante, e la storia che interpretano, potenzialmente suggestiva, dell’accostamento tra due personaggi diversamente tragici come Roberto Baggio e Ulisse non trova nessun appiglio per destare l’attenzione degli “ignoranti” o provocare l’interesse degli “esperti”.

Successivamente a Stay hungry – Indagine di un affamato di Campolo – analisi sulla perversa commistione di interessi privati e interesse pubblico che si materializza in un’«operazione di aperta critica ai meccanismi del politicamente corretto, in particolare dei bandi a sfondo sociale, del teatro come bolla su cui si concentrano aspettative a dir poco esagerate» – la giornata si è chiusa nel segno della musica sperimentale di Andrea Belfi, l’unica concessione all’aspetto della complessità performativa nel sabato di Umbria Factory.

Da tempo residente a Berlino, l’artista italiano fa sì che batteria ed elettronica si incontrino in un set da solista composto da strumentazioni di altissimo livello e sviluppato attraverso procedimenti di manipolazione che amplificano cellule sonore evocative e tribali in una struttura live ritmico-concreta lontana dai criteri di armonia e melodia tradizionali.

La densità sonora, la potenza timbrica, le dissonanze nell’ampiezza delle vibrazioni, la frequenza in-stabile degli intervalli di battuta assegnano la “parte del leone” alla componente strumentale e restituiscono con grande mestiere la percezione di un’ecologia musicale intensa e coerente.

Gli eventi sono andati in scena all’interno di Umbria Factory
location varie, Foligno

sabato 13 novembre
ore 17.00, Auditorium Santa Caterina
teatro
Bella Bestia
di e con Francesca Sarteanesi e Luisa Bosi
produzione Officine della Cultura
con il contributo della Regione Toscana
con il sostegno di Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt)

ore 19.00, Spazio ZUT!
teatro
Sono solo un uomo
testo vincitore del concorso di drammaturgia sportiva SportOpera 2005
di Alessandro Miele
con Rita Felicetti e Alessandro Miele
regia Alessandro Miele
assistente alla regia Alessandra Crocco
luci Angelo Piccinni
consulenza musicale Stefano De Ponti
progetto Demoni/Ultimi Fuochi Teatro
produzione Ultimi Fuochi Teatro

ore 21.00, Auditorium San Domenico
teatro
STAY HUNGRY/Indagine di un affamato
di e con Angelo Campolo
ideazione scenica Giulia Drogo
produzione DAF Teatro dell’esatta fantasia
vincitore del premio In-Box 2020

ore 22.30, Spazio ZUT!
musica
Andrea Belfi

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