A cent’anni dalla morte del loro creatore, Emilio Salgari, i corsari delle Antille continuano ad imperversare. Ma ne vale davvero la pena?

Raffaella Boscolo è attrice di razza, e ha una indubbia presenza scenica; Stefano Braschi ha mestiere e la sua duttilità lo mette a suo agio, in coppia con Alessandro Quattro, anche nel ruolo comico del bucaniere; la regia, della stessa Boscolo, riesce a rendere quasi credibile, con tre sole persone in scena, la rappresentazione dell’ abbordaggio alla nave spagnola, una sanguinosa battaglia che lascerà sul ponte duecento cadaveri; e un suo indubbio fascino figurativo ha anche la tempesta.
Riconosciuto ciò, rimane un interrogativo: qual è la ragion sufficiente dell’operazione?
Sul piano teatrale, la trasposizione drammaturgica di un’opera letteraria è spesso un’impresa spericolata, e la drammaturgia di Giuditta Mingucci non mi sembra ne venga a capo: troppe le voci fuori campo, le parti narrate; e che senso ha – pur con tutta la vis comica di Stefano Braschi – che i due bucanieri si raccontino le avventure di cui sono stati ambedue protagonisti?
Quanto all’idea forte dello spettacolo, il Corsaro Nero interpretato da una donna, non basta la statura, la prestanza, l’eleganza di Raffaella Boscolo, a rendere plausibile il personaggio. Non appena la sua fascinosa silhouette, stagliata presso la barra, scende sul ponte, l’espediente rivela tutta la sua improbabilità; specie nel confronto amoroso con la bella, eterea, ma presto smaniosa Honorata, interpretata dalla stessa Giuditta Mingucci (ma perché calza quegli stivali da pescatore, sotto un già incongruo abito da sera nero?).
Lo spettacolo sarà riproposto nella rassegna Segnali, con l’indicazione “Età consigliata: dai 10 anni”. Ed è in questa prospettiva che vorrei aggiungere qualche considerazione.
Seguo la rassegna fin dalla sua prima edizione, e da allora mi pongo un interrogativo: qual è l’offerta di teatro adeguata ai bambini e ai ragazzi? Credo abbia senso proporre solo spettacoli che educhino al bello, e che suscitino nei giovani spettatori interrogativi che riguardino la loro vita, i loro autentici problemi.
Ora, l’allestimento de Il Corsaro Nero contiene momenti esteticamente riusciti, effetti visivi di buon impatto e (scusate se poco) ottenuti con mezzi semplici, relativamente poveri. E ciò, in una stagione culturale come quella odierna, in cui il potere invasivo dei media sta degradando il nostro gusto estetico, ha un’apprezzabile valenza educativa.
Ma che valori veicola la storia? Quali temi tratta, che tocchino la realtà odierna dell’adolescenza?
C’è il mito del bel tenebroso, un sottoprodotto dell’eroe romantico; del combattente monomaniaco: un topos che, di lì a venti, trent’anni, avrebbe generato mostri – e continua a generarli.
E la vicenda d’amore? Il romanzo esce nel 1898, dieci anni dopo La sonata a Kreutzer e più di venti dopo Anna Karenina, di Tolstoj. Ha senso ammannire oggi ai ragazzini – che avrebbero bisogno di un’educazione ai sentimenti, mentre sono sistematicamente diseducati dalle telenovela e dal Grande Fratello – uno schema amoroso che sembra mutuato dai più vieti melodrammi del primo ’800?
Diciamoci la verità: Salgari non è un grande scrittore. La sua sterminata produzione può fornire interessanti informazioni sulla cultura popolare del primo ’900; può testimoniare il fascino che l’esotismo (peraltro fasullo, perché ricostruito a tavolino) esercitava sul lettore, in una stagione in cui non esistevano i documentari, e i viaggi erano un privilegio di pochi. Nulla di più. E allora, lasciamolo riposare in pace.

Il corsaro nero
da Emilio Salgari
adattamento di Giuditta Mingucci
con Raffaella Boscolo, Stefano Braschi, Giuditta Mingucci, Alessandro Quattro
scene ecostuni Nicole Figini
movimenti scenici Camilla Frontini
maestri d’armi Massimo Cimaglia e Adolfo Fantoni
regia di Raffaella Boscolo
valido abbonamento Invito a Teatro

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