Conflitti di classe. Il Re parla al Giglio

Cosa può accadere quando una sceneggiatura famosa e un volto televisivo si incontrano su un unico palcoscenico – quello del Teatro del Giglio di Lucca – cancellando per sempre la lastra straniante dello schermo cinematografico?

Accade che realtà e artificio comincino a confondersi, ad alternarsi, a esaltarsi vicendevolmente. Questo è, tutto sommato, il teatro: realtà in disputa con se stessa e con l’universo-mondo che la circonda.

In questo solco, un acclamatissimo Luca Barbareschi porta in scena, al Giglio di Lucca in prima nazionale, Il discorso del Re, di David Seidler – dal cui testo è tratta anche la fortunata versione cinematografica The King’s speech, diretta da Tom Hooper nel 2010.

Sulla somiglianza, nulla da eccepire. Poche – ma significative – le differenze tra i copioni. A personaggi forti, tanto pulsanti da assumere la consistenza della vita (Filippo Dini interpreta perfettamente la balbuzie e l’empasse emotiva del Duca di York – cosa non facile), se ne alternano altri che, seppure funzionali, potrebbero essere estrapolati maggiormente dal contesto filo-televisivo (la Duchessa di York manca, ad esempio, di un’appropriata caratterizzazione).

Dal punto di vista della scenografia, i passaggi di scena sono rapidi, danzanti, conservano la dinamicità che è tipica degli schermi. Ed è avvincente, sebbene possa all’inizio lasciare disorientati. Gli spazi si mantengono tuttavia angusti, focalizzati su pochi elementi: si considerino, ad esempio, gli interni della casa di Lionel, dove basta una tazza di tè o un modellino di aeroplano per ricostruire un mondo di valori e un’epoca storica.

Il côté sonoro potrebbe mantenersi più avaro. Immancabile il sottofondo struggente durante le scene più cariche a livello emotivo – dove un silenzio raggelante centrerebbe meglio l’obiettivo. Musica d’epoca e voci storiche contribuiscono a ricreare l’atmosfera irrequieta degli anni Venti. La rappresentazione manifesta, del resto, un solido attaccamento al realismo.

Ed è proprio la Storia (con la S maiuscola) che nulla può reclamare: gli eventi salienti del periodo precedente la Seconda guerra mondiale – vero e proprio tema su cui si impernia l’intera vicenda – sono mostrati attraverso l’uso di filmati storici: stralci autentici che il proiettore riversa sul pubblico tra una scena e l’altra. Ai balbettii di Albert (Duca di York), si sovrappone il clamore suscitato dai discorsi di Hitler: ed è subito evidente come il confronto sia impari, inosabile, impensabile. Pare impossibile che sotto la cappa nazi-fascista si possa ridere, eppure è questo che si fa: il pubblico si diverte. Ridiamo ai commenti di Lionel (Luca Barbareschi), sempre rigorosamente inappropriati; ridiamo alle sue re-interpretazioni shakespeariane, messe in scena con efficace tecnica metateatrale (il regista, tra il pubblico, giudica Lionel, sul palco, mentre tenta un Calibano fuori dai cliché). E questo è il merito, tra il grottesco e il paradossale, de Il discorso del Re: far sorridere il pubblico, alla vigilia della tragedia.

Su questo scenario mondiale, il microcosmo è rappresentato dall’uomo “comune” (stranamente Albert, Duca di York), che squarcia il drappo degli intrighi, di parti e fazioni, per entrare nelle case del suo popolo, intessere relazioni sincere. Ben presto il pubblico valica il confine, dimentica l’ufficialità, lo ascolta, lo chiama Bertie, scordandosi del futuro Giorgio VI. E in Winston Churchill (abilmente interpretato da Ruggero Cara) è ancor più vivida questa scissione, questa triplicazione tra l’uomo e il personaggio storico e teatrale. Colui che guiderà l’Inghilterra attraverso i fuochi del conflitto mondiale passeggia – il sigaro e una coppa di champagne tra le mani – ironizzando sui vizi dei membri della famiglia reale – malgrado sia il primo a fiutare i fumi di guerra.

Bella la scena finale – quella del discorso del titolo – ma la scenografia non appare, in questo caso, scelta felice. Sebbene il nemico principale del Re, il microfono, sfrutti bene l’arma della spia rossa per catalizzare l’attenzione del pubblico, forse avrebbe necessitato di un primissimo piano – oseremmo suggerire “cinematografico”. Lo spazio, al contrario, è troppo ampio, troppo affollato di personaggi superflui. In questa scena dovrebbero campeggiare solamente Bertie e il simbolo della nuova epoca, il suo acerrimo nemico: il microfono radiofonico. La scelta operata si rivela penalizzante per la resa espressiva dell’ansia, del senso di piccolezza che pervade Re Giorgio – un monarca balbuziente – il cui messaggio dovrà entrare in ogni casa e sospingere un popolo sgomento verso la vittoria militare e morale su una Germania e un’Italia tracotanti. E il discorso stesso, dopo le prime frasi che risuonano cristalline sicure, potrebbe spegnersi nel silenzio: il resto è Storia.

Il discorso del Re: conflitti. Tra uomini, ma soprattutto negli uomini. Tra schermo e teatro, sul palco del Giglio. Applausi per tutti i contendenti. A scena aperta.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio – Lucca
venerdì 19 ottobre, ore 21.00 – sabato 20 ottobre, ore 21.00 – domenica 21 ottobre, ore 16.30

Il discorso del Re
di David Seidler
regia Luca Barbareschi
con Luca Barbareschi, Filippo Dini, Ruggero Cara, Chiara Claudi, Roberto Mantovani, Astrid Meloni, Mauro Santopiero, Giancarlo Previati

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