Le parole esondano dal filo di Arca Azzurra

Novembre è il mese delle piogge e la scena toscana accende i riflettori sul cinquantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze, avvenuta il 4 novembre del 1966. Il 5 novembre scorso, al Teatro Verdi di Pisa ha debuttato Il Filo dell’acqua di Arca Azzurra – che sarà nuovamente in scena come quarto appuntamento della rassegna Alluvione: 50 anni dopo, organizzata dalla Fondazione Teatro della Toscana, il 22 e il 23 novembre al Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci.

Il Filo dell’acqua è una riscrittura di Francesco Niccolini, autore dell’omonimo romanzo, il quale si è occupato in parte della regia, affiancando Roberto Aldorasi.
Niccolini è conosciuto per aver collaborato con Marco Paolini in Parlamento chimico storie di plastica (2001), performance di narrazione drammatizzata basata sul caso Marghera; e ne Il racconto del Vajont (1997), orazione civile che racconta la costruzione della diga omonima e la catastrofe provocata dalla stessa, con la perdita di quasi duemila vite umane.
Per Il filo dell’acqua Niccolini ha scelto Arca Azzurra Teatro, Compagnia toscana che dal 1983 si contraddistingue per «un’attività precisa e coerente, attenta ai mutamenti storici e sociologici del nostro Paese», come si legge nel sito della stessa; nota anche per l’attento lavoro, sul vernacolo toscano, del regista Ugo Chiti e le collaborazioni con Stefano Massini.
Lo spettacolo, come i testi precedenti, nasce dalla ricerca su fonti giornalistiche, documentarie e storiche, dove si mette in chiaro il malfunzionamento degli organi di governo, colpevoli di non aver saputo prevenire, e in seguito gestire adeguatamente, i danni e i disagi causati dalla catastrofe fiorentina. Rispetto ai lavori precedenti, Il filo dell’acqua concentra l’attenzione sui cittadini che si sono trovati a vivere la tensione di quelle ore funeste, eppure hanno saputo affrontarne le conseguenze con coraggio. Il testo è, quindi, un omaggio alla solidarietà umana e alla forza del popolo fiorentino.
Il racconto a tre voci, interpretato da Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci, si apre con un incipit lento, dove i suoni s’intrecciano alla poesia delle parole fino a che l’immagine dell’acqua diventa chiara: linfa vitale generatrice dell’universo e di tutte le cose – l’acqua non è nemica, è la madre del mondo.
I tre attori si alternano ritmicamente descrivendo il liquido creatore e la genesi della sua opera, la parola cade nello spazio, echi risuonano e si propagano nell’acustica del Teatro Verdi, come gocce d’acqua che toccano un fiume, formando onde circolari che si allargano e spariscono.
Brevemente si fa un excursus storico delle peggiori alluvioni che hanno colpito varie zone d’Italia: «cinquanta alluvioni in seicento anni», fino ad arrivare al 1966, il 4 novembre – giorno che commemora le forze armate.
«Dorme Firenze» si puntualizza più volte, mentre l’intreccio vocale dei tre attori scorre come un fiume d’immagini che sembrano infrangersi nell’Arno, sempre più colmo; aggredito dalla pioggia incessante di quei giorni di novembre di cinquant’anni fa.
Divisi fra destra, centro e sinistra del palco, i tre attori siedono su oggetti scenografici: riproduzioni di mobili, massi o incudini pendenti, come se stessero sprofondando nel liquido. Con pochi gesti e qualche camminata intorno allo spazio scenico, espongono il racconto, drammatizzandolo con il tono della voce, che modulano a seconda della parola pronunciata. Dietro ai narratori, le immagini video di Antonio Panzuto, che con semplici riproduzioni di nuvole, cielo grigio o fondali azzurri riesce a rendere la schizofrenica alternanza tra quiete e tempesta, e la minaccia del fiume sull’incedere del racconto.
Il testo è puro ritmo sonoro contrappuntato dal leitmotiv sott’acqua, condizione di tutte le frazioni e i comuni toscani in provincia di Firenze, nei primi giorni di novembre del ’66.
Curato nei minimi dettagli informativi, lo spettacolo si sofferma anche sulle città in crisi, colpite in questi giorni dalla furia degli elementi – tra cui Venezia, Genova, Milano e le Cinque Terre.
Lo spettacolo sprona a non dimenticare il rischio continuo cui la natura ci sottopone, invitando a restare sempre in allerta ma, soprattutto, sempre uniti nella disgrazia, come fecero gli angeli del fango che, nel 1966, soccorsero Firenze scavando, e ripulendo il patrimonio storico della città, rovinato dal fango e dai detriti.
Con la monumentale documentazione teatralizzata dal suggestivo lavoro sul suono della lingua fiorentina e l’intreccio tra immagini e musica, lo spettacolo di Arca Azzurra pecca nel finale. La bella immagine di un’Europa in soccorso a Firenze, avrebbe potuto essere la chiusura più idonea per suggellare, in senso circolare, il racconto a tre voci, aperto con l’immagine dell’acqua creatrice del cosmo, e collimare, così, nella moltitudine delle vite generate dalla stessa madre, e pronte a ricreare l’universo distrutto.
Al contrario, la scelta è di allungare lo spettacolo di altri due minuti e mezzo omaggiando le città sommerse, seguitando un discorso retorico sulla memoria, una frase di Primo Levi che introduce una riflessione sul caso, e una lezione meteorologica, smorzando le immagini poetiche del testo e l’armonia ritmica dello spettacolo, opprimendolo con toni didattici e moralistici. Merita, senz’altro, la prima parte.


Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi di Pisa

via Palestro, 6 – Pisa
sabato 5 novembre, ore 21.00

Lo spettacolo continua:
Teatro Studio Mila Pieralli

via Gaetano Donizetti, 58 – Scandicci (FI)
martedì 22 e mercoledì 23 novembre, ore 21.00

Arca Azzurra Teatro presenta:
Il filo dell’acqua
testo di Francesco Niccolini
regia Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini
con Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci
scene e video Antonio Panzuto
musiche originali Paolo Coletta
luci Marco Messeri
costumi Lucia Socci
prodotto da Arca Azzurra Teatro

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