Arte y libertad

lenz-parmaIl Furioso secondo Lenz, ennesimo atto di un vitalismo artistico che continua a sorprendere e stupire per la sua coerente e instabile tensione verso la libertà.

Li avevamo lasciati dissertare su ciò che è vivo e ciò che è morto di Alessandro Manzoni (Adelchi, Promessi Sposi), ossia sulla portata anarchica del padre putativo della lingua italiana, e analizzare l’opera di Friedrich Hölderlin per un Hyperion / Diotima dallo stupefacente rigore filosofico.

In entrambi i casi avevamo riconosciuto a Lenz un modo rivoluzionario di dare senso all’arte drammaturgica e far convergere nella messa in scena il sentiero (spezzato) della vita e l’approdo rizomatico dell’umanità in fieri di individui sensibili, dando così forma a una visione estetica avveniristica e inattuale per come racconta il concreto pulsare dell’esistenza attraverso figure archetipiche, dunque collettive.

In occasione del nuovo progetto dedicato a Ludovico Ariosto, torniamo ad ammirarne le sconcertanti capacità di raggiungere, per un verso, una clamorosa aderenza ai testi originari, ribadendo vertici qualitativi assoluti, e di demolire, per l’altro, tanto il principio di un’arte piegata al dualismo visione/narrazione, quanto ogni ipotesi riduzionistica dell’opera quale manifestazione nevrotica di un artista. Perché, radicato per concepimento nella concretezza (di un complesso industriale, museale o, comunque, site-specific), Furioso di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, Carlotta Spaggiari e Delfina Rivieri, Alice Scartapacchio e Andrea Azzali (e tanti altri) rappresenta non l’eccezionalità del diverso o la bizzarria del genio, quanto un processo artistico che non può essere assimilabile a prodotto. E perché, insondabile alla mediocrità, esso scaturisce dalla profondità di una evoluzione estetica hic et nunc e dall’estro di plasticità e bellezza incarnato nelle molteplici immagini simboliche di questi primi due episodi dell’Orlando Furioso (da La fuga di Angelica verso la libertà a L’Isola della strega Alcina dove il tempo sembra essersi fermato).

La forza delle figure primordiali che animano e generano questo adattamento, i cui quadri narrativi si succedono densi e incastonati tra autentiche coreografie di personaggi e proiezioni mai casuali o ridondanti, non va riferita alla perturbazione del piano psichico, allo strapotere puro dell’inconscio di un artista portatore di un disagio o di una incapacità di adattamento che, sinceramente, potrebbero attribuirsi a chiunque. Tale forza va, invece, riferita all’essere in grado di attingere ad archetipi che a tutti appartengono, rendendo così l’incredibile Museo Guatelli, dove l’accumulo oggettivo rende dominante la spersonalizzazione, un luogo ideale di compartecipazione e condivisione delle ironiche vicende di Angelica, Orlando, Alcina e Ruggiero, lottatori (s)mascherati di quel ring che è la vita.

Proprio l’ironia, il lasciare che attori precari, ma di grande rigore scenico e intensa drammaticità possano permettersi delle libertà (anzi, vengano invitati a prendersele), oltre ad avere un enorme valore simbolico, costituisce l’inedito di questo allestimento, nonché ulteriore riprova di come la ricerca di Lenz non abbia alcuna intenzione di fermarsi per crogiolarsi nell’intransigenza di un metodo, pur strutturato e affidabile.

Visionario per come addita la possibilità di rigenerazione dallo status quo, l’ironia (reale e non solo letteraria) di questo Furioso continua a dare forma nell’arte alla più elevata manifestazione di trasformazione, interpretando e conferendo alla creazione personale una assoluta pienezza di senso comunitario. Gli artisti sensibili utilizzano, difatti, le proprie stesse disposizioni personali come terreno nutritivo, impiegando le proprie energie secondo proprie leggi e modellando spontaneamente se stessi secondo ciò che vogliono divenire, come evidente nel caso della straordinaria imprevedibilità di Paolo Maccini/Astolfo o di Delfina Rivieri/Alcina.

Lenz, allora, attraverso i loro occhi, ne dona di altri e nuovi, perché quelli comuni non possono distinguere ciò che è norma per abitudine da cosa è naturale perché di ognuno. Ed è allora che, accanto all’ironia, emerge la commozione di chi ci parla con mille voci, innalzando il destino personale a destino universale e, così facendo, sembra voler mostrare nella libertà la presenza di quelle ideali forze soccorritrici cui sempre l’umanità ha attinto per sfuggire al pericolo delle notti più lunghe.

Perché se l’arte personale è autoreferenziale limitazione, quando non vizio o unilaterale falsificazione, quella corale di Lenz è reale nell’intimità di ognuno, libera il dialogo dalla sua natura affermativa che dà ragione a una delle parti in causa (quindi mai conclusiva, anche da una prospettiva metateatrale), elude il problema dell’identità normalizzata aprendosi al contenuto temporale della vita. Lo fa drammaturgicamente con un «movimento errante» all’interno di Museo che non mette mai al riparo dalle contaminazioni del mondo esterno o dall’invasività di tutto ciò che quell’esterno ha prodotto e a cui viene aridamente e materialmente ridotto (la serialità dei mezzi di produzione).

Suggestioni concrete che, non a caso, prendono corpo attraverso l’analisi di un altro letterato particolarmente attento alla questione della lingua italiana (strumento privilegiato di micropotere), quale fu Ludovico Ariosto, e uno spettacolo itinerante, i cui personaggi tendono a duplicarsi senza mai diluire il proprio portato emotivo o smettere di restituire una sensazione di libertà opportunamente intesa non come l’ideale potenzialità di essere qualsiasi cosa, ma solo ed esclusivamente come suo farsi atto concreto di immaginazione, personalità e creatività.

Un esperimento, paradossalmente non rinnovabile se non come crisalide che assume e muta forma, che proseguirà al Palazzo Ducale di Parma nell’ambito del Festival Natura Dèi Teatri con ulteriori due capitoli per poi concludersi e compiersi nel 2016.

Un appuntamento imperdibile, al quale noi, di certo, non mancheremo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Museo Ettore Guatelli, Ozzano Taro, Collechio (PR)

Il Furioso 1# La fuga
18, 19, 20, 25, 26, 27 giugno h 21.30

Il Furioso 2# L’isola
25, 26, 27 giugno h 22.15

Il Furioso
dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
drammaturgia, imagoturgia, scene filmiche Francesco Pititto
installazione, elementi plastici, regia Maria Federica Maestri
musica Andrea Azzali
performers Valentina Barbarini, Frank Berzieri, Marco Capellini, Stefano Capellini, Marco Cavellini, Carlo Destro, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Federica Rosati, Vincenzo Salemi, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera
luci Alice Scartapacchio
produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con AUSL di Parma – Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche

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