Que reste-t-il?

litta-teatro-milano-80x80Al Teatro Litta di Milano, la prima nazionale del Gabbiano, per la regia di Antonio Syxty: una riflessione sull’arte, sul teatro e sull’esistenza.

Siamo nel giardino della tenuta estiva di Sorin, impiegato statale in pensione, malato e nel continuo rimpianto per non aver vissuto abbastanza. Konstantin Gavrilovic’ Treplev, figlio dell’attrice di successo Nikolaevna Arkadina, ha montato un palcoscenico per rappresentare un proprio testo teatrale, interpretato dalla giovane Nina: una coppia piena di sogni e ambizioni – lui aspirante scrittore, lei aspirante attrice – convinti di dover rinnovare il teatro e, in un certo senso, di dover cambiare il mondo.
Contro di loro c’è però il mondo cinico e frustrato degli adulti. Arkadina, in competizione con la gioventù del figlio, interrompe lo spettacolo con commenti sprezzanti e quest’ultimo, che non cercava altro che l’approvazione della madre, è devastato dall’insuccesso. Ma la disfatta è doppia, perché la sua Nina viene rapita dal fascino di Trigorin, amante di Arkadina e grande scrittore del momento. E questa fascinazione la porta fino a Mosca, dove tenta una mediocre carriera di attrice, senza troppo talento, senza preparazione, fino a rendersi conto di recitare male, di non saperci fare, di non riuscire. Anche Konstantin se ne va a Mosca, comincia a pubblicare su qualche rivista, ma non è il genio che sperava di essere, non ha rivoluzionato la scrittura: ha tentato forme nuove, ma ha capito che non servono a nulla; è il nocciolo, il contenuto a dover essere dirompente. E di quel contenuto, forse, non è capace.
Syxty focalizza il suo riadattamento sul divario generazionale: gli adulti, già schiacciati dal peso delle proprie vite (e infatti colonna sonora dello spettacolo è Que reste-t-il de nos amours di Charles Trenet), non sono in grado di ascoltare, incoraggiare e nutrire i sogni dei giovani, consegnandoli al loro stesso destino di sconfitta.
Emblema di queste aspirazioni mancate è il personaggio di Masa, una giovane senza troppe ambizioni per sé, ma innamorata di Konstantin. Bruciante di un amore senza speranza, decide di sposarsi, non conta con chi, l’importante è mettere a tacere un sogno insano perché senza futuro.
Secondo uno schema di desiderio triangolare (come proposto da René Girard), ognuno sposta quest’ultimo su un secondo oggetto. Così, se Konstantin vuole l’amore e la stima della madre, dirige i propri sforzi verso la gloria, da cui è, a sua volta, affascinata. E infatti il suo amante è uno scrittore di successo, il quale desidera forse la gioventù e si innamora di Nina, che è probabilmente attirata dalla grande attrice Arkadina e tenta quindi di farsi amare da Trigorin. Un girotondo di amori incorciati che ricorda quasi Il sogno d’ una notte di mezza estate, ma privo di ogni leggera purezza.
Continue sovrapposizioni di piani, desideri e direzioni sono sottolineati perfettamente dalla scenografia. Guido Buganza propone un palcoscenico sul palcoscenico e offre una pedana per scendere in platea, creando una serie di possibili movimenti su tre diversi livelli, mentre in alto, sopra le teste degli attori, sono proiettate le loro stesse ombre, che silenziosamente si muovono, si sfiorano, a volte si incontrano, ricalcando i movimenti interni dei personaggi piuttosto che le loro azioni. E a suggerire ombre e oscurità interiori contribuiscono le parole di Sounds of Silence di Simon & Garfunkel, che riecheggiano più di una volta.
Syxty riesce a dar voce, suono e volto a incomunicabilità generazionale e frustrazioni artistiche, mettendole doppiamente in scena sul suo palco duplicato.

Tuttavia, entrando nel dettaglio degli aspetti più tecnici, si notano alcune sfumature di grigio nella creatura di Syxty.

La musica si pone come protagonista in scene culmine. La colonna sonora è complessivamente  perfetta ed emblematica, i testi scelti rispecchiano lo stato d’animo degli attori sul palcoscenico e il volume trascina finalmente lo spettatore in uno stato emotivo non concessogli altrimenti, anche se non sempre ha raggiunto lo sperato potere evocativo.

Un altro personaggio, non vivente, sul palco è il telo/schermo. Una sorta di “velario”, evocazione di un qualcosa di non ben definito che sovrasta il fondo della scena in modo imponente e suggestivo, purtroppo non sempre con vivo sentimento artistico, a volte banalizzato e poco incisivo nelle sue rappresentazioni. Come le figure/ombre che su si esso si muovono capovolte, come se da un momento all’altro dovessero cadere, restituendo un senso di ansia costante, imitando, quasi a rallenty, il passeggio disordinato e confuso dei vivi sul palco e togliendo spazio e ossigeno vitale agli attori che, troppo impostati, si lasciano cullare dagli effetti che li circondano.
Una nota anche per i costumi (il velluto blu, le scarpe bianche, tacchi anni ’80, pantaloni a quadri e lupetto), che poco realistici e stereotipati, hanno finito per accentuare l’immobilismo presente sul palco.
Il Gabbiano è un testo simbolo, un’allegoria non ancora passata di moda. Una scelta difficile con la quale Syxty ha cercato un confronto, ottenendo una risposta positiva, ma non completamente.

 

Lo spettacolo continua
Teatro Litta
Corso Magenta 24, Milano
dal 3 al 22 febbraio
dal martedì al sabato alle 20.30 – domenica alle 16.30

Litta Produzioni presenta
Il Gabbiano
di Anton Čechov
adattamento e regia Antonio Syxty
con Caterina Bajetta, Letizia Bravi, Gaetano Callegaro, Valentina Capone, Guglielmo Menconi, Livio Remuzzi, Antonio Rosti
scenografia Guido Buganza
costumi Valentina Poggi
staff tecnico Ahmad Shalabi, Marcello Santeramo
disegno luci Fulvio Melli
assistente alla regia Libera Pota

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