Quando la quotidianità è l’eroe protagonista

Composto nel 1895, rappresentato, senza successo, l’anno successivo a Pietroburgo, solo nel 1898 Stanislavskij e Dančenko rimisero in scena Il Gabbiano a Mosca e fu subito un trionfo. Il regista Marco Sciaccaluga ci porta nelle campagne russe fredde e delle numerose proprietà terriere descritte da Turgenev e per la prima volta in Italia mette in scena la versione originaria del testo di Čechov redatta nel 1869, nella versione tradotta da Danilo Macrì.

A chi dice che certi libri siano ormai passati, a chi chiede di vedere a teatro qualcosa di nuovo e a chi sostiene che lo spettacolo sia solo intrattenimento, rispondiamo con un nome: Anton Čechov. E in questo caso, a dare prova di cosa debba essere il teatro ancora oggi, quale la sua funzione sociale e la grande capacità di far riflettere il pubblico, interviene una grandiosa regia per coordinare un cast incredibile e portare sul palco lo spirito russo de Il Gabbiano.
In quattro ampi atti e con un balzo temporale finale, Sciaccaluga mette in scena le vicende di una famiglia russa di fine ‘800 ma i cui caratteri sono più che mai attuali. Si alza il sipario e vediamo dinanzi a noi il giardino di una proprietà terriera sulle rive di un lago e non molto lontana da Mosca. Sfilano davanti a noi i primi personaggi, due fittavoli, seguiti da un giovane e irrequieto personaggio: si tratta di Konstantin (Francesco Sferrazza Papa), scrittore agli esordi e figlio di una famosa attrice, la signora Irina Nikolaevna Arkadina (Elisabetta Pozzi), vedova ma accompagnata dallo scrittore Alekseevič Trigorin (Tommaso Ragno Boris). Il giovane è in procinto di attendere la sua amata Nina (Alice Arcuri) per allestire uno spettacolo da lui stesso scritto e da proporre agli invitati dello zio Petr (Federico Vanni), proprietario della tenuta e fratello dell’attrice.
Dal momento in cui la messinscena dello spettacolo metateatralmente proposto fallisce, soprattutto dopo le maleducate invettive degli spettatori e le lamentele dell’attrice Arkadina, il giovane Konstantin si allontana dalla vista degli invitati. Ha inizio da questo momento la messinscena di una serie di elementi che rendono questo spettacolo più attuale che mai. Si susseguono, uno dietro l’altro, i contrasti di una società in decadenza: il conflitto genitori e figli, l’impossibilità di affermazione di una nuova generazione che si sente in competizione con quella che l’ha preceduta, la longevità dei sentimenti, dal dolore alla passione dei personaggi, il tentativo di affermarsi come persone e come artisti. È un classico-moderno, che parla con un linguaggio adatto a tutte le generazioni sia i giovani con le loro difficoltà, sia gli adulti che devono accettare non con rassegnazione lo scorrere degli anni. A farci sentire partecipi a questi contrasti soprattutto un personaggio, quello di Arkadina, l’attrice. L’interpretazione di Elisabetta Pozzi, che ha già interpretato una parte ne Il Gabbiano diversi anni fa, è davvero incredibile, profonda, sentita. È impossibile non rivolgere tutti i sensi a ciò che dice e che fa sul palcoscenico. Tutta la complessità del suo personaggio, i suoi contrasti, il vivere in un mondo tutto suo protetto dalle sofferenze che si vivono al di fuori (le verrà nascosto il suicidio finale del figlio del quale per tutta l’opera non sarà in grado di esserne madre attenta e affettuosa), ogni cosa è perfetta. Ed anche il suo (in)fedele compagno, lo scrittore che tutti vorrebbero diventare, Alekseevič Trigorin, riesce a rappresentare i rapporti umani ed affettivi dell’età adulta con estrema precisione. Nel complesso si tratta di un’ottima recitazione, fatta salva l’interpretazione dell’Arcuri e di Sferrazza che non riescono a convincerci totalmente all’interno del quadro complessivo del dramma, ma che nel rapporto tra i due giovani personaggi giungono infine a rappresentare il perfetto contraltare all’amore maturo dell’attrice e dello scrittore.
Tutti gli altri interpreti, in particolare Federico Vanni, Roberto Alinghieri, Mariangeles Torres, Eva Cambiale, Giovanni Franzoni, Andrea Nicolini, Kabir Tavani, ottengono il meritatissimo plauso del pubblico.
Ed infine, scene, costumi e luci, riescono a coordinarsi nell’intera complessa rappresentazione. Le scene convincono sia negli esterni che negli interni, i costumi sono coerenti con la messinscena, e le luci raggiungono picchi davvero interessanti sfruttando le ombre e i loro contrasti con i colori della scenografia. Un grandioso risultato raggiunto grazie ad un nome: Marco Sciaccaluga. Certo, è un regista che piace o che si odia; a noi piace e senza dubbio è un uomo che conosce il Teatro in molte delle sue forme, soprattutto i grandi classici.

«Oggi sono stato così vigliacco da uccidere questo gabbiano. Lo depongo ai vostri piedi.[…]Presto ucciderò me stesso allo stesso modo.»
Konstantin Gavrilovič Treplev, Atto II

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Corte
Piazza Borgo Pila 42, Genova
dal 28 febbraio fino al 19 marzo
ore 20.30, giovedì ore 19.30, domenica ore 16, lunedì riposo

Il Gabbiano
di Anton Cechov
versione italiana di Danilo Macrì
regia di Marco Sciaccaluga
con
Elisabetta Pozzi – Irina Nikolaevna Arkadina, vedova Treplev, attrice
Francesco Sferrazza Papa – Konstantin Gavrilovič Treplev, suo figlio
Federico Vanni – Petr Nikolaevič Sorin, fratello di Irina
Alice Arcuri – Nina Michailovna Zarečnaja, giovane figlia di un ricco possidente
Roberto Alinghieri – Il’ja Afana’sevič Ṧamraev, amministratore di Sorin
Mariangeles Torres – Polina Andreevna, sua moglie
Eva Cambiale – Maṧa, sua figlia
Tommaso Ragno Boris – Alekseevič Trigorin, scrittore
Giovanni Franzoni – Evgeneij Sergeevič Dorn, medico
Andrea Nicolini – Semen Semenovič Medvedenko, maestro
Kabir Tavani – Jakov, operaio
scene e costumi Catherine Rankl
musiche Andrea Nicolini
luci Marco D’Andrea
Produzione Teatro Stabile di Genova
durata 180 minuti

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