Mondi lontani da Jonathan Livingston

Teatro EraSi concludono i festeggiamenti per i dieci anni del Teatro Era con Il Gabbiano firmato dal regista lituano Oskaras Koršunovas. Ne esce intatto il binomio Čechov/Stanislavskij, ma la contemporaneità delle note di regia stenta ad affermarsi

Oskaras Koršunovas scrive: “Con Il gabbiano, continuiamo a esplorare i temi presenti anche in Amleto e Bassifondi, quelli del teatro contemporaneo, dell’attore contemporaneo e dello spettatore contemporaneo… Tutte e tre le opere sono unite da un focus speciale sugli attori. Ne Il gabbiano vogliamo dare l’impressione che il pubblico sia incluso nella storia. Tale interattività non è autotelica; già quindici anni fa, il nostro teatro formulava uno dei suoi motti principali, cioè di mettere in scena i classici come opere contemporanee, rendendoli un’esperienza interpersonale anziché una digressione storica. Pertanto, cerchiamo il coinvolgimento dello spettatore nel processo creativo dell’opera”. Partiamo da qui.
Come lo spettatore sia stato coinvolto nel processo creativo non ci è dato saperlo (prove aperte in fase di studio, forse), di certo quel rivolgersi degli attori un paio di volte verso il pubblico ha più il sapore del vezzo plautino o della Commedia dell’Arte che non di un autentico scambio. Così come il teatro nel teatro non ha la valenza simbolica della mise en abîme dell’Amleto shakespeariano ma si riduce – come nell’originale – alla messinscena del dramma di Konstantin e al controllo sul palco – da parte dello stesso Konstantin/attore che lo interpreta – della console luci. Due espedienti di cui il primo possiamo ammettere fosse, nella versione del 1898, un’innovazione ma il secondo è ormai un cliché.
Rimanendo fedeli all’enunciato di Koršunovas ci chiediamo quali elementi (a parte una scenografia spoglia con sedie e un’illuminazione da magazzino che rende difficile la lettura dei sovratitoli) dovrebbero rimandare alla nostra contemporaneità. La recitazione è abbastanza à la Stanislavskij, con alcune forzature espressive (come la voce che s’incrina) ormai superate sui nostri palcoscenici. I temi dell’attrice ricca ma povera perché deve farsi la toilette; o della martire votata alla causa, che professa però la propria fede nell’art pour l’art (o in un dio redentore à la Karamazov, o in un debole pavido che l’ha messa incinta e poi se l’è svignata); o ancora, della sofferenza dello scrittore che vive come una sanguisuga succhiando paesaggi e persone, appaiono abbastanza stantii – seppure fedeli al testo originale. I problemi di intellettuali e artisti, almeno in Italia, sono ben altri e molto più materialistici, tipo come distribuire uno spettacolo o pubblicare un libro senza autofinanziarselo (beati i tempi di Trigorin in cui le riviste pagavano per un articolo o un racconto).
E allora cosa resta, aldilà di scene e costumi contemporanei? Un Čechov comme il faut, puntuale, preciso, asciutto, recitato piuttosto bene. Ma la sperimentazione, in questi giorni al Teatro Era, l’abbiamo trovata altrove: nei ritmi e nel metodo di Marconcini e Daddi e nella leggerezza espressionistica di Enzo Moscato – meno giovani anagraficamente del regista lituano, ma anni avanti a livello di ricerca: autentici gabbiani in grado di volare alto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
via Indipendenza – Pontedera (PI)
sabato 3 novembre, ore 20.30

OKT/Vilniu City Theatre presentano:
Il Gabbiano
di Anton Čechov
regia e scenografia Oskaras Koršunovas
con Nele Savicenko, Martynas Nedzinskas, Darius Meskauskas, Agneska Ravdo, Vytautas Anuzis, Kirilas Glusajevas, Airida Gintautaite, Rasa Samuolyte, Darius Gumauskas e Dainius Gavenonis
musiche Gintaras Sodeika
video Aurelija Maknyte
luci Eugenijus Sabaliauskas
costumi Dovile Gudaciauskaite
durata 3 ore con intervallo – spettacolo in lituano con sopratitoli in italiano

www.teatroera.it

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